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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 11
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Capitolo 11 di 14 17 min di lettura

La sega dolce prima della sentenza

Val trascina Ale fuori dal processo in un appuntamento tenero, vivo e pericolosamente vero. Tra baci in macchina e una promessa dopo l’udienza, Ale capisce che lei non è più una fantasia: è una possibilità.

Alessia
2 mesi fa · 395 letture · 0

E mi baciò. Fu un bacio che spazzò via ogni singola difesa. Val mi baciò come se volesse controllare se ero davvero lì, se ero reale. Non come Anna, che anche quando mi tirava contro di sé sembrava sempre volermi mettere alla prova, dominando il contatto come se fosse una sfida di potere. Val mi baciò come se, per una volta, la prova fosse finita. Era un bacio pieno di presenza, di dolcezza, di un desiderio genuino che sapeva anche sorridere.

Le mie mani scivolarono istintivamente sui suoi fianchi, stringendola attraverso il tessuto della camicia. Lo spazio era fottutamente stretto. Nel tentativo di tirarmi più vicino, Val si mosse e il mio ginocchio sbatté con un tonfo sordo contro il cruscotto, mentre il mio gomito urtava il cambio. Lei scoppiò a ridere contro le mie labbra, una risata cristallina e calda. «Cristo, sei pessimo nei parcheggi,» mi prese in giro, il fiato corto. «È la tua macchina che è progettata per i puffi,» provai a ribattere, ma lei mi spense la battuta azzerando di nuovo la distanza, premendo la bocca sulla mia con un'urgenza nuova.

L'atmosfera cambiò in un istante. Le risate si spezzarono, sostituite da respiri affannosi. Val, con una mossa tanto goffa quanto fottutamente eccitante, si sollevò dal suo sedile e si mise a cavalcioni sulle mie gambe, incastrandosi tra me e il volante. Il suo peso si assestò esattamente sopra il mio bacino, e il contatto tra le nostre intimità coperte dai vestiti mi fece gemere. Il mio cazzo, duro e dolorante contro la cerniera dei pantaloni, premette contro il suo centro caldo e morbido.

Le sbottonai i primi bottoni della camicia azzurra con dita tremanti. La stoffa si aprì, rivelando la curva piena e rotonda del suo seno, fasciato da un reggiseno di pizzo chiaro. Abbassai la testa, affondando il viso in quel calore. Iniziai a baciarle la pelle morbida, divorando la scollatura. Quando le scostai la coppa e presi un capezzolo turgido tra le labbra, Val inarcò la schiena, buttando la testa all'indietro e lasciandosi sfuggire un lamento roco, vibrante di piacere. La succhiai, mordendola appena con i denti, mentre le mie mani le stringevano i fianchi per spingerla ancora più forte contro di me.

Si strusciò contro il mio inguine, un movimento circolare e disperato che mi fece vedere le stelle. La sentivo bagnata, bollente attraverso la stoffa dei jeans. Lei si chinò in avanti, baciandomi il collo, succhiandomi la pelle sotto l'orecchio in un misto di tenerezza e lussuria famelica.

Stavo per perdere la testa. La mia mano scivolò sulla cerniera dei suoi pantaloni. Volevo toccarla, volevo entrare in lei e far sparire il mondo. Ma Val si fermò.

Mise una mano piatta contro il mio petto, ansante, il seno mezzo scoperto che si alzava e si abbassava violentemente. «Aspetta,» sussurrò. Mi bloccai, il sangue che mi martellava nelle orecchie. «Ho fatto qualcosa?» Lei scosse la testa, i capelli biondi scompigliati. «No.» «Allora?» I suoi occhi chiari mi guardarono con una lucidità disarmante, carica di affetto e determinazione. «Allora mi piaci troppo per farlo diventare una cosa consumata di fretta in macchina.»

Era la frase perfetta. Erotica, perché sentivo il suo bacino ancora premuto contro la mia erezione. Romantica, perché mi stava dando un confine per proteggere quello che stavamo diventando. Era l'esatto opposto di Anna, che usava la fisicità furiosa proprio per evitare di dare un nome ai sentimenti.

Val sorrise, un sorriso dolcissimo e malizioso. E non mi lasciò a secco. Senza staccare gli occhi dai miei, portò la mano sulla mia cintura. La slacciò con gesti sicuri, abbassando la cerniera. Il mio cazzo scattò fuori, rigido. Val lo afferrò. La sua mano era calda, morbida, la stretta perfetta. Iniziò a muoversi su e giù. Non era distaccata o punitiva come Anna. Val mi guardava. Mi baciò a stampo, le labbra umide, mormorando il mio nome con una dolcezza che mi spaccava il petto. Il ritmo della sua mano aumentò, scivolando sulla mia pelle tesa. Era un piacere intenso, passionale, intimo. Eravamo incastrati in quella macchina, i vetri opachi, il mondo chiuso fuori, e lei mi stava portando al limite semplicemente guardandomi negli occhi, facendomi sentire visto. Spinsi il bacino contro il suo pugno, i muscoli contratti, e venni con un gemito lungo, il petto sollevato, totalmente in balia della sua mano e del suo sguardo.

Dopo, non ci fu il solito gelo. Non ci fu la corsa a rivestirsi o a rimettere su l'armatura. Val rimase vicina. Si sistemò la camicia, ma non tornò al suo sedile. Restò a cavalcioni sulle mie ginocchia, appoggiando la fronte contro la mia, il respiro che si calmava lentamente. Alzò una mano e mi sistemò una ciocca di capelli sudati.

«Io non voglio essere il momento bello in cui ti dimentichi Anna,» disse all'improvviso, la voce bassa, priva di accuse ma carica di una verità assoluta. Sospirai, tenendola per i fianchi. «Non sei quello, Val.» «Allora fammelo capire quando non devi dimenticare nessuno.»

Era una richiesta devastante. Val non era la bambolina ingenua; aveva capito tutto. Mi accarezzò la guancia con il pollice. «Quando finisce il processo… possiamo capire cosa siamo?» Rimasi in silenzio. Il peso di quella domanda era un'incudine, e lei lo sapeva. Ma scelse di proteggermi, almeno un po'.

«Non devi rispondere adesso,» mi rassicurò, sfiorandomi le labbra con le sue. «Abbiamo quattro giorni, no? Quattro giorni per fingere che questa sia ancora solo una simulazione universitaria e non una tragedia greca con meno budget.» Poi, si ritrasse di qualche centimetro. I suoi occhi diventarono serissimi. «Però dopo voglio sapere se ci sei. Davvero.» «Io ci voglio essere,» mormorai, ed era la cosa più onesta che le avessi mai detto. Val annuì lentamente. «Allora vieni da me perché vuoi me. Non perché Anna ti ha lasciato fuori dalla porta.»

La bomba era stata sganciata. Non aveva alzato la voce. Non aveva fatto una scenata. Aveva semplicemente rivendicato il proprio valore con una dignità che mi fece sentire minuscolo. Non mi stava chiedendo di scegliere lei in quel preciso istante. Mi stava chiedendo di non usarla come rifugio per le mie codardie. E questo la rendeva fortissima.

Con un movimento fluido, scavalcò le mie gambe e tornò al sedile del guidatore. L'aria fredda si intrufolò nello spazio tra noi. Prima che io aprissi la portiera, Val allungò la mano verso il portaoggetti. Prese la penna viola con il cuore di plastica e me la porse.

La guardai confuso. «Tienila,» disse. «Perché?» «Per ricordarti che la tua arringa difensiva ha bisogno di un bel po' di personalità.» Feci un mezzo sorriso amaro. «E io?» «Tu pure.»

Scesi dalla macchina che l'aria della sera mi sembrava improvvisamente più rarefatta. Tornai verso l'ingresso di casa con una ridicola penna viola in tasca, il sapore di Val ancora sulle labbra e quattro fottuti giorni di processo davanti a me.

Quattro giorni per preparare un’arringa che doveva smontare l'accusa. Quattro giorni per capire se ero capace di andare da qualcuno senza scappare disperatamente da qualcun’altra.

E, per la prima volta da quando era iniziato tutto questo caos, Val non mi sembrava più solo la ragazza luminosa che avevo desiderato da lontano prima dell'uragano Anna. Mentre infilavo le chiavi nella toppa, mi sembrava una cosa molto, molto peggiore.

Una possibilità.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Scritto da
Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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