L’eco dei nostri respiri pesanti rimbalzava contro il metallo freddo degli scaffali. L’odore asettico di carta vecchia si era fuso con quello muschiato del sesso, del sudore e della foga. Eravamo ancora lì, a pochi centimetri di distanza, i corpi svuotati ma le menti ancora in cortocircuito.
Non ci fu nessuna tenerezza improvvisa. Nessun abbraccio morbido, nessuna carezza romantica per addolcire i contorni di quello che era appena successo. Non eravamo quel tipo di persone. La collisione era stata brutale, nata dalla gelosia, dall'adrenalina processuale e da una fottuta incapacità di starci lontani. E ora, le conseguenze ci stavano piovendo addosso.
Anna si staccò lentamente dallo scaffale. Il suo respiro era ancora irregolare, il petto che si alzava e si abbassava sotto la seta chiara. I suoi capelli castano scuro, di solito disciplinati in una piega perfetta, erano un groviglio selvaggio che le ricadeva sulle spalle e le sfiorava il viso arrossato. Le sue labbra piene e carnose erano gonfie, prive del lucidalabbra perfetto, segnate dai miei baci.
La guardai mentre cercava di ricomporsi. Di solito, Anna impiegava tre secondi netti per rimettersi la sua fottuta armatura. Ma non questa volta.
Mentre tentava di riallacciare i bottoni superstiti della camicia, notai un dettaglio che mi bloccò il respiro in gola: le sue dita sottili, quelle mani curate che impugnavano la penna come uno scettro, stavano tremando. Un tremore reale, incontrollabile, che la costrinse a fermarsi per un secondo. L'avevo smontata. L'avevo spinta oltre la soglia del suo maniacale controllo, e ora ne stava pagando il prezzo fisico.
Si accorse del mio sguardo. La mascella leggera le si contrasse e, con uno sforzo di volontà sovrumano, si impose di raddrizzare la schiena, aggrappandosi all'unico salvagente che conosceva: la procedura.
«Domani,» esordì, la voce ancora un po' rauca che cercava disperatamente di ritrovare la sua freddezza chirurgica, «dobbiamo chiedere l’acquisizione integrale dei messaggi esclusi. Dobbiamo costringere l'accusa a depositare l'intero log della chat.»
Mi sistemai la cintura dei pantaloni, senza staccare gli occhi dai suoi. «Anna.»
«La testimone ha ammesso il filtro a verbale,» continuò lei, ignorandomi, stringendo il suo fascicolo contro il petto nudo sotto la camicia mezza sbottonata, usandolo come uno scudo. «Non abbiamo finito.»
Feci un passo verso di lei, azzerando di nuovo la distanza, invadendo il suo spazio. La guardai negli occhi, quegli occhi scuri e grandissimi che stavano cercando di scappare. «No,» risposi, abbassando il tono della voce. «Infatti.»
Il doppio senso cadde tra noi come una mannaia. Non stavo parlando del fascicolo. Non stavo parlando del processo o del controinterrogatorio. Stavo parlando di noi. Di quello che c'era in quella stanza.
Per la prima volta da quando la conoscevo, Anna non ebbe una risposta pronta. Aprì la bocca, ma non uscì nulla. Le sue certezze evaporarono sotto il peso di quella verità. La vidi deglutire, gli occhi che diventavano lucidi per una frazione di secondo prima di indurirsi di nuovo. Il mare. La sabbia. Val. Era tutto lì, tra noi, un fantasma ingombrante che il sesso non aveva esorcizzato, ma solo reso più evidente.
«Non voglio essere il posto in cui torni quando il mare finisce, Alessandro,» mormorò.
La frase mi trafisse il petto. Non l'aveva urlata. L'aveva detta con una freddezza che nascondeva una vulnerabilità straziante. Era il suo modo di dirmi che sapeva dell'odore di salsedine, che sapeva di Val, e che il suo orgoglio non le avrebbe mai permesso di essere il premio di consolazione di nessuno.
«Non sono tornato per quello,» replicai d'istinto, la voce tesa. Era la verità. Non l'avevo cercata per fuggire da Val; l'avevo cercata perché con lei bruciavo in un modo che non potevo ignorare.
Anna mi fissò, e il suo sguardo si fece spietato, affilato dal dolore. «Tu non torni mai per qualcosa,» sentenziò, la voce che scendeva come una sentenza definitiva. «Ti lasci trovare dove fa più comodo sanguinare.»
Incastrato. Annientato. Era crudele, ma fottutamente vero. Non seppi cosa rispondere. Rimasi in silenzio, mentre lei finiva di sistemarsi la gonna a matita, recuperava il controllo dei suoi lineamenti e si voltava verso la porta, pronta a tornare nel mondo reale, lasciandomi a fare i conti con le macerie del mio stesso egoismo.
Uscimmo dal magazzino separatamente, scivolando nei corridoi dell'università come due estranei che per caso condividevano la stessa aria. L'adrenalina del sesso era evaporata, sostituita da una tensione sorda, metallica.
Mentre camminavamo verso l'uscita del dipartimento, il mio telefono vibrò nella tasca della giacca. Subito dopo, sentii il segnale acustico provenire anche dalla borsa di Anna. Mi fermai vicino alle macchinette del caffè e sbloccai lo schermo.
Era un'e-mail ufficiale. Mittente: professor Nardi, con il tutor in copia. Lessi il testo, e il sangue mi si gelò nelle vene.
“A seguito di quanto emerso nell'udienza odierna, la difesa è autorizzata a richiedere formalmente l’acquisizione integrale della sequenza di messaggi originali. Domani, ore 9:00: discussione sull’ammissibilità della prova e prosecuzione del controesame della testimone.”
Alzai gli occhi. Anna aveva appena letto la stessa e-mail. Il suo viso ovale si era trasformato. La vulnerabilità del magazzino era sparita. Al suo posto c'era un predatore che aveva appena fiutato il sangue.
Quella comunicazione era il cliffhanger definitivo. Era il varco che avevamo aperto con la mia domanda. Ma per usarlo, per vincere, dovevamo infilarci dentro le budella dell'accusa e tirare fuori tutto lo sporco. Se avessimo costretto l'acquisizione dei messaggi esclusi, avremmo dimostrato che la prova era stata inquinata. Avremmo ribaltato il processo. Avremmo vinto.
Ma c'era un problema grosso come una casa. Se avessimo fatto emergere quei messaggi, la testimone sarebbe crollata, e Val – il pubblico ministero che aveva costruito il caso su quella prova, la ragazza solare e genuina che mi aveva chiesto di essere vero con lei – sarebbe stata messa in una difficoltà enorme, professionale e personale. Umiliata davanti a Nardi.
Guardai Anna. Lei strinse il telefono, gli occhi che brillavano di un'ambizione pura, fredda e calcolatrice. Lei voleva affondare la lama. Voleva distruggere Val, l'accusa e la testimone, non solo per vincere il caso, ma per sancire il suo dominio totale, in aula e nella mia testa.
Io, invece, fissavo lo schermo sentendo lo stomaco stringersi in una morsa. Volevo vincere. Cazzo se volevo vincere. Ma volevo farlo dimostrando di essere un avvocato, non diventando una fottuta macchina crudele e senz'anima.
Misi il telefono in tasca, mentre il silenzio tra me e Anna si caricava di un peso insopportabile.
Val mi aveva chiesto di non regalarle niente, stringendomi la mano nel buio. Anna mi aveva insegnato a non tremare, spingendomi oltre i miei limiti contro uno scaffale di metallo. Ora, il fascicolo mi stava offrendo il modo perfetto, chirurgico e inequivocabile per obbedire a entrambe.
Ed era esattamente per questo che mi faceva una fottuta paura.
Com'è finora?
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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