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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 6
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Capitolo 6 di 12 23 min di lettura

Controinterrogatorio a Bocca Piena

Alla vigilia del caffè con Val, Anna trasforma la preparazione processuale in un addestramento fatto di gelosia, disciplina e ricompense oscene.
Tra domande sempre più cattive e una notte di convivenza troppo intima, Alessandro capisce che la vera prova non sarà in aula.

Alessia
3 mesi fa · 753 letture · 2

Cercai di ribattere, di trovare la mia solita scappatoia cinica, ma incrociai lo sguardo di Anna. I suoi occhi castani non erano solo giudicanti. Erano scuri, dilatati, accesi da un mix tossico di frustrazione accademica e di un desiderio ferito, possessivo, che stava cercando una valvola di sfogo.

Aveva capito che per distruggere l'accusa non doveva solo addestrarmi sul fascicolo. Doveva strapparmi dalla testa il bisogno di piacere a Val. E, guardando il modo in cui il suo petto si alzava e si abbassava irregolarmente sotto la maglia morbida, capii che aveva appena deciso come fare.

L’aria in cucina era diventata densa, quasi irrespirabile. Avevamo lavorato per altre due ore in un silenzio spezzato solo dallo scricchiolio della sedia e dal fruscio dei fogli. Eppure, ogni volta che alzavo gli occhi dal mio computer, la mia concentrazione andava a schiantarsi contro un muro. Quel muro era Anna.

Non si era vestita per sedurre, o almeno questo è quello che avrebbe sostenuto in un controinterrogatorio. Si era vestita per vincere. Indossava un paio di pantaloncini neri da casa, così morbidi e corti da lasciare quasi interamente scoperte le gambe snelle e la pelle chiara, incorniciando perfettamente la curva dei fianchi. Sopra, aveva una canottiera aderente scura, sovrastata da un cardigan di filo color panna che le scivolava costantemente oltre la spalla, rivelando la linea tesa della clavicola e un lembo di pizzo nero. I capelli castano scuro, di solito lisci e perfetti, erano stati raccolti malamente con una pinza sulla nuca, lasciando cadere un paio di ciocche ribelli sul collo nudo. Il trucco era leggero, ormai quasi consumato dalla fatica, ma scaldava i suoi lineamenti fini in un modo che la rendeva di una bellezza cruda, reale, domestica. Ed era scalza. Teneva un piede nudo appoggiato sul bordo della mia sedia, le dita che sfioravano il legno.

Cercai di leggere l'ennesima deposizione, ma il mio sguardo cadde di nuovo sull'ombra dell'ombelico sopra l'elastico dei pantaloncini.

«Ti sei vestita così per interrogarmi?» sbottai alla fine, gettando la penna sul tavolo. Anna non alzò lo sguardo dal fascicolo che teneva sulle ginocchia. «Mi sono vestita così perché questa casa è un forno.» «Siamo a novembre, Anna.» «Allora sarà un forno metaforico,» ribatté lei, la voce piana e chirurgica.

Chiusi gli occhi per un secondo. Il suo corpo era diventato una distrazione infinitamente peggiore del sorriso di Val. Ed era una distrazione costruita a tavolino, un ostacolo tattico piazzato lì apposta per addestrarmi.

Anna chiuse il fascicolo e lo appoggiò sul tavolo. Mi guardò, i suoi occhi grandi e luminosi puntati nei miei con una calma spietata. «Facciamo così,» esordì, incrociando le braccia sotto il seno. «Ogni domanda utile contro Val ti fa guadagnare qualcosa.»

Mi raddrizzai lentamente. Il sangue iniziò a pompare più forte. «Qualcosa... cosa?» «Dipende da quanto sei disposto a smettere di proteggerla,» rispose, glaciale.

Si sporse appena in avanti, definendo le regole del meccanismo con la precisione di un contratto. «Niente telefono. Niente battute per cercare di scappare. Niente domande gentili. Niente Val usata come tuo personale alibi emotivo. Se perdi il filo logico del discorso, io mi fermo. Se cerchi solo il piacere, spegni il cervello e smetti di lavorare, io mi rivesto e chiudiamo tutto. Intesi?» Deglutii. «Mi sembra un regime dittatoriale.» «Ogni singola ricompensa nasce da un progresso concreto sul controinterrogatorio,» precisò lei, ignorando la mia ironia. Poi, abbassò la voce. «Non ti sto distraendo dal processo, Alessandro. Sto verificando se sei capace di restare nel processo mentre vuoi qualcos'altro.»

Accettai. Non avevo scampo. Presi i miei appunti. «Può spiegare perché gli screenshot sono stati ordinati?»

Anna scosse la testa. «Bocciata. Troppo aperta. Le lasci spazio per inventare una scusa pietosa.» Feci un respiro profondo, costringendo il cervello a ignorare il lembo di pizzo nero che faceva capolino dal suo top. «Può indicare chi ha deciso l'ordine di presentazione degli screenshot prima del deposito in cancelleria?»

Anna mi fissò per tre secondi. Poi annuì. «Accettabile.» Si alzò dalla sua sedia. A piedi nudi, si avvicinò a me. Il suo profumo di crema e pelle stanca mi avvolse. Si fermò al mio fianco, le sue dita fredde mi sfiorarono la nuca, facendomi sussultare. Mi prese il mento, inclinandomi il viso verso l'alto, e premette le sue labbra lucide e carnose contro le mie. Fu un bacio breve, netto, un assaggio umido e perfetto. Poi si staccò all'istante, tornando a un passo di distanza.

Rimasi col respiro sospeso. «Tutto qui?» «Era un acconto.» «Un acconto fottutamente crudele.» Il suo viso ovale non tradì emozioni. «Allora guadagnati il saldo. Prossima domanda.»

Mi passai le mani sul viso, la mente che lavorava a ritmi folli. L'adrenalina processuale si stava mescolando all'eccitazione fisica. «Se la testimone sostiene di aver ricevuto gli screenshot in momenti diversi, come spiega che i file risultino ordinati in una sequenza unica, coerente e successiva ai fatti?»

Anna si bloccò. Il suo sguardo si accese di una stima puramente tecnica. «Questa è buona.» Si avvicinò di nuovo. Questa volta, si sedette sul bordo del tavolo, di fianco alla mia sedia. Prese le mie mani e, guidandole, se le appoggiò sulla vita nuda, proprio dove finiva la maglietta. La sua pelle era calda, liscia. Le mie dita si strinsero istintivamente sui suoi fianchi. Lei mi permise di far scivolare i palmi sulla parte bassa della schiena, per poi risalire lungo il busto, accarezzando la stoffa aderente della canottiera. Sentii i muscoli del suo addome contrarsi sotto il mio tocco.

Ma proprio mentre stavo per far scivolare le mani più su, lei mi bloccò i polsi. «Domanda successiva,» sussurrò. «Anna, cazzo, così non ragiono.» «Allora domani Val ti farà a pezzi in aula.» Il suo tono non ammetteva repliche. Non stava solo giocando. Mi stava allenando a resistere sotto tortura.

Fissai il tessuto scuro del suo top, poi i suoi occhi. «Lei conferma che la testimone non si è limitata a ricevere materiale, ma ha selezionato deliberatamente quali elementi rendere visibili e in quale ordine presentarli?»

Anna capì subito che avevo affilato la lama. Non urlò di gioia, non si entusiasmò, ma i suoi occhi castani diventarono scuri, liquidi. Lentamente, senza dire una parola, sfilò il cardigan dalle braccia. Poi, afferrò l'orlo della canottiera aderente e lo tirò su, sfilandosela dalla testa, seguita dal reggiseno nero. Il mio respiro si azzerò. Sotto la luce gialla della lampada, il suo seno era nudo, sodo, di una femminilità prorompente che contrastava con la sua figura snella. I capezzoli erano già turgidi. Non c'era nulla di romantico nel modo in cui mi guardava; era un'offerta controllata, quasi spietata.

Avvolsi i suoi seni con le mani, sentendo la pesantezza e il calore della sua carne. Anna chiuse gli occhi per una frazione di secondo, le labbra dischiuse, ma il suo cervello non smise di lavorare. «Prima domanda,» ordinò, la voce appena un po' più roca. Strinsi la presa, accarezzando la pelle delicata con i pollici. «Catena di custodia compromessa.» Lei ansimò piano. «Seconda.» «Testimone non passiva.» «Terza...» «Sequenza probatoria costruita prima del deposito.»

«Continua,» mormorò lei. E io lo feci. Il passaggio successivo richiedeva una sequenza micidiale. La mia bocca indugiava sulla pelle del suo ventre, baciando la linea scura dei pantaloncini, mentre la mente si sforzava di mantenere il fuoco su Val.

«Chi ha ricevuto per primo gli screenshot? Chi li ha rinominati? Chi ha scelto l'ordine di presentazione? Perché una prova definita 'spontanea' arriva al fascicolo già ordinata come un fottuto dossier?» Scandii le domande una dopo l'altra. Erano processualmente perfette.

Anna scivolò giù dal tavolo e, in un unico movimento, si sedette a cavalcioni sulle mie cosce. Il contatto fu devastante. La sua intimità premette contro la mia erezione intrappolata nei pantaloni. Le mie mani scesero automaticamente sul suo fondoschiena, stringendo la carne morbida, mentre lei si chinava a baciarmi. Fu un bacio profondo, affamato, lunghissimo. Le nostre lingue si intrecciarono con foga, mentre il suo corpo si inarcava contro il mio.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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