Val si era alzata un'ultima volta per depositare le conclusioni scritte dell'accusa, completando le ultime frasi di rito.
Prima ancora che potesse sedersi, Anna alzò la mano e si mise in piedi di scatto, senza nemmeno consultarmi. «Professore, chiedo di intervenire per una brevissima contro-replica sull'attendibilità complessiva dell'impianto accusatorio.»
Nardi le fece cenno di procedere. All'inizio, il tono di Anna fu quello consueto: levigato, tecnico, inappuntabile. Poi, i suoi occhi castani si spostarono dalla cattedra e andarono a inchiodare Val dall'altra parte della stanza.
«La collega dell'accusa continua dall'inizio di questa udienza a presentare la propria ricostruzione e la propria selezione dei fatti come un modello di obiettività e trasparenza,» scandì Anna, la voce che tagliava l'aria come un rasoio. «Trovo francamente interessante questa ostentata sicurezza metodologica, considerando il suo evidente e attuale coinvolgimento personale con uno dei membri di questo collegio difensivo.»
Il gelo piombò sull'aula magna. Fu come se qualcuno avesse fatto esplodere una granata assordante nel mezzo di una biblioteca. Il fruscio delle penne si fermò di colpo; nelle file dietro di noi, decine di studenti smisero di respirare e iniziarono a guardarsi tra loro con gli occhi sbarrati.
Al banco dell'accusa, Vittoria alzò la testa di scatto, lo sguardo chiaro che divenne puro cianuro puntato contro Anna. Val rimase in piedi a metà, completamente irrigidita, le dita che stringevano il bordo del fascicolo fino a piegare il cartone. Io restai pietrificato sulla sedia, il sangue che mi defluiva dal volto. Anna non stava più discutendo il processo: accecata dalla ferita e dall'orgoglio, aveva appena preso ciò che c'era di più privato tra noi tre e lo aveva sbattuto sul banco del tribunale per insinuare che Val avesse inquinato la simulazione o agito in malafede, pur sapendo benissimo di non avere il minimo elemento concreto per sostenerlo.
Per tre lunghissimi secondi, Val accusò il colpo. Vidi un rossore violento salirle lungo il collo sottile fino alle guance; abbassò lo sguardo sui propri appunti, le labbra socchiuse, perdendo visibilmente il filo sotto il peso di quell'umiliazione pubblica così gratuita e crudele. Quando soffriva, Val non faceva mai scenate: diventava silenziosa, e vederla così mi fece fisicamente male al petto.
Ma non pianse. E non scappò. Inspirò profondamente, raddrizzò le spalle delicate e rialzò il viso. Quando i suoi occhi chiari tornarono a guardare Anna, non c'era rabbia scomposta, ma una dignità fiera e luminosa che zittì l'intera sala.
«Se la collega della difesa ritiene che la mia ricostruzione dei fatti sia viziata o sbagliata,» rispose Val, la voce leggermente bassa ma incredibilmente ferma, «ha a disposizione centoventi pagine di atti depositati per dimostrarlo nel merito.»
Anna sostenne lo sguardo, il mento alzato e la mascella rigida. «Non ho detto che sia sbagliata. Ho sollevato un tema di opportunità e di trasparenza.»
«Allora mi chiedo perché stiamo discutendo della mia vita privata invece che del fascicolo processuale,» ribatté Val senza battere ciglio.
«Basta così!» intervenne Nardi, battendo la penna sul legno della cattedra con un colpo secco e autoritario. Il professore guardava Anna con una severità glaciale. «Signorina, la richiamo formalmente alla pertinenza degli argomenti e ai doveri elementari di correttezza deontologica. Le insinuazioni personali prive di riscontro documentale non hanno cittadinanza in quest'aula. La invito a ritirare immediatamente l'osservazione.»
Prima che chiunque al nostro banco potesse aprire bocca, Val fece un mezzo passo avanti verso la cattedra. «Con il suo permesso, professore, vorrei solo concludere con un'ultima frase,» disse, e nel silenzio totale dell'aula pronunciò le parole che chiusero definitivamente la partita morale di quella mattina: «Abbiamo passato intere settimane in questo laboratorio a discutere del pericolo gravissimo di trasformare un sospetto personale in una prova giuridica. Sarebbe davvero un peccato dimenticarlo proprio oggi.»
Si sedette composta, mentre un mormorio di aperta ammirazione attraversava le panche degli studenti dietro di noi. Val non si era limitata a difendersi da un colpo basso; aveva preso il fango che le era stato tirato addosso e lo aveva trasformato nell'applicazione pratica del principio cardine dell'intero processo, dimostrando a tutti quanto fosse cresciuta.
Nardi riportò lo sguardo severo sul nostro banco. «Attendo che la difesa chiarisca la propria posizione su quanto appena affermato,» scandì il professore.
Accanto a me, Anna era immobile, le mani strette a pugno sul tavolo, chiusa nel suo orgoglio ferito. Avrei potuto aspettare che fosse lei a riformulare la frase con qualche acrobazia lessicale. Avrei potuto restare zitto, guardandomi le scarpe come avevo fatto per anni ogni volta che una situazione diventava troppo scomoda.
Invece, spostai indietro la sedia e mi alzai in piedi.
«Professore, la difesa ritira integralmente quella considerazione,» dichiarai a voce alta e ferma, guardando dritto verso la cattedra. «Non abbiamo alcun elemento fattuale o processuale per sostenerla, è estranea agli atti e non riguarda in alcun modo il merito della controversia.»
Accanto a me, sentii Anna voltarsi lentamente. Quando girai il capo per guardarla dall'alto, vidi nei suoi grandi occhi castani un misto di shock e furia pura. Per tredici capitoli della nostra vita avevo cercato la sua approvazione, avevo sopportato le sue correzioni spietate e avevo fatto di tutto per non perdere la sua stima. Ma in quel momento non abbassai lo sguardo. La sostenni in silenzio. Non l'avevo contraddetta davanti a tutta la facoltà per ingraziarmi Val o per fare il cavaliere senza macchia; l'avevo fatto perché Anna aveva torto marcio, aveva usato la scorrettezza per coprire una debolezza, e io avevo finalmente deciso che tipo di persona e di giurista volevo essere.
Nardi annuì brevemente, prendendo atto della rettifica sul verbale, e con il pragmatismo spietato dei veri professionisti non permise che la simulazione deragliasse in uno psicodramma sentimentale. «Bene. La dichiarazione è stralciata dal verbale. Procediamo con le conclusioni definitive della difesa.»
Il processo andò avanti, perché nessuno dei quattro aveva intenzione di lasciarsi distruggere sul traguardo. Io pronunciai l'ultima parte della nostra arringa, quella che avevo scritto da solo la sera prima sulla distinzione netta tra giudizio morale e tenuta della prova, senza mai alzare i toni, usando solo la forza della logica. E Anna, nonostante avesse la mascella serrata e una tempesta di ghiaccio nelle vene, quando Nardi sollevò un ultimo quesito tecnico sui metadati dell'allegato, intervenne a freddo con un'osservazione procedurale di due frasi, talmente chirurgica, esatta e inattaccabile da chiudere ogni spiraglio residuo.
La sua intelligenza mostruosa e la sua competenza non erano svanite nel nulla. Era il suo controllo umano ad aver fallito nel momento decisivo, lasciando sul pavimento dell'aula magna i cocci di tutto quello che non avevamo saputo dirci a voce bassa.
Quando il professor Nardi tornò a sedersi dietro la cattedra dopo una breve consultazione con i suoi assistenti, nell’aula magna non volava una mosca. Si sistemò gli occhiali sul naso, intrecciò le dita sopra il registro aperto e ci guardò uno per uno.
«Bene, signori. Abbiamo concluso la camera di consiglio e siamo pronti a comunicarvi l'esito,» esordì con il suo tono asciutto. «Partiamo dalla decisione motivata sul merito del caso fittizio. Il collegio ritiene che la difesa debba prevalere rispetto alla contestazione principale. Il materiale probatorio, pur completato dall'acquisizione integrale delle chat, non dimostra con sufficiente solidità oltre ogni ragionevole dubbio che l'assistito abbia materialmente compiuto la manipolazione informatica attribuitagli.»
Respirai a fondo, sentendo la tensione sciogliersi appena nelle spalle, ma Nardi alzò un dito per bloccare sul nascere qualsiasi trionfalismo. «Tuttavia, tengo a precisare che il comportamento dell'imputato resta gravemente discutibile sul piano personale, e molti degli elementi indiziari sul movente valorizzati con acume dall'accusa rimangono pienamente credibili. Questa, signori della difesa, è una vittoria squisitamente processuale per insufficienza di prove sull'addebito principale. Non è, e non potrebbe mai essere, una vera assoluzione morale.»
Detto questo, il professore girò pagina e prese un foglio stampato che uno degli assistenti affisse anche sulla bacheca digitale alle sue spalle, dove comparve lo specchietto riassuntivo della giornata:
ESITO SIMULATO DEL CASO
Difesa prevalente
Insufficienza della prova sull'addebito principale
MIGLIORE SQUADRA
Val e Vittoria
Qualità delle repliche, adattamento e correttezza argomentativa
Accanto a me, Anna rimase completamente immobile. Non batté ciglio, non si mosse, le mani intrecciate sopra la cartellina rigida e il viso ovale trasformato in una statua di sale. Aveva vinto la causa, ma aveva perso il riconoscimento accademico a cui teneva di più, bruciato sull'altare di quell'unico, imperdonabile colpo basso. Io ero sinceramente soddisfatto del risultato tecnico che avevamo strappato con le unghie, ma guardando il suo profilo gelido capii con una fitta allo stomaco che non avrei potuto celebrarlo con lei come avrei desiderato fino alla sera prima.
Dall'altra parte dell'aula, invece, esplose la luce. Val portò una mano alle labbra carnose, gli occhi chiari spalancati e lucidi per l'emozione vera di chi si è appena vista riconoscere mesi di fatica. Accanto a lei, Vittoria cercò disperatamente di mantenere la sua solita posa algida e distaccata da ragazza superiore a tutto, ma fallì miseramente dopo mezzo secondo: un sorriso enorme le spaccò la faccia e si voltò di scatto per stringere Val in un abbraccio liberatorio. Vederle così, con i lunghi capelli biondo miele che si confondevano mentre ridevano insieme, fu bellissimo: avevano meritato quel verdetto fino all'ultimo centimetro, lavorando pulito e tenendo il campo con una classe immensa.
