Allungai la mano e le rubai la tazza, bevendo un sorso del suo caffè freddo. Anna non alzò lo sguardo dal fascicolo, ma le sue sopracciglia naturali e ben definite si contrassero in un'espressione di puro fastidio. «C’è il tuo, di fianco al computer.» «Il mio è finito,» risposi, riappoggiando la tazza con un sorriso sghembo. «La tua grafia è un crimine contro il codice penale,» sospirò lei, tracciando un segno rosso spietato su una delle mie domande. «Sembri un medico che prescrive ansiolitici.» «E tu lo sai che usi la parola quantomeno ogni singola volta che sei nervosa o vuoi sembrare più autorevole?»
Anna bloccò la penna. I suoi occhi castani, grandi e lucidi, mi trafissero nella penombra. «Io sono autorevole.» «Quantomeno.»
Le sue labbra, carnose e ancora leggermente arrossate, si strinsero. «Ti odio,» sibilò. Mi appoggiai allo schienale della sedia. «Meno di ieri.»
Ci fu una pausa. Il rumore lontano di un'ambulanza tagliò il silenzio della strada. Anna abbozzò l'ombra di un mezzo sorriso, un cedimento microscopico e bellissimo. «Non approfittarne.»
La notte avanzava, trasformando la nostra guerra fredda in una trincea condivisa. Lentamente, tra una riga di procedura e l'altra, iniziammo a parlare. Non c'erano le solite difese ciniche, né le confessioni melodrammatiche da film di mezzanotte. Erano frammenti. Pezzi di vetro lasciati cadere sul tavolo.
«Io non ho mai avuto il lusso di essere brillante e basta, Alessandro,» disse Anna a un certo punto, fissando il buio oltre la finestra. La sua ambizione, la sua natura metodica e tagliente, le facevano da scudo. «Se tu sbagli una risposta, sei il genio sregolato che non si applica. Se la sbaglio io, mi resta addosso come una macchia. Il controllo è l'unica armatura che ho.»
La guardai, sentendo un nodo strano alla base della gola. La sua paura di perdere il controllo era reale, non solo una posa. «Io ho sempre fatto finta che non mi importasse di niente,» confessai, la voce bassa, raschiando il fondo della mia stessa ipocrisia. «Perché così, se andava male, se fallivo... almeno sembrava una scelta. Sembrava che non ci avessi provato davvero.»
Anna mi guardò. Non ci fu compassione nei suoi occhi, nessuna pacca sulla spalla. «È una strategia pessima,» sentenziò. «Lo so.» «Però... è coerente.» Ed era il complimento più tenero che Anna potesse mai concepire.
Un'ora dopo, la tensione erotica che ci aveva travolti si era finalmente depositata, lasciando spazio a un rilassamento muscolare assoluto. Ma io, fedele alla mia natura, non riuscivo a non sfiorare i fili scoperti.
Mi schiarii la gola. «Posso fare una domanda non attinente al fascicolo?» Anna continuò a sottolineare. «Di solito sono le uniche che fai.» «Riguarda quella cosa di prima.»
La penna si fermò. Anna non alzò subito lo sguardo. Il suo viso ovale, dai lineamenti delicati, sembrò improvvisamente di porcellana. «Quale delle molte cose compromettenti di prima?» Mi appoggiai sui gomiti, avvicinandomi. «Eri... parecchio competente. Sorprendentemente metodica.»
Il silenzio divenne denso, imbarazzante e fottutamente erotico. Una macchia rossa le fiorì sulle guance chiare. Anna, la ragazza glaciale, stava arrossendo. Provò a riprendere il controllo, raddrizzando le spalle. «Esperienza pregressa,» disse, gelida. «Curriculum?» la presi in giro, non resistendo. «Non fare lo scemo.»
Distolse lo sguardo, puntandolo su una riga a caso del documento. Le sue dita giocherellavano con il tappo dell'evidenziatore. «Il mio ex,» mormorò dopo una pausa che sembrò infinita, «era molto... insistente.» Corrugai la fronte. «Insistente?» Anna abbassò ulteriormente gli occhi. «Voglioso.»
Quella parola, detta da lei, con la sua voce elegante e controllata, fu uno schiaffo. C'era un abisso sotto quell'aggettivo. Capii all'istante che quell'uomo non era solo un ricordo; era il motivo per cui lei aveva imparato a dominare il desiderio, a incasellarlo per non farsi travolgere. Forse l'aveva fatta sentire un oggetto utile, più che una scelta.
Anna si accorse del mio sguardo e si infastidì immediatamente per il proprio stesso rossore. «Non guardarmi così.» «Così come?» «Come se avessi appena scoperto una prova segreta decodificando i miei silenzi.»
Era perfetta. Sorrisi, ma il sorriso morì subito. «Non ti piace parlare di lui,» constatai. «Non mi piace parlare di ciò che non serve.» «E lui non serve?» Anna chiuse il fascicolo con un tonfo secco. «Non più.»
Il mistero si chiuse in quella frase. Non chiesi altro.
Riprendemmo a lavorare. La confidenza tra noi era ormai un tessuto invisibile che ci legava. Mi lanciava frecciatine, io rispondevo. A un certo punto, sfinita, si appoggiò allo schienale della sedia e chiuse gli occhi per due secondi, lasciando cadere la testa all'indietro. Il collo scoperto, la pelle pallida, l'abbandono totale della geometria.
La fissai, incantato. Senza aprire gli occhi, Anna mormorò: «Se dici che sono stanca, ti uccido e nascondo il cadavere nei cassetti della cancelleria.» «Stavo per dire che sembri umana,» replicai. «Peggio.» «Quantomeno.»
Riaprì gli occhi di scatto e mi lanciò una penna. La mancai miseramente, facendola rimbalzare sul muro. Quasi ridemmo. Eravamo la coppia perfetta che non sapeva di esserlo, chiusi in una bolla dove tutto funzionava.
Poi, il mio telefono vibrò sul tavolo. Il bagliore blu illuminò le nostre facce.
Val: Domani alle 18 confermato? Niente processo, giuro.
Il messaggio ruppe l'incantesimo come un sasso scagliato contro una vetrata. Fino a quel secondo, la sera era stata interamente, visceralmente nostra. L'esistenza di Val, genuina, solare e disarmante, irruppe nella cucina spazzando via la tregua.
Fissai il telefono. Poi alzai gli occhi su Anna. Lei lo aveva visto. Lo aveva letto o intuito dal mio irrigidimento. Sbloccai lo schermo e digitai: Confermato.
Inviai.
Mi preparai all'impatto. Alla cattiveria. Ma Anna non fece scenate. Non ci fu nessuna sfuriata. Ed era cento volte peggio. La sua gelosia tornò a essere quella di sempre: glaciale, silenziosa, letale. La sua mano tornò ferma sui fogli. Il viso si chiuse, i lineamenti si indurirono. Il collo perse ogni rilassatezza, tornando a essere una linea rigida. Gli occhi grandi e scuri si abbassarono sul fascicolo, spegnendo ogni traccia di calore.
«Bene,» disse, con una voce così professionale da farmi gelare il sangue. «Anna...» «Domani mattina ripetiamo la sequenza del controinterrogatorio,» mi interruppe, senza guardarmi. «Pensavo avessimo finito.» «Non abbastanza.»
Prese la penna, raddrizzando la schiena in quella posa altezzosa che la rendeva irraggiungibile. «Domani vai da lei,» concluse, il tono liscio come l'acciaio. «Prima, però, vieni in aula con me.»
Era la chiusura perfetta di una trappola emotiva. Mi stava dicendo, senza usare una sola parola sentimentale, che non aveva alcun diritto su di me, ma che finché facevo parte di quella maledetta difesa, appartenevo a lei. E che vedermi andare via le faceva più male di quanto potesse mai ammettere.
Tornai a fissare il mio fascicolo, ma le parole sulla carta non avevano più senso. Quella notte non sembrò una notte speciale. Sembrò una delle nostre. La stanchezza condivisa, le battute, il lavoro, il sesso sporco ed esigente.
Ed era esattamente questo il problema. Perché il giorno dopo, alle diciotto in punto, io avevo promesso a Val di uscire dal processo per scoprire la realtà del nostro sogno adolescenziale. Ma Anna, senza confessarlo mai, aveva già iniziato a costruirsi una casa dentro casa mia.
Com'è finora?
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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