Val si accorse del mio silenzio e si interruppe a metà frase, abbassando lo sguardo su di me. «Che c'è?» chiese, un po' imbarazzata.
«Niente.»
Inarcò un sopracciglio, stringendo gli occhi chiari. «Alessandro.»
Feci un piccolo sorriso disarmato. «Stavo solo pensando che sei davvero bella.»
Val arrossì leggermente sulle guance, ma buttò la testa all'indietro in una risata fresca per mascherare l'emozione. «Mamma mia, sei diventato terribilmente banale.»
Mi avvicinai un po' a lei sul tappeto, appoggiando una mano vicino al suo ginocchio. «Funziona?»
Lei smise di ridere, il respiro che le si faceva improvvisamente più corto mentre guardava la mia bocca. «Purtroppo sì.»
Fu lei ad azzerare gli ultimi centimetri. Posò il bicchiere sul tavolino basso, si sporse in avanti e mi baciò. All'inizio fu un contatto di una dolcezza disarmante, quasi cauto, le sue labbra morbide e calde che sfioravano le mie come per testare la consistenza di quella nuova realtà, ora che non c'erano più scadenze o segreti a dividerci. Ma quando le posai una mano dietro la nuca, affondando le dita nella seta voluminosa dei suoi capelli biondi, il bacio cambiò ritmo. Val schiuse la bocca con un piccolo sospiro e le nostre lingue si incontrarono in un bacio profondo, lento, carico di un desiderio che avevamo trattenuto per troppo tempo.
Ci alzammo dal pavimento senza quasi staccare le labbra, spostandoci verso la sua camera da letto in una danza goffa e appassionata. A metà corridoio, camminando all'indietro mentre mi sbottonava la camicia, Val inciampò nel bordo del tappeto e finimmo entrambi contro la parete ridendo contro le nostre bocche, prima che io la sollevassi per la vita sottile facendo ripartire il bacio con ancora più foga.
In camera c'era solo la luce soffusa che filtrava dalla strada. Ci spogliammo sul bordo del letto con una lentezza carica di intesa, alternando carezze timide a slanci improvvisi. Quando le sfilai la camicia e il reggiseno, rimasi senza fiato: il corpo di Val era un capolavoro di morbidezza femminile. Aveva le spalle delicate, la vita stretta e un seno pieno, rotondo e generoso che riempiva gli occhi e le mani, una sensualità pulita, luminosa e completamente naturale.
La feci stendere sui cuscini e mi chinai su di lei, iniziando a baciarle il collo lungo e le clavicole, sentendo il suo profumo dolce mescolarsi al calore della pelle che si accendeva sotto le mie labbra. Scesi senza alcuna fretta verso il suo décolleté: le accarezzai i seni morbidi con i palmi, stringendoli con dolcezza, per poi prendere un capezzolo turgido tra le labbra, leccandolo piano in cerchi lenti prima di succhiarlo con intensità crescente. Val inarcò la schiena sul materasso, lasciandosi sfuggire un gemito caldo e limpido, mentre le sue mani scivolavano sulle mie spalle nude e poi giù lungo la mia schiena, stringendomi contro di sé.
«Se continui così... mi fai dimenticare anche come mi chiamo,» sussurrò col fiato spezzato, tirandomi su per baciarmi di nuovo sulla bocca con un'intensità travolgente, le lingue che si cercavano fameliche mentre i nostri corpi mezzi nudi si strusciavano l'uno contro l'altro.
Quando la mia mano scese lungo il suo ventre piatto per sfiorare l'elastico degli slip, però, Val mi fermò delicatamente il polso con le dita, appoggiando la fronte sudata contro la mia. «Aspetta, Ale,» mormorò, il petto pieno che si alzava e si abbassava rapidamente contro il mio. «Non voglio correre solo perché finalmente siamo arrivati fin qui.»
Mi fermai all'istante, accarezzandole lo zigomo con il pollice e guardandola negli occhi chiari, brillanti nella penombra. «Non c'è nessuna fretta, Val. Davvero.»
Lei mi studiò per un secondo, quasi sorpresa. «Davvero?»
«Davvero. Ho aspettato anni, posso sopravvivere ancora un po'.»
Il suo viso si aprì in un sorriso tenerissimo e malizioso. «Mi piace parecchio questa versione paziente di te.»
«Attenta che è in prova gratuita per pochi giorni,» scherzai, baciandole la punta del naso sottile.
«Allora vediamo quanto dura prima di sottoscrivere l'abbonamento.»
Non avevo alcuna intenzione di forzare i suoi tempi, ma volevo comunque farla stare bene, dedicarle un'attenzione che fosse solo per lei. Ripresi a baciarla con passione, mordicchiandole il labbro inferiore e scendendo di nuovo a viziare il suo seno morbido con la lingua, mentre la mia mano riprendeva a esplorare con calma ogni curva dei suoi fianchi. Quando scivolai con le dita dentro i suoi slip, la trovai già caldissima e bagnata. Val trattenne il fiato, afferrandomi il braccio. Non andai oltre: rimasi lì, iniziando ad accarezzarla piano, disegnando cerchi lenti, morbidi e precisi sul suo clitoride, ascoltando ogni variazione del suo respiro per capire cosa le piacesse di più.
Non c'era ombra di competizione o di rabbia in quel letto; c'era solo adorazione pura. Val aprì un po' di più le cosce, abbandonando la testa sul cuscino ma continuando a cercare i miei baci sul collo e sulle labbra ogni volta che mi avvicinavo. Man mano che il movimento delle mie dita si faceva più ritmico e profondo tra le sue pieghe umide, i suoi gemiti diventarono più acuti, sinceri, privi di qualsiasi filtro. Mi strinse forte contro il suo petto, nascondendo il viso nell'incavo della mia spalla mentre il suo corpo iniziava a tremare, inarcandosi contro il palmo della mia mano in un climax lungo, caldo e liberatorio che accolsi baciandole le tempie e stringendola finché gli ultimi brividi non si spensero sulla sua pelle.
Poco dopo, infilati sotto il piumone con addosso due magliette larghe, scoprii che rimanere lì con lei, semplicemente abbracciati nel buio a parlare a bassa voce senza dover ottenere nient'altro, era esattamente il posto in cui volevo essere.
Val aveva la testa appoggiata sul mio petto e giocava pigramente con il colletto della mia t-shirt. «Promettimi solo una cosa, Ale,» sussurrò nel silenzio della stanza.
«Dimmi.»
Alzò gli occhi chiari sui miei. «Niente altre mezze verità. Anche quando sono brutte.»
Le strinsi la spalla, baciandole i capelli profumati. «Niente altre mezze verità. Te lo prometto.»
Lei annuì piano, tornando ad accoccolarsi contro il mio costato e chiudendo gli occhi. Proprio quando pensavo che fosse già crollata nel sonno, la sentii borbottare contro la mia pelle: «Comunque sono ancora arrabbiata con te per ieri.»
Sorrisi nel buio, fissando il soffitto. «L'avevo vagamente intuito.»
«Bene. Non dimenticarlo domani mattina.» E detto questo, mi passò un braccio intorno alla vita e si strinse ancora più forte a me, lasciandomi scivolare nel primo sonno davvero sereno da quando era iniziato l'anno accademico.
Il mattino dopo aveva il colore del sole pallido che filtrava dalle persiane socchiuse e il profumo del caffè appena salito. Quando aprii gli occhi e la raggiunsi in cucina, Val era in piedi davanti ai fornelli. Indossava una maglietta bianca lunghissima che le arrivava a metà coscia e aveva i lunghi capelli biondi completamente spettinati, gonfi di sonno, che le cadevano un po' sugli occhi mentre sbadigliava. Non era la ragazza da copertina che vedevo sfilare nei corridoi della facoltà; era stropicciata, assonnata e incredibilmente vera.
Mi appoggiai allo stipite delle porte con le braccia incrociate, guardandola con un sorriso idiota stampato in faccia.
Val si voltò con due tazze in mano e mi beccò in pieno. «Che hai?»
«Niente.»
Posò le tazze sul tavolo, puntandomi contro un cucchiaino. «Continui a dire niente ogni volta che metti su quella faccia lì.Parla.»
Mi avvicinai al tavolo, rubandole un bacio veloce sulla guancia calda prima di sedermi. «Stavo solo pensando che sei davvero terribile appena sveglia.»
«E tu non sei ancora stato formalmente autorizzato a emettere giudizi estetici prima delle dieci del mattino,» ribatté lei cercando di fare la seria, ma finendo per sorridere dentro la sua tazza di caffè.
Mentre facevamo colazione con i biscotti, sentii una leggerezza nuova riempirmi i polmoni: mi resi conto che non desideravo soltanto il suo corpo o i suoi baci; desideravo disperatamente conoscere quella sua normalità quotidiana, farne parte senza scappare.
A metà del secondo caffè, il telefono di Val, appoggiato contro la zuccheriera, iniziò a vibrare per una videochiamata in entrata. Sul display lampeggiava il nome di Vittoria. Val fece scorrere il dito sullo schermo e appoggiò lo smartphone al barattolo dei biscotti mentre io mi alzavo dietro di lei per andare a posare la mia tazza nel lavandino.
«Buongiorno socia, volevo dirti che in bacheca hanno appena…» iniziò la voce squillante di Vittoria dall'altoparlante, prima di bloccarsi di colpo.
Nello schermo del telefono vidi i grandi occhi chiari della mia coinquilina spalancarsi, superando la spalla di Val per mettere a fuoco me, a piedi nudi e spettinato, nel mezzo della cucina della sua migliore amica. Seguirono tre secondi di silenzio tombale.
«Scusa un momento,» disse Vittoria con una calma glaciale.
Mi avvicinai all'inquadratura, alzando una mano con un sorriso colpevole. «Ciao, Vitto…»
«No, aspetta, fammi capire la logistica immobiliare,» tagliò corto lei, fissandomi attraverso la fotocamera con il suo solito cinismo feroce. «Io ho finalmente lasciato l'esilio per tornare nella mia stanza a casa tua, e nel frattempo il mio coinquilino ha ben pensato di trasferirsi in pianta stabile dalla mia migliore amica?»
