La raggiunsi e ci incamminammo fianco a fianco verso i decumani. «Sei stata bravissima là dentro,» le dissi, infilando le mani nelle tasche del cappotto.
Val voltò il viso verso di me, e le sue labbra carnose si piegarono in un mezzo sorriso ironico. «Hai una concezione piuttosto strana del complimento, visto che io e Vittoria abbiamo praticamente cercato di distruggervi per due ore.»
«E ci siete riuscite abbastanza bene, direi.»
Ridemmo entrambi, il vapore del nostro fiato che si mescolava nell'aria fredda. Poi il sorriso di Val si fece più morbido,quasi esitante. Rallentò il passo. «Grazie per prima. In aula, intendo.»
Scossi subito la testa, fermandomi vicino alle mura antiche di Piazza Bellini. Non volevo assolutamente incassare crediti romantici per un atto di elementare decenza umana. «Non devi ringraziarmi, Val. Era semplicemente la cosa giusta da fare.»
Lei mi guardò con quegli occhi limpidi che sembravano sempre capirmi più di quanto meritassi, e proprio quella sua fiducia disarmante mi fece stringere lo stomaco. Non potevo fare il furbo. Non potevo iniziare qualcosa con lei portandomi dietro i cadaveri nell'armadio come avevo sempre fatto.
«Val, devo dirti una cosa,» dissi, e dal tono della mia voce lei capì istantaneamente che il tempo delle battute era finito. Smise di sorridere, stringendo di più il faldone contro il petto.
Non cercai giri di parole eleganti o attenuanti generiche. Mentre la gente ci passava accanto parlando d'altro, le raccontai la verità: le dissi che tra me e Anna, durante le settimane del processo, non c'era stata solo una collaborazione forzata, ma una relazione vera, fisica ed emotivamente totalizzante. E, soprattutto, mi costringetti a non omettere la parte più sporca, quella che mi faceva sentire un verme: quello che era successo in casa mia dopo il nostro pomeriggio insieme.
Val si bloccò in mezzo al marciapiede. Il colore sembrò defluire dal suo volto. «Aspetta,» mormorò, la voce improvvisamente bassissima. «Anche dopo quella sera nella mia macchina?»
Sostenni il suo sguardo, sentendo il peso di ogni sillaba. «Sì.»
Il silenzio che calò tra noi fu mille volte più assordante del caos della piazza. Quando soffriva, Val non faceva mai scenate teatrali: diventava silenziosa, ed era una lama che entrava dritta nel petto.
«Quindi, fammi capire bene,» disse lentamente, gli occhi chiari che bruciavano di una ferita viva e scoperta. «Io in quella macchina ti chiedevo di non venire da me solo perché un'altra ragazza ti aveva lasciato fuori dalla porta…»
«Lo so, Val.»
«…e tu, il giorno dopo, eri di nuovo a letto con lei.»
Non avevo difese. Non c'era nessuna arringa che potesse salvarmi. Val fece due passi indietro, allontanandosi fisicamente da me come se avesse bisogno di aria pulita per respirare. Si passò una mano libera tra i capelli biondi, guardando altrove, la mascella contratta per trattenere l'umiliazione e la rabbia.
«La cosa peggiore non è nemmeno che sia successo, Ale,» riprese, la voce che tremava appena ma restava incredibilmente ferma. «La cosa peggiore è che non sei stato tu a dirmelo quando dovevi. Ho dovuto scoprirlo a rate tra i corridoi e aspettare che questo maledetto processo finisse per avere la verità intera.»
«Hai ragione,» ammisi senza cercare scuse. «Sono stato un vigliacco. Avevo paura di perderti e allo stesso tempo non sapevo staccarmi da quello che stavo vivendo. Non posso prometterti che diventerò infallibile da stasera, Val, ma posso dirti che non voglio più nasconderti niente.»
Non mi perdonò su due piedi. Sarebbe stato falso, e Val non aveva nulla di finto. Riprendemmo a camminare piano lungo i bordi della piazza e per quasi mezz'ora mi fece tutte le domande scomode che mi meritavo. Volle sapere perché era finita, se era stata Anna ad andarsene o se l'avevo cacciata io dopo il litigio in aula, e perché avessi aspettato fino a quel momento per parlare.
Risposi a tutto con un'onestà brutale. Le spiegai che Anna aveva fatto le valigie di sua spontanea volontà la mattina prima dell'udienza, e non dipinsi la mia ex collega come un mostro senza cuore per uscirne pulito: ammisi chiaramente che quello che avevo provato per Anna era stato reale, forte e profondo, così come era reale quello che provavo per lei. Val incassò ogni parola a testa alta; non le piaceva sentirlo, vedevo la gelosia e il dolore passarle negli occhi, ma aveva il diritto sacrosanto di conoscere l'intero fascicolo prima di decidere se stracciarlo o meno.
Si fermò vicino a un portone antico, appoggiando la schiena alla pietra grigia. «Io non voglio essere la scelta giusta e rassicurante solo perché l'altra si è rivelata quella sbagliata, Ale,» mi disse, guardandomi dritto negli occhi.
«Non lo sei.»
«Allora dimostramelo nei giorni normali,» replicò lei, netta. «Non soltanto oggi, quando hai l'adrenalina a mille e hai appena vissuto un dramma enorme.»
Inspirai a fondo. Davanti a me non c'era più la fantasia universitaria che avevo idealizzato per anni: c'era una donna vera, con dei confini precisi e un cuore che non aveva alcuna intenzione di farsi calpestare. Feci mezzo passo verso di lei. «Io voglio provarci con te, Val. Sul serio. Non voglio più tenerti in sospeso mentre cerco di capire cosa fare della mia vita.»
Lei mi scrutò a lungo, cercando qualsiasi traccia di esitazione. «E se domani mattina ti svegli pensando ancora ad Anna?»
La tentazione di mentirle per chiudere la pratica fu fortissima, ma la ricacciai indietro. «Probabilmente mi succederà,» risposi piano. «È stata importante per me, sarei un bugiardo se ti dicessi che ho premuto un interruttore. Ma pensarci non significa che io voglia tornare indietro da lei. Significa soltanto che non posso cancellare con un colpo di spugna quello che ho vissuto.»
Val rimase immobile per qualche secondo. Poi chiuse gli occhi, lasciò andare un respiro lunghissimo e, quando li riaprì, un'ombra di sorriso tornò finalmente ad ammorbidirle le labbra piene. «Per una volta nella vita hai risposto senza fare il cretino.»
Abbozzai un sorriso anch'io, sentendo un peso enorme scivolarmi via dal petto. «Dovevo segnarmelo sul calendario.»
«No,» ribatté lei, staccandosi dal muro. «Cerca solo di ripeterlo.»
Camminammo ancora per un po', finché non ci ritrovammo sotto il palazzo dove viveva lei. Ora che Anna aveva liberato il campo e Vittoria era tornata stabilmente a spadroneggiare nel nostro appartamento, Val aveva di nuovo casa tutta per sé.
Si fermò con la mano sulla maniglia del portone e mi guardò da sopra la spalla. «Ti va di salire?»
Sbattéi le palpebre, colto di sorpresa. «Da te?»
«No, dal Magnifico Rettore, Ale. Ho sentito che ha un salotto enorme e offre ottimi liquori,» mi prese in giro, ritrovando di colpo tutta la sua adorabile vena sarcastica.
Risi, passandomi una mano dietro il collo. «Sei sicura?»
Val tornò seria, ma con dolcezza. «Ale, voglio passare del tempo con te. Non significa che salendo quelle scale sia improvvisamente tutto risolto o dimenticato, chiaro?»
«Chiarissimo.»
Salimmo al terzo piano. Appena chiusa la porta d'ingresso alle nostre spalle, Val lasciò cadere il fascicolo dell'accusa su una cassapanca e si tolse le scarpe col tacco lanciando un gemito di puro sollievo. «Oddio, credo di non avere più la sensibilità alle dita dei piedi. Nardi e le sue udienze fiume dovrebbero essere dichiarati illegali dalla Convenzione di Ginevra.»
Rimasi in piedi al centro del suo piccolo soggiorno luminoso, un po' rigido nel mio cappotto, guardandomi intorno con la circospezione di chi entra in un tempio. «Posso... avere un bicchiere d'acqua?» chiesi, schiarendomi la gola.
Val, che stava già andando verso la cucina a piedi nudi, si fermò e scoppiò a ridere, voltandosi a guardarmi con le mani sui fianchi. «Perché ti muovi come un ufficiale giudiziario venuto a pignorarmi il divano? Togliti quel cappotto, scemo, sei a casa mia!»
Quella risata sciolse definitivamente il ghiaccio. Mi tolsi la giacca, facendo attenzione che la penna viola non cadesse dal taschino e la seguii in cucina. Niente fascicoli sparsi sul tavolo, niente evidenziatori allineati per colore o silenzi carichi di tensione competitiva. Mentre una playlist leggera suonava a basso volume dal suo telefono, aprimmo il frigorifero desolato e discutemmo animatamente per dieci minuti se ordinare una pizza o arrangiarci con due uova, un pezzo di formaggio superstite e del pane in cassetta. Optammo per la seconda, cucinando insieme nel caos più totale, urtandoci coi fianchi tra i fornelli stretti.
Mangiammo seduti sul tappeto del salotto, appoggiati alla base del divano. Val mi raccontò di quando, a otto anni, aveva cercato di difendere il cane del vicino da un'accusa ingiusta di furto di salsicce improvvisando la sua prima arringa disastrosa davanti a tutto il condominio, e io ricambiai raccontandole le mie peggiori figuracce da matricola. Con lei era tutto così: fluido, caldo, pieno di un ossigeno che mi faceva sentire un ragazzo di vent'anni desiderato e vivo, senza il bisogno costante di alzare la guardia. Non era migliore o peggiore di quello che avevo avuto: era semplicemente un'altra lingua, ed era bellissimo parlarla.
A un certo punto, mentre lei gesticolava con un bicchiere di vino in mano raccontandomi un aneddoto su Vittoria, smisi completamente di ascoltare le parole. Rimasi incantato a guardare il modo in cui la luce calda della lampada da terra accarezzava le onde morbide dei suoi capelli biondo miele, la curva delle sue labbra carnose che si muovevano, la pelle chiara del collo lungo che spariva dentro la camicia bianca ormai sbottonata.
