Alzai lo sguardo, abbozzando il mio solito sorriso sghembo da studente fuoricorso che cerca di salvarsi con il carisma. «È una lettura interpretativa innovativa...»
Anna non mi fece finire. Con un movimento fluido e rapido, si sporse dal divano, mi sfilò il telefono dalle mani e lo lanciò senza troppa delicatezza sul tavolo basso, fuori dalla mia portata. «Ehi,» protestai, facendo per alzarmi.
«Resta dove sei.» Non alzò la voce, ma il tono era assoluto. Prima che potessi ribattere, il suo piede nudo scivolò giù dal bordo del divano. La pianta morbida e calda si appoggiò direttamente al centro del mio petto, proprio sopra il tessuto della maglietta.
Mi bloccai. L'ossigeno si fermò in gola.
Non si ritrasse. Con una lentezza calcolata, Anna fece scivolare il piede verso l'alto. Sfiorò lo scollo della mia t-shirt, la pelle nuda della mia gola, per poi fermarsi esattamente sotto il mio mento. Le sue dita, perfettamente curate e dipinte con quello smalto nero lucido che avevo osservato poco prima, premettero leggermente contro la mia mascella, spingendomi il viso verso l'alto.
Il contatto fu una scossa da tremila volt. Potevo sentire la grana della sua pelle, fresca ma pervasa da un calore vitale, e quel profumo netto, intimo, di crema idratante e pulito che mi invase le narici. Era un gesto di un'arroganza inaudita, profondamente erotico, una sottomissione fisica e psicologica in cui io, senza opporre la minima resistenza, stavo sprofondando con un piacere che rasentava il masochismo. Il suo ginocchio era piegato, la gamba snella e tonica in bella mostra, la linea del polpaccio perfetta. Il busto si tendeva in avanti, valorizzando il décolleté sotto il cardigan sbottonato.
I suoi occhi castani, grandi, luminosi e spaventosamente diretti, mi inchiodarono. «Guarda me quando ti correggo,» sussurrò.
Il mio pomo d'Adamo andò su e giù contro il suo alluce. Non mi scansai. Volevo disperatamente che quel contatto continuasse. «Questo metodo è riconosciuto dal Ministero dell'Istruzione?» mormorai, la voce irriconoscibile, roca.
Anna mantenne la pressione sotto il mio mento. Le sue labbra piene e carnose rimasero impassibili, ma c'era una scintilla buia nel suo sguardo. «Per studenti con evidenti deficit di attenzione selettiva e un'ego spropositato, sì. È l'unico metodo applicabile.»
In quel preciso istante, mentre il suo piede mi teneva letteralmente in scacco, capii due cose fondamentali. La prima: Anna non mi stava solo provocando per il gusto di farlo. Mi stava addestrando a restare presente. A non fuggire. La seconda: con me, il rigore e la disciplina non avevano mai funzionato, ma se il desiderio veniva trasformato in una regola... io diventavo fottutamente ubbidiente.
Tolse il piede, ritirando la gamba sul divano con la solita grazia raffinata. Il vuoto di quel contatto mi lasciò la pelle infreddolita e la testa improvvisamente, dolorosamente lucida.
Raddrizzai la schiena, presi il foglio della deposizione e lo lessi. Ma lo lessi davvero. Niente scorciatoie. Niente voli pindarici. «Il terzo punto debole,» dissi, con una voce stranamente ferma, «è che la testimone usa le stesse esatte parole contenute nella relazione della polizia postale. Una relazione che, in quella data, non era ancora stata depositata agli atti. Ha imparato a memoria un testo che non avrebbe dovuto vedere.»
Anna si bloccò, la penna a mezz'aria. Abbassò lo sguardo sulle sue carte, controllando la discrepanza, poi rialzò gli occhi su di me. «Vedi?» mormorò, il tono meno affilato del solito. «Quando smetti di disperderti nel tuo caos, funzioni.»
Mi passai una mano dietro la nuca. «Mi stai dicendo che il tuo segreto didattico, il tuo infallibile metodo di studio, è calpestarmi nel mio stesso salotto?»
«Sto dicendo che la tua attenzione è pigra, Alessandro. Ha bisogno di confini. Di conseguenze.» «Punizioni?» chiesi, sostenendo il suo sguardo. «Anche.» «E ricompense?»
Il silenzio che riempì la stanza fu denso come mercurio. Anna non rispose subito. Il suo viso delicato non tradì emozioni, ma il suo respiro sollevò la stoffa della maglia appena un po' più del normale. Poi, con una calma che mi fece accelerare i battiti, disse: «Se ti impegni, se decidi di esserci davvero... posso valutare un sistema di incentivi.»
Mi sporsi in avanti, i gomiti sulle ginocchia. «Incentivi?» «Ricompense.» «Sessuali?» azzardai, il sangue che mi martellava nelle vene.
I suoi occhi non vacillarono. «Reciproche.»
Quella parola cambiò tutto. Reciproche. Non era Anna che usava me. Non era un gioco a senso unico. Era un patto. Un contratto in cui lei prendeva il controllo logistico, ma entrambi desideravamo e ottenevamo ciò che stava bruciando sotto le ceneri da giorni.
Anna si raddrizzò, assumendo l'aria di chi sta dettando le clausole di un accordo prematrimoniale. «Prima regola: niente telefono durante il lavoro. Seconda regola: niente distrazioni su Val quando siamo dentro questo patto. Terza: niente battute ciniche per scappare quando le cose si fanno serie. Quarta: se uno dei due dice basta, è basta. Il limite è assoluto.» Deglutii. «Mi sembra... strutturato.» Lei mi puntò un dito contro. «Quinta regola, la più importante. Ogni singola ricompensa si guadagna con un risultato concreto sul caso. E, soprattutto, niente scuse del tipo "è successo per caso". Te ne assumi la responsabilità.»
Sorrisi, sentendo un fuoco liquido divamparmi dentro. «Quindi, se faccio il bravo...»
«Non usare quella voce,» mi fulminò lei. «Quale voce?» «Quella da idiota soddisfatto. L'incentivo non è un regalo.» «E cos'è?» «È una conseguenza logica,» sentenziò. «Se lavori. Se resti presente. Se non usi la tua cotta storica come scusa per alienarti dalla realtà. Se non trasformi ogni cazzo di desiderio che provi in un maledetto incidente.»
Annuii, lentamente. Aveva appena chiuso ogni mia via di fuga. Ed era la sensazione più eccitante della mia vita. «D'accordo,» dissi. «Mettimi alla prova.»
Anna non perse un millesimo di secondo. Afferrò una risma di fogli e me li fece scivolare sul tappeto. «Dieci minuti,» ordinò, implacabile come un cronometro. «Sono tutti gli screenshot depositati dall'accusa. Guardali. E trovami qualcosa che sia un dato oggettivo, non una delle tue fantasie narrative.»
Accettai la sfida. Abbassai la testa sui fogli. Questa volta non finsi di leggere. Il patto, la vicinanza di Anna, il profumo della sua pelle che ancora mi aleggiava sotto il naso... tutto convergenze in una concentrazione feroce.
Sfogliai il primo screenshot. La chat tra l'imputato e la collega. Sfogliai il secondo. Il terzo. Le date combaciavano. I testi erano coerenti. Stavo per arrendermi e ammettere la sconfitta, quando l'occhio mi cadde sull'intestazione superiore delle immagini.
Tornai indietro. Presi il primo foglio e lo affiancai al quarto. Li fissai. Il mio cervello scattò, unendo i pezzi di un puzzle che chiunque altro avrebbe ignorato.
«Anna,» chiamai, la voce piatta. «Il tempo non è scaduto.» «Non mi serve altro tempo.»
Lei si sporse in avanti, aggrottando le sopracciglia naturali e definite. «Cos'hai trovato?»
Misi i quattro fogli in fila sul tappeto. «Questi screenshot... non sono fratelli. Non vengono dallo stesso telefono.» «Prego?» «Guarda qui,» dissi, indicando la barra di stato del telefono nelle stampe. «In questo screenshot la barra superiore è alta quaranta pixel, l'icona della batteria è piena e c'è il simbolo del Wi-Fi. In quest'altro, che temporalmente dovrebbe essere di due secondi dopo, la barra è leggermente più stretta, il font dell'orario ha una spaziatura diversa e la batteria è a metà. Inoltre, in questa terza immagine manca una frazione della cornice verde del messaggio inviato. Non sono quattro foto scattate in sequenza dallo stesso dispositivo.»
Anna scese dal divano, mettendosi in ginocchio sul tappeto accanto a me. I nostri gomiti si sfiorarono. Prese i fogli, avvicinandoli al viso. I suoi occhi volarono da un'immagine all'altra, analizzando i metadati stampati in calce, le proporzioni, i pixel.
Si immobilizzò. La sua bocca si schiuse in una muta espressione di stupore. Poi, come un predatore che ha appena sentito l'odore del sangue, il suo cervello tradusse la mia osservazione pratica nella lingua delle aule di tribunale.
«Catena di custodia digitale compromessa,» mormorò, la voce carica di un'elettricità spaventosa. «Tradotto per noi comuni mortali?» chiesi, godendomi il suo shock.
Anna si voltò verso di me. Il suo viso era così vicino che potevo contare le sue ciglia. «Significa che questi non sono screenshot originali. Sono immagini modificate, ricreate o montate da fonti diverse. Possiamo costringere Val e Vittoria a difendere l'affidabilità e la provenienza della prova, ancor prima di dover difendere il nostro imputato. Abbiamo appena distrutto l'architrave della loro accusa.»
Avevo trovato la crepa. Il primo, vero vantaggio processuale della nostra squadra.
E Anna... Anna era devastata. La guardai mentre fissava i fogli, divisa tra la pura gioia accademica per la scoperta e il profondo, viscerale fastidio di dover ammettere che io, lo svogliato, l'incidente vivente, il ragazzo innamorato di un’altra, avevo appena risolto il caso con un colpo di genio.
Il suo metodo, fuso con il mio caos, era una macchina da guerra. Lasciò cadere i fogli sul tappeto, alzò gli occhi su di me e, per la prima volta, non ci vidi dietro nessun muro. C'era solo l'ammissione bruciante che l'accordo era siglato. E che io, quel fottuto primo incentivo, me l'ero appena guadagnato.
Il silenzio si riprese la stanza, ma questa volta non era carico di frustrazione. Era spesso, vibrante, quasi solido. La consapevolezza della falla nel sistema dell’accusa era appesa tra noi, ma c’era qualcos’altro. Qualcosa di molto più primitivo.
Io ero ancora seduto sul tappeto. Anna teneva gli screenshot in mano. I suoi occhi castani, grandi e luminosi, mi scrutavano con un’intensità che le aveva completamente cancellato quell’aria tranquilla e distaccata di cui si faceva sempre scudo.
«Quindi?» chiesi, la voce che mi uscì più roca di quanto avessi calcolato. Lei abbassò lentamente i fogli. «Quindi hai trovato qualcosa di utile.» «Utile quanto?» «Abbastanza.» «Abbastanza per cosa, Anna?»
