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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 6
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Capitolo 6 di 12 23 min di lettura

Controinterrogatorio a Bocca Piena

Alla vigilia del caffè con Val, Anna trasforma la preparazione processuale in un addestramento fatto di gelosia, disciplina e ricompense oscene.
Tra domande sempre più cattive e una notte di convivenza troppo intima, Alessandro capisce che la vera prova non sarà in aula.

Alessia
3 mesi fa · 753 letture · 2

Si staccò, il respiro spezzato, le mani appoggiate sulle mie spalle. «Se domani ti basta il sorriso di Val per diventare gentile, abbiamo perso tutto,» mi disse, a un centimetro dalle mie labbra. «Non sono gentile,» ansimai. «Con lei sì,» ribatté, implacabile. «Ripeti la quarta domanda.»

Lo feci. La recitai a memoria, a denti stretti, mentre le accarezzavo la schiena nuda.

«Ora,» disse Anna, scivolando via dalle mie gambe con una fluidità crudele e rimettendosi in piedi davanti a me. «Voglio la domanda che non vuoi farle. Voglio la vera domanda cattiva. Quella che la farà sanguinare in aula.»

Sapevo quale fosse. L'avevo in testa da ore, ma mi ero rifiutato di scriverla perché sapevo che avrebbe umiliato Val. Esitai. La penna tremò tra le mie dita. Anna lo notò subito. «Non vuoi fargliela.» «Non è questo.» «È esattamente questo, Alessandro,» disse, avvicinandosi. «Non vuoi sembrare scorretto.» «Non voglio infierire a livello personale!» «No,» lo corresse lei, la voce affilata come una lama. «Tu non vuoi smettere di piacerle.»

Fu un colpo basso. E fece male perché era vero. La guardai. Guardai la sua pelle nuda, il suo viso stanco ma ferocemente lucido, e capii che se volevo lei, se volevo vincere, dovevo smettere di fare lo spettatore della mia stessa vita. Appoggiai la penna sul foglio e scrissi.

«Ci state chiedendo di credere a una prova spontanea che spontanea non è. Quindi, pubblico ministero, chi ha costruito l'ordine di questa storia a tavolino, inquinando le prove, prima che arrivassero al fascicolo?»

Rilessi la frase ad alta voce. Era la fine dell'innocenza della nostra difesa. Era un attacco diretto. Alzai lo sguardo su Anna. «Questa è abbastanza buona?» I suoi occhi castani si scurirono in modo vertiginoso. «No.» «No?» «È abbastanza cattiva.»

Il silenzio che calò in cucina fu carico di una tensione insopportabile. «E quindi?» sussurrai. «Quindi, hai guadagnato l'ultimo incentivo.»

Anna non si rimise la maglia. Si inginocchiò lentamente sul tappeto, finendo esattamente in mezzo alle mie gambe divaricate. La sua pelle chiara brillava sotto la luce della lampada. «Regole,» esordì, guardandomi dal basso verso l'alto con un'espressione che mischiava l'autorità accademica a una lussuria primordiale. «Niente mani nei miei capelli.»

Feci un sorriso teso. «Sempre regole, Anna?» «Soprattutto adesso,» rispose lei, sbottonando i miei pantaloni con dita sottili ed esperte. «E tu, cosa devi fare?» «Restare lucido,» risposi, mentre la cerniera scendeva e il mio cazzo, duro e dolorante, scattava fuori. «Restare abbastanza lucido da ripeterti la fottuta domanda quando me lo chiederai.»

Lei annuì. Non c'era sottomissione nel suo gesto. C'era un possesso assoluto. Schiuse le labbra carnose e lucide, e si sporse in avanti.

Il primo contatto fu un brivido rovente. La sua lingua, umida e caldissima, tracciò una linea lenta lungo la parte inferiore dell'asta, partendo dalla base fino a sfiorare la punta. Inarcai la schiena, stringendo convulsamente i braccioli della sedia per non violare la regola delle mani. Anna mi prese completamente in bocca. Le sue labbra si serrarono attorno a me, morbide ma decise, creando un vuoto che mi fece mozzare il fiato. Iniziò a muoversi su e giù. Non era un gesto frettoloso o servile. Era metodica, ingorda, incredibilmente esperta. Usava la lingua per accarezzare il frenulo a ogni affondo, mentre la saliva bagnava la pelle riducendo l'attrito a una scivolata perfetta.

Guardai giù, la mente che iniziava a disintegrarsi. Le sue guance si concavavano ritmicamente. I suoi seni nudi si muovevano leggermente a ogni spinta, i capezzoli scuri e turgidi. Con una mano, Anna scese a sfiorarmi le palle. Le dita iniziarono a massaggiarle con una pressione solida, stuzzicante, intrecciandosi con il ritmo forsennato della sua bocca. Il piacere era un ronzio bianco, assordante. Stavo perdendo ogni cognizione dello spazio e del tempo. Il caso, il processo, Val... tutto stava annegando in quel buio umido e rovente.

All'improvviso, si fermò. L'aria fredda colpì la mia pelle bagnata di saliva. Anna alzò il viso, le labbra arrossate, il respiro pesante, ma gli occhi perfettamente a fuoco.

«Ripeti la domanda,» sussurrò. Cercai di mettere a fuoco la cucina. «Anna, ti prego...» «Ripetila. O mi fermo, Alessandro. E mi rivesto.»

Il terrore di perdere quel calore mi sferzò il cervello. Strinsi i denti, obbligando la mia bocca a formulare le parole. «Ci state chiedendo... di credere a una prova spontanea...» ansimai. «Quindi... chi ha costruito l'ordine di questa storia... prima che arrivasse al fascicolo?»

Anna fece un sorriso minuscolo, feroce. «Bravo avvocato.» E riprese. Questa volta fu spietata. Aumentò la velocità, spingendosi più a fondo, prendendomi quasi fino alla gola. La sua mano stringeva la base, aumentando la pressione a ogni risucchio. Le mie nocche erano bianche sui braccioli. Gemetto, incapace di trattenermi, il mio bacino che iniziava a muoversi per cercare disperatamente il suo palato. Lei assecondò il movimento, incassando ogni mia spinta senza cedere di un millimetro, padrona assoluta del mio corpo e della mia mente.

«Domani...» ansimò Anna, staccandosi appena per prendere fiato, la saliva che brillava sulle sue labbra, «domani puoi sorriderle quanto cazzo vuoi. Ma in aula... in aula non le regali niente.» «E fuori... fuori dall'aula?» rantolai, vicino al limite. Anna si irrigidì, gli occhi scuri che scintillarono. «Fuori dall'aula, Val non è oggetto di questa preparazione.»

Quella risposta, così fottutamente cinica e perfetta, mi fece scattare. L'eccitazione si tramutò in puro fuoco. «Vengo... Anna, vengo,» la avvisai, il respiro spezzato.

Lei non si spostò. Trattenne il respiro, stringendo le mani sui miei fianchi, e mi prese di nuovo in bocca, accogliendo l'urto. Il mio orgasmo esplose con una violenza che mi fece tremare le gambe. Gemetto il suo nome, svuotandomi in lei e sul suo viso, mentre le mie cosce tremavano per lo sforzo di restare seduto. Venne via da me lentamente, il viso arrossato, il fiato corto. Non c'era vergogna, solo il trionfo di una donna che aveva appena piegato il mio caos al suo ordine.

Il silenzio tornò a scendere sull'appartamento, pesante ma svuotato dall'adrenalina. Anna si alzò in piedi. Con calma, si pulì il viso e le labbra con un fazzoletto di carta. Poi raccolse il cardigan da terra, se lo infilò, e tornò a sedersi alla sua postazione. Rimase con i bottoni aperti, la canottiera scartata sulla sedia accanto, ma la sua postura tornò a essere quella dello studio.

Io ero distrutto. Fisicamente e mentalmente. Non feci battute. Non c'era spazio per l'ironia. Mi allacciai i pantaloni e, invece di alzarmi e andarmene, spostai la sedia di qualche centimetro e mi accasciai al tavolo, a poca distanza da lei.

L'atmosfera era cambiata. Le ore erano minuscole. Fuori, la strada era un nastro di asfalto morto e silenzioso. Dentro, sotto la luce giallastra della lampada, la casa era un disastro di fascicoli, evidenziatori scarichi, bicchieri opachi e un tramezzino dimenticato. Eppure, in mezzo a quel degrado studentesco, c'era un'intimità nuova. Non ci stavamo comportando da coppia ufficiale. Ci stavamo comportando come due sopravvissuti alla stessa trincea, che si stavano lentamente, inesorabilmente, abituando a condividere lo stesso fottuto metro quadrato di ossigeno.

Anna leggeva una sentenza sullo schermo, il riflesso azzurrognolo che le illuminava il viso struccato e stanco. Io fissavo i miei appunti. L'erotismo si era depositato sul fondo, lasciando spazio

L’aria della cucina, dopo quello che era successo sul tappeto, aveva una consistenza diversa. Era densa, carica di un’elettricità residua che mi formicolava sui polsi. Ero distrutto, fisicamente e psicologicamente svuotato, ma per un miracolo della chimica o della follia, il mio cervello era una lama affilata.

Anna si era ricomposta con la sua solita efficienza chirurgica, ma non era fuggita. Non si era chiusa in camera. Era tornata a sedersi di fronte a me, le gambe rannicchiate sotto il mento, il cardigan scivolato su una spalla e la penna rossa stretta tra le dita sottili. Lavoravamo. Non per riempire pagine vuote o per ansia da prestazione accademica, ma perché, in qualche modo contorto e disfunzionale, quella era diventata la nostra forma di stare insieme.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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