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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 14
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Capitolo 14 di 14 46 min di lettura

Processo finito

Il processo arriva alla sua ultima, esplosiva udienza, trascinando Ale tra rivalità, verità scomode e sentimenti impossibili da ignorare. Ma quando tutto sembra finalmente concluso, una nuova notte di desiderio e una sorprendente rivelazione cambiano le regole del gioco.

Alessia
7 ore fa · 28 letture · 3

Mentre gli studenti iniziavano ad alzarsi dalle panche nel brusio generale, Nardi raccolse le sue carte e lanciò un'ultima frase verso i nostri banchi, quasi sovrappensiero: «Un'ultima cosa. Qualcuno di voi pensa che il lavoro finisca oggi. Non ne sarei così sicuro.»

A pochi passi da lui, in piedi vicino alla cattedra, notai per un istante MariaRita, la dottoranda che collaborava ai laboratori avanzati: stava controllando alcune cartelline con quel suo sguardo intenso e un po' altezzoso, una presenza elegante e formosa chiusa in una camicia impeccabile che sembrava soppesarci tutti da un'altra categoria. Lì per lì non ci diedi peso, archiviando le parole di Nardi come una delle sue solite provocazioni per tenerci sulla corda fino agli esami. Avevo questioni molto più urgenti da chiudere.

Trovai Anna cinque minuti dopo, in un corridoio laterale semideserto del secondo piano. Era in piedi vicino a una finestra che dava sul cortile grigio, intenta a infilare gli ultimi codici nella borsa di pelle con movimenti secchi, quasi rabbiosi. Non eravamo più una coppia. E, con il verbale firmato da Nardi, non eravamo neppure più colleghi di difesa: il perimetro che ci aveva tenuti insieme aveva appena cessato di esistere.

Mi fermai a due passi da lei. «Anna, dobbiamo parlare.»

Non si voltò nemmeno, chiudendo la fibbia della borsa. «Di cosa, Alessandro? Il processo è concluso.»

«Di quello che hai fatto a Val in aula.»

A quel nome, le sue spalle strette si irrigidirono sotto il tessuto scuro della giacca. Si girò verso di me con un sorriso amaro, tagliente come vetro rotto. «Certo. Di Val. Potevo immaginarlo.»

Non abbassai il tono e non cercai una battuta per ammorbidire l'impatto. «Hai usato una cosa privata, che sapevi solo perché ti eri fidata di me e io di te, per metterla in difficoltà davanti a sessanta persone e al professore. Non c'entrava niente con il processo.»

«Ho fatto un'osservazione metodologica,» si difese lei, alzando il mento con ostinazione.

«Hai fatto un'insinuazione meschina,» la corressi a freddo. «E sapevi benissimo che era scorretta prima ancora di aprire bocca.»

Anna mi fissò. Nei suoi grandi occhi castani non c'era più traccia della vulnerabilità della notte precedente; c'era solo l'armatura d'acciaio di chi attacca per non ammettere di aver sanguinato. Mi squadrò dall'alto in basso con un disprezzo malcelato.

«È davvero incredibile quanto tu sia diventato rigoroso e attento alla deontologia da quando devi impressionarla,» sibilò.

Feci un passo avanti, scuotendo la testa. «Non c'entra niente l'impressionare qualcuno, Anna. C'entra il non diventare squallidi per vincere una simulazione. Se non riesci a vederlo...»

Non mi lasciò finire. La ferita del mio intervento pubblico contro di lei le bruciava ancora sulla pelle, e decise di restituirmi il colpo mirando dritto al punto in cui avevamo costruito la nostra intimità.

«Ti ho insegnato io a lavorare, Alessandro,» scandì, la voce bassa e velenosa, facendo un passo verso di me. «Ti ho insegnato io a studiare sul serio, a strutturare un discorso che non crollasse al primo soffio di vento, a non vivere soltanto di rendita sul tuo fottuto talento naturale. Se adesso vuoi utilizzare tutto questo per andare là fuori a fare il fidanzatino perfetto e maturo di Val, almeno abbi la decenza di riconoscere da chi l'hai imparato.»

Il silenzio che calò nel corridoio fu glaciale. Con quelle quattro frasi, Anna non aveva cercato solo di ferire me; aveva appena svalutato se stessa e tutto quello che c'era stato tra noi. Aveva preso le nostre notti in cucina, le risate, il modo in cui ci eravamo completati, e li aveva ridotti a una specie di credito formativo, un favore professionale di cui avrebbe dovuto presentarmi il conto.

Non esplosi. Non alzai la voce. La guardai semplicemente negli occhi, sentendo qualcosa spezzarsi in modo sordo e definitivo dentro il petto, non l'affetto, ma la fiducia cieca che avevo avuto fin dal primo giorno nella grandezza del suo giudizio.

«Ti ho voluto davvero bene, Anna,» le dissi piano, con una calma che la fece impallidire più di qualsiasi urlo. «E ti rispetto ancora per tantissime cose, perché sei la mente più brillante che abbia mai incontrato qui dentro. Ma oggi mi hai deluso.»

La parola deluso la colpì in pieno viso come uno schiaffo. Vidi le sue labbra carnose schiudersi, le dita stringere la cinghia della borsa; aprì la bocca per replicare, per lanciarmi addosso una delle sue sentenze inappellabili, ma per la prima volta non trovò immediatamente le parole.

«Non mi dispiace che tu abbia deciso di andartene da casa mia ieri mattina,» aggiunsi, sostenendo il suo sguardo lucido e pietrificato. «Quello era un tuo sacrosanto diritto, e l'ho capito. Mi dispiace che oggi tu abbia scelto deliberatamente di far male a una persona che non ti aveva fatto niente, solo perché non sopportavi di aver perso il controllo.»

Le voltai le spalle e mi incamminai lungo il corridoio, senza voltarmi indietro. Non ci fu nessuna corsa, nessun richiamo, nessuna riconciliazione all'ultimo secondo. Anna rimase lì, immobile e sola sotto la luce fredda del neon, prigioniera dell'unica fortezza in cui nessuno poteva più farle male e in cui nessuno poteva più entrare.

Uscii dal portone principale della facoltà respirando a pieni polmoni l'aria umida di novembre, come se fossi appena riemerso da un'apnea durata mesi.

Trovai Vittoria poco più in là, appoggiata al muretto di pietra del cortile esterno con una sigaretta spenta tra le dita e il faldone dell'accusa posato accanto a sé. Aveva ancora negli occhi chiari la soddisfazione elettrica della vittoria, ma bastò che mi vedesse camminare verso di lei perché il suo radar infallibile captasse immediatamente la tempesta da cui ero appena uscito.

Mi appoggiai al muretto accanto a lei, infilando le mani nelle tasche del cappotto.

«Scommetto che tu e la Perfettina vi siete appena scambiati parole dolcissime e auguri di buone feste,» esordì Vittoria, guardando dritto davanti a sé con il suo solito mezzo sorriso cinico.

«Abbiamo discusso,» tagliammo corto.

«Dovreste brevettarlo e venderlo alle matricole, Ale,» commentò lei, scuotendo i lunghi capelli biondi. «È letteralmente l'unica attività in cui siete stati costanti per tutto il semestre.»

Sospirai e, in poche frasi secche, le raccontai quello che ci eravamo detti nel corridoio. Man mano che parlavo, Vittoria smise di sorridere. La sua espressione un po' altezzosa lasciò spazio a quella concretezza nuda e protettiva che la rendeva il mio unico vero punto fermo.

«Anna oggi in aula ha fatto una stronzata colossale,» disse Vittoria, seria, girandosi a guardarmi negli occhi. «Su questo non ci piove. Ha perso la bussola e ha colpito sotto la cintura.»

«Già,» mormorai, fissando il selciato.

Vittoria rimase in silenzio per un secondo, studiandomi con un'intensità che non mi lasciava scampo. Poi mi puntò un dito contro il petto. «Però ascoltami bene, Ale. Tu adesso non devi andare da Val per dimostrare ad Anna che può perderti.»

Alzai la testa di scatto. Ancora una volta, con una sola frase chirurgica, Vittoria aveva messo a nudo il rischio più subdolo della mia natura: usare una persona per reagire a un'altra. Ci pensai davvero, lasciando che il rumore dei motorini sulla strada riempisse la pausa tra noi. Cercai dentro di me la rabbia verso Anna, e poi cercai quello che provavo quando pensavo a Val. Erano due stanze diverse.

«Non voglio stare con Val perché Anna mi ha deluso o perché non mi vuole,» dissi a voce alta, e sentii che era la verità più pulita che avessi mai pronunciato.

Vittoria annuì piano, ammorbidendo i lineamenti. «Bene.»

«Voglio stare con Val perché quando sono con lei…» iniziai, toccando istintivamente con le dita il tessuto della giacca sopra il taschino dove tenevo la penna viola.

«Alt. Non devi spiegarlo a me, Ale,» mi interruppe Vittoria, alzando una mano con un sorriso improvvisamente quasi dolce sulle labbra piene. Con un cenno del mento indicò i cancelli d'uscita del dipartimento, oltre i quali una chioma bionda e mossa stava salutando un paio di colleghi sul marciapiede, stringendo al petto i suoi appunti pieni di post-it colorati. «Devi andare a spiegarlo a lei.»

Guardai Vittoria, le diedi una spallata leggera contro il braccio per dirle grazie senza usare parole che avrebbe sicuramente preso in giro, e mi staccai dal muretto. Il primo processo era finito. Ed era arrivato il momento di andare a prendermi la mia realtà.

Lasciarsi alle spalle il portone della facoltà fu come uscire da una camera iperbarica. Fuori, Napoli non sapeva assolutamente nulla delle nostre obiezioni, dei file integrali o dei cuori spaccati al secondo piano: il centro storico pulsava della sua solita, anarchica vitalità. I motorini sfrecciavano sui sampietrini sfidando le leggi della fisica, la musica bassa e vibrante di un bar filtrava dai vicoli verso Piazza Bellini, e decine di studenti chiacchieravano a voce alta stringendosi nei cappotti contro il vento tagliente di novembre. Il mondo continuava a girare con un'indifferenza quasi offensiva rispetto alla giornata campale che avevamo appena vissuto.

Val mi aspettava all'angolo della strada. Stringeva ancora il pesante fascicolo dell'accusa sotto il braccio; i lunghi capelli biondo miele, voluminosi e mossi, le venivano scompigliati dalle folate d'aria fredda, incorniciando quel viso ovale e luminoso che per anni avevo guardato da lontano come un miraggio. Era felice per la vittoria della sua squadra, si vedeva dalla luce che aveva negli occhi chiari, ma nelle spalle delicate restava una rigidità residua, la scoria velenosa dell'attacco gratuito che Anna le aveva lanciato addosso davanti a tutti.

Prima di andare avanti…

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