Si sedette accanto a me, lasciando dieci centimetri di vuoto tra le nostre sedie.
«Buongiorno, Alessandro,» disse, posando i codici sul banco con millimetrica precisione.
La guardai di sbieco, osservando la linea del suo profilo sottile e quelle labbra piene e lucide che conoscevo a memoria. «Buongiorno, Perfettina.»
Aprì la cartellina senza voltarsi. «Hai ripassato?»
«Ho studiato,» la corressi con orgoglio.
Anna fermò la mano sui fogli e mi lanciò un'occhiata laterale dai suoi grandi occhi castani. «Non esageriamo.»
Per una frazione di secondo, gli angoli delle nostre bocche si sollevarono all'unisono. Fu un lampo minuscolo, l'ultima scintilla superstite della nostra vecchia sintonia domestica, prima che la realtà ci piombasse addosso.
La porta sul fondo si spalancò ed entrò il professor Nardi, seguito da due assistenti. Il silenzio calò sull'aula magna come una ghigliottina.
Nardi raggiunse la cattedra centrale, si tolse gli occhiali e passò in rassegna i due banchi contrapposti con lo sguardo di un chirurgo pronto a incidere senza anestesia.
«Signori, benvenuti all'udienza conclusiva del laboratorio,» esordì, la voce baritonale che rimbombava contro le pareti alte. «Prima di dare la parola all'accusa, vi ricordo il criterio con cui verrete giudicati oggi. Questa simulazione produrrà due risultati distinti: da un lato emetteremo una decisione motivata nel merito del caso; dall'altro valuteremo il lavoro complessivo delle singole squadre, tenendo conto della preparazione, della tenuta logica dell'argomentazione, della capacità di replicare a braccio e, soprattutto, della correttezza professionale.»
Fece una pausa, appoggiando i palmi sul legno della cattedra e sporgendosi in avanti. «Vi ricordo, inoltre, che siamo in un'aula di Giurisprudenza e non sul set di una serie televisiva americana di seconda serata. Chi alza la voce, gesticola o cerca il colpo di scena senza avere un solido argomento giuridico non diventa più convincente. Diventa soltanto più fastidioso.»
Sentii immediatamente una ventina di paia d'occhi nella platea puntarsi sulla mia nuca. Accanto a me, Anna girò lentamente la testa e mi rivolse uno sguardo muto, eloquente e vagamente sadico.
Mi sporsi appena verso il suo orecchio, sentendo l'odore familiare della sua pelle. «Mi sento attaccato personalmente,» sussurrai.
«Perché il professore ha perfettamente ragione,» mormorò lei di rimando, senza muovere un muscolo del viso.
Sorrisi a denti stretti.
«La parola alla pubblica accusa per la discussione finale,» dichiarò Nardi.
Val si alzò in piedi. Si abbottonò il blazer scuro con un gesto calmo, sistemandosi una ciocca biondo miele dietro l'orecchio. Accanto a me, sentii Anna rilassare impercettibilmente le spalle: avevamo passato notti intere a smontare la linea accusatoria di Val, conoscevamo a memoria i punti deboli dei loro primi screenshot e avevamo il colpo in canna delle omissioni della testimone.
Ma appena Val iniziò a parlare, capii che non stava seguendo il copione che avevamo previsto.
Non provò minimamente a difendere a spada tratta il primo deposito probatorio. Al contrario, con una lucidità disarmante, aprì il suo intervento riconoscendo apertamente davanti alla corte che la prima raccolta di screenshot fornita dalla testimone era parziale e incompleta. Non cercò scuse; spiegò con rigore tecnico perché quella selezione iniziale imponesse la massima cautela metodologica.
Vidi Anna irrigidirsi sulla sedia, le sopracciglia definite che si aggrottavano. Val ci stava togliendo il terreno da sotto i piedi, disinnescando la nostra arma principale prima ancora che potessimo estrarla dalla fondina.
Con voce ferma, limpida e priva di qualsiasi esitazione, Val passò ad analizzare il log integrale delle chat, quello stesso file che noi avevamo preteso di acquisire, dimostrando come, pur depurato dalle forzature della testimone, il testo completo facesse emergere in modo inequivocabile il livore personale, il movente specifico e la condotta intenzionale del nostro assistito per danneggiare la collega nella selezione. Laddove la prova restava indiziaria o insufficiente su alcuni passaggi tecnici della manipolazione, Val non finse il contrario. Lo ammise con un'onestà intellettuale che lasciò l'aula in un silenzio religioso.
«Non vi chiedo di ignorare i messaggi che indeboliscono o rendono più complessa la nostra prima ricostruzione,» scandì Val, puntando i suoi occhi chiari e penetranti dritti verso Nardi. «Vi chiedo esattamente l'opposto: vi chiedo di leggerli insieme a tutti gli altri, perché è proprio nell'intero contesto, e non nel frammento, che la responsabilità dell'imputato smette di essere un'ipotesi e diventa una traccia coerente.»
Rimasi sinceramente colpito. Val aveva appena fatto la mossa più intelligente e matura possibile: aveva sacrificato di spontanea volontà un argomento debole per blindare la credibilità complessiva della propria posizione, una manovra così chirurgica e spietata che, a parti invertite, Anna l'avrebbe applaudita.
Quando Val lasciò la parola a Vittoria per la disamina della sequenza temporale delle comunicazioni, l'accusa completò il capolavoro. Vittoria si alzò con quel suo portamento composto e quasi snob, e in cinque minuti scarsi sezionò gli orari di invio e cancellazione dei messaggi con una precisione tagliente e glaciale, senza sbagliare un congiuntivo o un riferimento agli atti. Funzionavano a meraviglia insieme: la luce onesta di Val e la lama affilata di Vittoria. Era, senza alcun dubbio, la migliore esibizione processuale dell'accusa dall'inizio dell'anno.
«La parola alla difesa,» annunciò Nardi, prendendo appunti sul suo registro.
Fu il nostro turno di scendere in trincea. Anna si alzò per prima. Nonostante il colpo incassato dalla strategia di Val, la sua voce non tremò di un millimetro: impostò l'inquadramento giuridico con una pulizia formale mostruosa, smontando pezzo per pezzo il legame automatico tra il rancore personale emerso nelle chat e la prova materiale della manipolazione informatica.
Quando si sedette e mi fece un cenno col capo, mi alzai io. Non cercai la battuta facile. Presi l'impalcatura teorica che Anna aveva appena eretto e ci soffiai dentro il ritmo, sviluppando il ragionamento con naturalezza, portando l'attenzione della corte sul vero nervo scoperto del processo: un movente meschino e una condotta moralmente discutibile non dimostrano automaticamente la commissione dello specifico fatto contestato.
Per un quarto d'ora, tutto il dolore, le valigie chiuse e i letti vuoti sparirono dall'aula magna: tornammo a essere la macchina da guerra perfetta che avevamo costruito sul tavolo della mia cucina. Non avevamo nemmeno bisogno di guardarci per coordinarci. Mentre parlavo, allungavo la mano a sinistra e le dita sottili di Anna ci facevano scivolare dentro il documento esatto con il paragrafo già evidenziato in giallo. Quando Nardi mi interruppe a metà frase con una domanda a trabocchetto sulla catena di custodia del file, vidi con la coda dell'occhio Anna toccare con la punta della penna una nota a margine sul nostro blocco condiviso, e io agganciai il suggerimento al volo, rispondendo al professore senza perdere una battuta.
Mi avviai verso la chiusura del primo intervento, sentendo il silenzio della sala completamente nelle mie mani. Alzai lo sguardo verso la cattedra e scandii la frase che avevamo partorito insieme tra i crackers e il caffè freddo:
«Una verità selezionata non è necessariamente falsa,» dissi con voce chiara e ferma. «Ma una prova selezionata non può mai pretendere di essere intera. E laddove manca l'integrità originaria del metodo, signor Giudice, il dubbio non è un cavillo difensivo: è l'unica garanzia che ci separa dall'arbitrio.»
Mentre tornavo a sedermi, incrociai per un solo secondo gli occhi grandi e luminosi di Anna. Era la frase che aveva approvato nella nostra giornata insieme, quella che le aveva fatto dire che la irritava quanto fosse buona. Per un istante interminabile, in quello sguardo ci fu tutta la nostra storia.
Si aprì la fase delle repliche brevi, e la tensione in aula salì a livelli da cortocircuito.
Val si rialzò per controbattere proprio al mio punto sul dubbio metodologico. Invece di irrigidirsi, usò le mie stesse parole come leva: con un'obiezione rapida, brillante e incredibilmente centrata, fece notare che era stata proprio la difesa a introdurre e validare il log integrale come base di discussione, e che non potevamo invocare l'inattendibilità genetica della fonte solo per le righe che incastravano il nostro cliente, utilizzandola invece come oro colato per quelle che screditavano la testimone.
Fu una stoccata magnifica. Pulita, veloce, letale.
Dietro la cattedra, Nardi sollevò le sopracciglia, chiaramente colpito, e annuì con vigore. «Osservazione estremamente centrata, signorina. La difesa dovrà tenerne conto.»
Dall'altra parte dell'aula, Val si sedette con le guance leggermente arrossate per l'adrenalina, mordendosi appena il labbro inferiore carnosa per trattenere l'entusiasmo. Guardandola così, così brava, così viva, così lontana dall'insicurezza di non essere presa sul serio, non riuscii a trattenere una reazione istintiva. Le mie labbra si piegarono da sole in un sorriso sincero, quasi involontario. Non stavo sorridendo perché volessi perdere; stavo sorridendo perché ero fottutamente orgoglioso di lei.
Fu un errore fatale. Quando abbassai lo sguardo sul banco, mi accorsi che Anna non stava guardando Nardi. Stava fissando me.
Aveva visto quel sorriso. Aveva visto la dolcezza spontanea con cui avevo guardato la ragazza che ci aveva appena messo in difficoltà, e nella sua mente iper-analitica aveva tratto l'unica conclusione possibile: per me Val non era, e non sarebbe mai stata, soltanto un'avversaria.
Vidi la mascella leggera di Anna contrarsi. La sua schiena si tese come una corda di violino sul punto di spezzarsi e quell'aria calma e distaccata che la rendeva magnetica lasciò il posto a un freddo artico, spietato. Quando Anna perdeva il controllo, non diventava fragile: diventava feroce. E in quel momento, aveva appena perso del tutto il proprio equilibrio.
