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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 8
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Capitolo 8 di 14 22 min di lettura

Scopata in archivio dopo la prima udienza

Il primo appello travolge la simulazione: Ale tiene testa a Val senza umiliarla e apre un varco decisivo nel caso.
Anna, divorata da gelosia ed eccitazione, lo trascina in archivio e perde finalmente il controllo.

Alessia
2 mesi fa · 916 letture · 0

Anna sbatté il suo fascicolo su un banco di metallo. Era fredda come il marmo, ma il suo petto si alzava e si abbassava troppo velocemente. Sotto la superficie, l'adrenalina e la furia stavano straripando.

«Hai esitato,» sibilò, puntandomi un dito contro il petto. «No. Ho scelto dove colpire,» ribattei, non indietreggiando di un millimetro. «Hai protetto Val!» accusò lei, gli occhi castani che mi incenerivano. «Ho protetto la domanda, Anna! Se attacco lei, se attacco la vittima, sembro disperato e perdo la corte. Se attacco la prova, vinco. E l'ho fottutamente fatto.»

La frase la mandò in crisi. Le parole le morirono in gola, perché sapeva che avevo ragione. Avevo usato il suo metodo, la sua arma, ma non ero diventato lei. Non ero stato una macchina spietata. Ed era questo a farla impazzire di eccitazione e rabbia.

Anna deglutì, cercando disperatamente di riprendere le redini. Si raddrizzò, alzando il mento. «Non montarti la testa.» «Troppo tardi,» le risposi, accorciando la distanza tra noi. «Oggi hai funzionato perché ti ho preparato io. Perché ti ho costretto a studiare.» «Oggi ho funzionato perché ho scelto io come usare quello che mi hai insegnato.»

Quella fu la scintilla finale. Anna era gelosa marcia di Val, eccitata fino al midollo dalla mia performance in aula, e terrorizzata dal fatto che stavo diventando autonomo. E io, dall'altra parte, ero ubriaco di adrenalina. Avevo tenuto testa a Val, avevo spaccato l'accusa, e ora avevo davanti a me la Perfettina che mi guardava non come un esperimento fallito, ma come qualcosa di pericoloso. E irresistibile.

«Ti è piaciuto?» sussurrò Anna, la voce roca, tagliente. «Cosa?» «Vederla incassare il colpo. Sapere che l'hai battuta.» Feci un altro passo. Il mio petto sfiorò il suo. «Mi è piaciuto non tremare davanti a lei.» «Bugia elegante,» mormorò lei, il respiro che le si spezzava.

Alzai una mano e gliela posai sul fianco. «E a te? Ti è piaciuto vedermi farlo?»

Anna non rispose. I suoi occhi si dilatarono, le labbra si schiusero. Capii tutto in quell'istante. Non c'era più nessun addestramento. Nessuna penale. Nessuna ricompensa.

Le presi il viso tra le mani e la baciai. All'inizio, Anna provò a respingermi. Mi spinse il petto con i palmi, una resistenza di puro principio, un riflesso condizionato per non cedere il controllo. Ma durò un secondo. Le sue mani si aggrapparono ai risvolti della mia giacca, tirandomi contro di lei con una forza animale.

Rispose al bacio con una ferocia inaudita. Aprii la bocca e le nostre lingue si scontrarono, si intrecciarono in una lotta per il predominio. I baci erano duri, bagnati, disperati. Non c'era dolcezza, solo una collisione emotiva violentissima. La spinsi contro gli scaffali di metallo. L'impatto fece tremare i faldoni polverosi.

«Se vuoi che mi fermi, lo dici,» ansimai contro la sua bocca, tenendole i polsi bloccati contro il metallo freddo. Gli occhi di Anna erano fiamme scure. «Se ti fermi adesso, Alessandro, ti odio davvero.»

Fu l'unico consenso di cui avevamo bisogno. La mia bocca scese sul suo collo. Anna buttò la testa all'indietro, inarcando la schiena contro lo scaffale, un gemito sordo che le sfuggì dalle labbra. Le mie mani non furono delicate. Sbottonai la camicia di seta con un'urgenza febbrile, facendone saltare un bottone che tintinnò sul pavimento, mentre lei armeggiava con la mia cintura, slacciandola con dita tremanti.

Le tirai giù la zip della gonna a matita, infilando le mani all'interno, afferrando i suoi glutei sodi attraverso il tessuto sottile dell'intimo. Anna ansimava, le unghie che mi graffiavano le spalle attraverso la camicia. Non dettava più regole. Non c'erano più sguardi altezzosi. C'era solo pelle, sudore, l'odore asettico del magazzino e il profumo del suo desiderio.

Le spostai l'intimo di lato. Era già bagnatissima, bollente. La sollevai per i fianchi e lei capì immediatamente, avvolgendo le gambe attorno alla mia vita, agganciando le caviglie dietro la mia schiena. Aprii la camicia sbottonata, esponendo il reggiseno di pizzo nero. Abbassai le coppe, liberando i suoi seni pieni, e presi un capezzolo turgido tra le labbra. Lo succhiai e lo morsi leggermente. Anna soffocò un urlo, stringendomi i capelli e tirandoli per tenermi premuto contro di lei, mentre il suo bacino si muoveva disperatamente contro di me, cercando attrito.

Abbassai i boxer. Guidai l'erezione pulsante contro la sua fessura umida. Feci una pressione decisa. L'ingresso fu stretto, un guanto di carne caldissimo che mi avvolse togliendomi il fiato. Anna sgranò gli occhi, il petto che si sollevava furiosamente, e per un momento il suo viso si contrasse. Cercò di mantenere quell'espressione dura, sicura di sé, ma le labbra le tremarono, tradendo una fragilità e un piacere che le stavano smantellando l'anima. Affondai completamente dentro di lei.

«Cazzo, Anna...» gemetti, la sensazione delle sue pareti che si contraevano attorno a me che mi mandava in corto circuito il cervello.

Cominciai a muovermi. Ritmi decisi, profondi, senza sconti. L'impatto dei nostri corpi rimbombava nel piccolo magazzino. La sbattevo contro lo scaffale di metallo a ogni spinta. Lei mi prese il viso tra le mani, sporcandosi di rossetto, e mi baciò ancora, una furia di denti e lingue, mentre i nostri respiri diventavano un unico rantolo spezzato.

Mangiavo la sua pelle, scendendo di nuovo sul suo seno, leccando e mordendo la carne morbida, mentre lei mi conficcava le unghie nella schiena. Non stavo cercando di meritarla. La stavo prendendo. E lei si stava lasciando prendere.

L'intensità era spaventosa. Nessuno dei due voleva cedere. Le parole che ci eravamo urlati in aula e nel corridoio si trasformavano in spinte e gemiti. «Questa...» ansimai, ritirandomi quasi del tutto per poi affondare fino in fondo, «questa non era una ricompensa, vero?»

Anna rovesciò la testa all'indietro. Le sue cosce si strinsero intorno ai miei fianchi come una morsa d'acciaio. «No,» rantolò, il viso deformato da un piacere crudele. «Allora... cos'era?» Mi guardò, gli occhi lucidi, le guance arrossate. «Una conseguenza...» Spinsi più forte, colpendola nel punto nevralgico che la faceva inarcare. «Di cosa?» «Di te... che finalmente hai smesso... di tremare.»

L'orgasmo la investì come un treno merci. La sentii contrarsi violentemente attorno al mio cazzo, le sue pareti che mi spremevano a ondate caldissime e ritmiche. Anna urlò il mio nome contro il mio collo, le unghie che mi lasciavano solchi rossi sulle spalle, perdendo ogni singolo brandello di controllo e dignità accademica.

Il suo piacere mi trascinò oltre il limite. Mi spinsi contro di lei un'ultima, disperata volta, e mi svuotai dentro di lei con un gemito rauco, il corpo scosso da spasmi inarrestabili.

Rimanemmo lì, schiacciati contro lo scaffale, i vestiti a brandelli, i petti che si alzavano e si abbassavano in un ritmo frenetico, sudati e devastati. Lentamente, la feci scivolare giù, finché i suoi piedi non toccarono il pavimento polveroso.

La guardai. Aveva i capelli scompigliati, il rossetto sbavato, la camicia mezza strappata. Era la cosa più bella e letale che avessi mai visto. Sorrisi, un sorriso arrogante, esausto, carico di consapevolezza.

Anna si passò una mano tra i capelli, cercando di ricomporsi, ma quando vide il mio sguardo, si bloccò. «Non fare quella faccia,» mi intimò, la voce che tremava ancora per l'adrenalina. «Quale faccia?» «Quella di uno che crede di avermi vinta.»

Mi accostai al suo orecchio, sfiorandole il lobo con le labbra. «E tu non fare quella di una che ha una fottuta paura che sia vero.»

Il neon sfarfallante del magazzino gettava una luce malata sulle sagome dei faldoni impolverati, ma in quel momento era l’unico mondo che esisteva.

Prima di andare avanti…

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