Il silenzio in aula fu pesantissimo. Era una frase bellissima. Umana. Inattaccabile dal punto di vista morale. Val aveva preso la nostra strategia fredda e tecnica e l'aveva fatta scontrare con l'empatia. Era brava da far paura.
Nardi annuì lentamente, poi puntò i suoi occhi da falco su di me e Anna. «Difesa, attenzione,» ammonì il professore, la voce carica di avvertimento. «L'argomentazione dell'accusa è solida. Se la vostra linea è la manipolazione, dovete dimostrare l'esistenza di un filtro consapevole. Non basta evocarlo per creare il ragionevole dubbio.»
Accanto a me, Anna si irrigidì. Potevo percepire la sua temperatura corporea scendere sotto lo zero. La sua mascella leggera ma definita si contrasse in modo impercettibile. Aveva preparato tutto, ma l'umanità di Val stava per smontare il nostro castello di carte. Anna capì che la sua ferocia chirurgica non bastava più. Serviva il mio carisma. Serviva qualcuno che sapesse ballare sul filo del rasoio.
Senza guardarmi, Anna fece scivolare un foglio a quadretti verso il mio gomito. Sopra, scritto con la sua inconfondibile calligrafia spigolosa in inchiostro nero, c'era una sola parola.
Adesso.
Feci un respiro profondo e mi alzai. Val spostò lo sguardo su di me. I suoi occhi chiari, solitamente pronti all'ironia, erano due lame. “Domani in aula non mi regalare niente”, mi aveva sussurrato la sera prima, stringendomi la mano nel buio. E io, per la prima volta nella mia vita, avevo intenzione di mantenere una promessa.
Non la attaccai come persona. Non attaccai la vittima dandole della bugiarda, come avrebbe voluto Anna. Guardai Nardi, poi Val, e scelsi la precisione.
«Nessuno qui sta dicendo che il panico della vittima sia falso,» dissi, modulando la voce per farla suonare calma, quasi conciliante. «La domanda che la difesa pone è un’altra: quando una prova nasce confusa, nel pieno di un trauma, e arriva su questo tavolo perfettamente ordinata, chi ha deciso quell'ordine? Chi ha scelto cosa mostrare alla corte e cosa lasciare fuori?» Feci una pausa, lasciando che le parole sedimentassero. «Il problema non è il dolore della vittima. Il problema è che qualcuno ha preso quel dolore e lo ha trasformato in una sequenza accusatoria a tavolino, prima che la difesa o le indagini potessero verificarla.»
Era la mia terza via. Lontano dal sadismo, lontano dalla vigliaccheria. Val incassò il colpo. Vidi i suoi muscoli tendersi sotto la camicia, ma non crollò. «Una prova ordinata non è automaticamente falsa,» ribatté subito Val, sostenendo il mio sguardo senza indietreggiare di un millimetro.
La guardai negli occhi. «No,» risposi, abbassando il tono della voce per renderlo più incisivo. «Ma una prova selezionatanon è automaticamente completa.»
Fu come sganciare una granata al rallentatore. Il silenzio fu totale. Nardi abbassò la testa e scrisse furiosamente sul suo blocco note. Con la coda dell'occhio, vidi Anna. Mi stava fissando. Per la prima volta da quando avevamo iniziato a lavorare insieme, non avevo improvvisato per strappare un applauso. Avevo costruito un muro di mattoni logici inattaccabile. E a lei, quella dimostrazione di disciplina mista a talento, fece un effetto devastante.
Venti minuti dopo, fu il momento dell'escussione. La testimone principale, l'amica della vittima, si sedette al centro dell'aula. Val condusse l'esame diretto con una delicatezza e un'intelligenza rare. Fece sembrare la ragazza credibile, spaventata, assolutamente sincera.
Quando toccò a me, sentii il ginocchio di Anna sfiorare il mio sotto il tavolo. Un ordine silenzioso. Voleva che affondassi i denti nella giugulare della testimone. Io, invece, mi alzai e mi abbottonai la giacca con una lentezza calcolata.
«Signorina,» iniziai, con tono pacato. «Lei ha ricevuto tutto il materiale dalla sua amica, giusto?» «Sì.» «Lo ha ordinato lei sul suo computer?» «Sì, per aiutare la polizia a capirlo. Era tutto confuso.» «Certo, comprensibile,» annuii, passeggiando lentamente. «Ha scelto lei cosa inserire nella sequenza che poi è stata stampata e depositata?» La ragazza esitò un istante, guardando Val, poi annuì. «Sì.»
Mi fermai. La guardai dritta negli occhi, cancellando ogni traccia di empatia dal mio viso. «Ha escluso qualcosa?»
Il tempo nell'aula sembrò fermarsi. La testimone sbiancò. Aprì la bocca, poi la richiuse. Guardò Val, ma Val, da brava professionista, rimase immobile.
«Io...» mormorò la ragazza, la voce tremante. «Sì. Alcuni messaggi... creavano confusione. Non sembravano importanti ai fini della denuncia. Rischiavano solo di essere fraintesi, quindi... non li ho inclusi.»
Boom. Non avevo dimostrato che la vittima mentisse. Non avevo dimostrato che Val fosse scorretta. Ma avevo appena fatto ammettere alla teste chiave dell'accusa che la prova principe del processo era filtrata, monca, alterata alla fonte.
Il mormorio in aula esplose. Nardi alzò una mano. «Questo cambia il perimetro della discussione,» decretò il professore, la voce carica di gravità. «Difesa, l’integrità della sequenza probatoria diventa ora un punto centrale del dibattimento.»
Mi risedetti. Dall'altra parte dell'aula, Val rimase in piedi. Era seria, i lineamenti del viso induriti. L'avevo ferita professionalmente, ma non l'avevo distrutta. Accanto a lei, Vittoria si massaggiò le tempie con due dita, il suo cinismo naturale sostituito dalla consapevolezza che avevano appena preso una mazzata nei denti.
Mi voltai verso Anna. Non mi stava correggendo gli appunti. Mi stava guardando come se mi vedesse davvero per la prima volta. I suoi occhi castani, grandi e luminosi, erano dilatati. Non avevo fatto il teatrante, non avevo fatto lo stronzo crudele. Avevo fatto la domanda giusta.
L'udienza fu sospesa un'ora dopo. Il corridoio si riempì di studenti vocianti, borse sbattute e adrenalina in calo. Feci per avviarmi verso le macchinette, ma una mano mi afferrò la manica della giacca.
Mi voltai. Era Val. I suoi occhi chiari mi scrutavano. C'era tensione, ma non c'era traccia di quel dramma da soap opera che mi sarei aspettato. Val non mi odiava. Soffriva, certo, ma c'era un rispetto feroce nel modo in cui mi guardava.
«Non mi hai regalato niente,» mi disse, incrociando le braccia al petto. «Me l’avevi chiesto tu,» risposi, sostenendo il suo sguardo. «Lo so.» Deglutii, la maschera da avvocato che scivolava via. «Ti ho fatto male?» Val fece un mezzo sorriso amaro, abbassando gli occhi per un secondo. «Un po’.» Ci fu una pausa. Intorno a noi l'università scorreva, ma eravamo rinchiusi in una bolla. «Però non sei stato scorretto,» aggiunse lei, rialzando il viso. «Era importante?» Val fece un passo verso di me, sfiorandomi il braccio. «Era tutto.»
Il mio petto si allargò. Val non voleva un codardo che le cedesse il passo, ma non voleva nemmeno un cinico spietato. Voleva me. «Oggi eri bravo, Ale,» ammise, con quella sua sincerità disarmante. Sorrisi, il mio ego che si gonfiava. «Solo bravo?» «Non rovinare il complimento cercando una sentenza,» mi ammonì lei, e per un attimo il mare della notte prima tornò a riempirmi i polmoni.
A dieci metri di distanza, appoggiata a una colonna, Anna stava guardando l'intera scena. Non poteva sentire le parole, ma vedeva i corpi. Vedeva Val che non era stata annientata. Vedeva Val che mi rispettava e che, malgrado la botta processuale, mi guardava ancora come un uomo che desiderava ardentemente. E Anna, sotto la sua camicia di seta perfetta, stava bruciando viva.
Non feci in tempo a salutare Val che Anna mi fu addosso. Non disse una parola. Mi afferrò per il polso, le unghie laccate che mi si conficcavano nella pelle, e mi trascinò lungo il corridoio, svoltando bruscamente in un piccolo magazzino usato per l'archivio tesi.
Mi spinse dentro, chiuse la porta con un tonfo secco e girò la chiave. Il magazzino era stretto, illuminato solo da un neon sfarfallante. Odorava di carta vecchia e polvere. Eravamo intrappolati in due metri quadrati.
