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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 4
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Capitolo 4 di 12 28 min di lettura

Sotto il Piede della Perfettina

Tra il richiamo luminoso di Val e il controllo glaciale di Anna, Alessandro scopre che studiare con la collega sbagliata può diventare una trappola molto più oscena del previsto.
Nel salotto di casa, la difesa si trasforma in un patto fatto di regole, gelosia e ricompense pericolosamente intime.

Alessia
3 mesi fa · 781 letture · 3

«Secondo noi,» esordì Val, picchiettando l'estremità di una penna sulle labbra carnose e ben disegnate, «il punto non è solo che il vostro imputato abbia manipolato le chat. È che ha preparato il terreno prima. Ha creato un contesto ambientale, seminando dubbi sulla vittima per mesi. Ha fatto sembrare inevitabile una versione che invece era chirurgicamente costruita a tavolino.

Il silenzio calò sul tavolo. Val mi guardò con quegli occhi chiari, penetranti e luminosi, e io sentii una fitta di purissima ammirazione. Non stava improvvisando. Aveva letto tra le righe del fascicolo, unendo i puntini con una lucidità spaventosa. Era spontanea, goffa magari quando rovesciava lo zucchero, ma intellettualmente era una fottuta lama. E la cosa mi faceva impazzire di desiderio.

Accanto a me, Anna si irrigidì. Potevo percepire il gelo irradiarsi dalla sua sedia. La linea della sua mascella leggera si contrasse in modo quasi impercettibile. Aveva appena capito che la ragazza di fronte a noi non era solo un disturbo ormonale del suo co-difensore: era un'avversaria che poteva distruggere la nostra teoria del caso in dieci minuti netti.

Vittoria, che fino a quel momento aveva finto di disinteressarsi alla conversazione sfogliando una rivista di gossip nascosta dentro un testo di Diritto Privato, alzò lo sguardo su di me. «Ti vedo pallido, Ale,» disse, con quella sua solita voce tagliente e ironica, la comicità crudele di chi ti conosce troppo bene. «È perché stai capendo che perderai malamente, o perché Anna ti ha vietato l'assunzione di zuccheri prima del verdetto?»

Sorrisi, cercando di dissimulare il colpo che Val ci aveva appena inferto. «Entrambe le cose sono oggetto di ricorso nelle sedi competenti.»

Val scoppiò a ridere, una risata solare e genuina che mi fece venire voglia di scavalcare il tavolo. Anna, invece, non rise. Il suo sguardo castano rimase fisso sulle carte, calmo, diretto, ma carico di una tensione spaventosa. La guerra, quella vera, era appena iniziata. E il mio problema principale era che, pur dovendo combattere per la mia difesa, facevo un tifo spudorato per l'accusa.

Tre ore dopo, il nostro bunker domestico odorava di inchiostro, frustrazione e rassegnazione. Vittoria era rimasta a dormire da Val, lasciando me e la Perfettina soli nel nostro disastro processuale.

Eravamo completamente bloccati. Avevamo davanti la lista degli screenshot da contestare, la ricostruzione della catena di custodia digitale e i punti deboli della teoria dell'accusa, ma non riuscivamo ad andare avanti. Anna era più nervosa del solito. Muoveva la penna con gesti secchi, mentre io passavo il tempo a fissare una crepa sul muro, con la mente persa nel sorriso di Val in biblioteca.

Il mio telefono, appoggiato a faccia in giù vicino al mio gomito, vibrò. Un suono secco. Lo schermo si illuminò leggermente, riflettendo la notifica sul tavolo. Sapevo che era Val. Me lo sentivo nello stomaco. Non lo presi, non lo girai, ma il mio sguardo indugiò su quel rettangolo luminoso per un secondo di troppo.

«Riga dodici,» disse Anna, la voce affilata come un bisturi.

Sbattei le palpebre, riportando gli occhi sul fascicolo. «Eh?» «Appunto.» «Stavo pensando,» provai a difendermi.

Anna sollevò il viso. «No, Alessandro. Quando pensi hai l’espressione di uno che sta disperatamente fingendo di capire un concetto astratto. Questa è diversa.» «Anna, dai...»

«Cosa ti ha detto?» «Chi?» Lei appoggiò le mani piatte sul tavolo. «Non insultare entrambi fingendo di non sapere di chi parlo.»

La fissai. Non stava dicendo mi dà fastidio che ti scriva. Stava dicendo mi dà fastidio che ti distragga dal mio processo. Usava il controllo accademico per mascherare una gelosia glaciale, spietata, che le bruciava dentro perché non tollerava che io avessi un altrove emotivo. E questo, in qualche modo malato, la rendeva ancora più magnetica.

«Niente di rilevante ai fini del processo,» risposi, abbassando il tono della voce. Anna mi guardò per un altro istante, gli occhi scuri indecifrabili, poi chiuse il fascicolo di scatto. «Pausa. Quindici minuti. Se non riaccendi il cervello, stasera non finiamo.»

Si alzò e sparì in bagno. Io rimasi in cucina, respirando a fatica nell'aria densa che aveva lasciato.

Quando tornò in salotto, non era più la studentessa corazzata della biblioteca. Era passata in camera di Vittoria e si era cambiata, abbandonando la camicia rigida e i pantaloni sartoriali. Quello che vidi mi ammutolì.

Indossava un paio di pantaloncini di cotone grigio, incredibilmente morbidi e corti, che le fasciavano i fianchi e lasciavano scoperte le gambe snelle, dalla pelle chiara e luminosa. Sopra, aveva infilato un cardigan sottile color panna, lasciato sbottonato sopra una canottiera aderente che assecondava la linea delicata del busto e la forma del décolleté presente ed elegante. I capelli lunghi e castani non erano più perfetti: li aveva raccolti alla rinfusa sulla nuca con una pinza di plastica, lasciando sfuggire un paio di ciocche ribelli che le accarezzavano il collo lungo e le spalle strette. Il trucco era sparito, rivelando un viso più stanco ma infinitamente più bello, con le labbra carnose al naturale.

E, dettaglio fatale, era completamente scalza. Non l'avevo mai vista scalza. C'era un'intimità disarmante in quei piedi nudi sul pavimento di casa mia.

Senza dire una parola, si sedette sul divano di fronte al tavolino basso dove avevamo spostato alcuni documenti. Tirò su una gamba, piegando il ginocchio al petto e appoggiando il tallone nudo sul bordo del cuscino. Con naturalezza assoluta, allungò una mano verso il beauty case che aveva portato con sé, ne estrasse una boccetta di smalto nero, la svitò e iniziò a passarsi il colore sulle unghie dei piedi, tutto mentre teneva un fascicolo aperto sull'altra gamba.

Rimasi bloccato sulla sedia della cucina a fissarla. L'odore aspro e chimico dello smalto si mescolò al profumo dolce della sua crema idratante, creando un'atmosfera densa, "casereccia" ma di un erotismo insostenibile. Anna si piegava in avanti, il cardigan che scivolava da una spalla, esponendo la pelle nuda e la spallina del reggiseno. Le sue dita, sottili e precise, stendevano il nero lucido con la stessa metodica ossessione che usava per evidenziare una sentenza.

Non era l'Anna formale che perdeva il controllo. Era un'Anna domestica, rilassata, che scopriva di poter esercitare un dominio totale su di me semplicemente respirando nel mio salotto con i piedi nudi e lo smalto fresco.

Soffiò delicatamente sulle dita del piede, le labbra piene che si arricciavano appena. Il suo piede si tese, le dita si piegarono leggermente nell'aria, e l'arco plantare disegnò una curva perfetta prima che lei appoggiasse la pianta sul pavimento freddo, sfiorando la pila di fogli della testimonianza.

«Guarda che se continui a fissarmi la caviglia non troverai la soluzione per invalidare la catena di custodia digitale,» mormorò, senza nemmeno alzare la testa, intingendo di nuovo il pennellino nella boccetta nera.

Deglutii. La mia bocca era improvvisamente arida. «Stavo solo notando... il contrasto cromatico.» «Il nero è l'unico colore accettabile per chi deve mantenere il sangue freddo,» rispose lei, spostando l'attenzione sull'altro piede.

Mi alzai lentamente dalla sedia. Attraversai la stanza e mi fermai accanto al divano, guardandola dall'alto. Potevo vedere l'ombra dell'ombelico sopra l'elastico dei pantaloncini morbidi e la linea piatta dell'addome. «Tu sei un paradosso, lo sai?» le dissi, la voce che scendeva di un'ottava. «Ti metti lo smalto mentre leggi di un reato informatico. Nel mio salotto.»

Anna posò il pennellino. Chiuse la boccetta con cura. Poi alzò lentamente il viso verso di me. Gli occhi castani e grandi erano due pozzi scuri, privi di quell'espressione aggressiva che usava in aula, sostituiti da una calma che mi mandò a fuoco le vene. «Io faccio quello che serve per vincere, Alessandro. Anche se significa occupare il tuo salotto.» Si allungò per prendere un foglio dal tavolino. Il movimento le fece sbilanciare il busto verso di me, e per un istante il suo ginocchio nudo, ancora umido di crema, sfiorò la stoffa dei miei pantaloni.

Fu un contatto infinitesimale. Ma la stanza si accese. Non si ritrasse. Rimase in quella posizione precaria, il viso sollevato verso il mio, i capelli mossi e disordinati che le cadevano sulla guancia. Potevo sentire il suo respiro corto. L'aria era così satura di tensione che avrei potuto tagliarla con un coltello.

«Il problema è che non so più per cosa stai cercando di vincere,» le dissi, abbassandomi impercettibilmente verso di lei. «Per il processo, o contro di me?»

«Entrambe le cose,» sussurró Anna. Le sue labbra, gonfie e naturali, si dischiusero, attirando il mio sguardo con una forza gravitazionale.

Rimasi lì, paralizzato, con il profumo aspro dello smalto e quello dolce della sua pelle che mi annebbiavano i sensi. Anna mi teneva in pugno, scalza, con il trucco stanco e un fascicolo sulle ginocchia, e io ero a un passo dal piegarmi in avanti e mandare al diavolo la difesa, il processo e l'ultimo briciolo della mia sanità mentale.

Ero seduto a terra, a gambe incrociate sul tappeto del mio stesso salotto, circondato da un mare di scartoffie che minacciava di inghiottirmi. Anna era sul divano, un gradino sopra di me, il fascicolo aperto sulle cosce scoperte dai pantaloncini morbidi che indossava.

Il mio cervello, però, era rimasto fermo al corridoio della facoltà. A Val, al suo sorriso genuino, alla promessa di quel caffè nostro. Cercavo disperatamente di aggrapparmi a quell'immagine luminosa, a quella complicità facile e priva di spigoli, ma la verità era che facevo una fatica maledetta. Perché Val era un'idea bellissima nella mia testa, ma Anna era una realtà carnale, spigolosa e dominante a meno di mezzo metro da me.

Il mio telefono vibrò accanto al ginocchio. Lo afferrai con un riflesso condizionato, sperando in un messaggio.

«Terzo punto debole della testimonianza dell'amica,» recitò Anna, la voce piatta e autoritaria, ignorando la mia distrazione. Scorsi lo schermo, non c'era nessuna notifica utile. Lo riappoggiai. «Il contesto,» risposi a caso, buttando lì la prima parola che mi passava per l'anticamera del cervello. «Patetico.»

Prima di andare avanti…

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