Le sfilai gli slip. Lei slacciò i miei pantaloni, aiutandomi a spogliarmi con movimenti intimi, familiari. Mi posizionai tra le sue gambe. Anna piegò le ginocchia, aprendosi per me, gli occhi lucidi fissi nei miei. Non c'era arroganza nel suo sguardo, solo un'attesa vibrante.
Guidai la mia erezione contro il suo ingresso. Era bagnatissima, il suo calore scivoloso mi accolse non appena feci la prima pressione. Entrai in lei lentamente. Millimetro dopo millimetro. Anna chiuse gli occhi, buttando la testa all'indietro sul bracciolo del divano, e si lasciò sfuggire un gemito lungo, morbido, totalmente privo di difese. Le sue pareti interne, strette e bollenti, si modellarono attorno a me, risucchiandomi in un abbraccio di carne che mi fece tremare i polsi.
«Così...» sussurrò lei, le unghie che mi graffiavano dolcemente la schiena, senza la cattiveria dei giorni precedenti.
Iniziai a muovermi. Un ritmo lento, costante, profondo. A ogni affondo, i nostri petti sudati si scontravano. Le baciavo il viso, la mascella, il collo, assaporando il sale della sua pelle. Lei assecondava i miei movimenti, sollevando il bacino per accogliermi più a fondo, le mani intrecciate dietro la mia schiena per tenermi ancorato a sé. Non c'erano regole da rispettare. Non c'era Nardi, non c'era Val, non c'era l'udienza dell'indomani. Eravamo solo Alessandro e Anna, due ragazzi fottutamente stanchi che cercavano conforto l'uno nel corpo dell'altra.
Era fare l'amore, non solo sesso, e la cosa mi terrorizzò. Perché se non stavamo attenti, quella fusione perfetta, quella dolcezza nascosta sotto strati di cinismo, sarebbe diventata la nostra normalità. E da una normalità del genere non sarei mai più riuscito a scappare.
Aumentai il ritmo, guidato dal bisogno e dall'intimità schiacciante di quel momento. I gemiti di Anna si fecero più alti, spezzati. Il suo bacino si muoveva in perfetta sincronia con il mio. Strinsi le sue cosce, affondando con tutta la lunghezza, sentendo il suo centro pulsare contro di me. «Ale...» ansimò lei, aprendo gli occhi, dilatati e persi nel piacere.
Sentii la sua muscolatura interna contrarsi violentemente. Le sue pareti mi strinsero in una morsa liquida e rovente. Il suo orgasmo mi investì, silenzioso ma potentissimo, e mi trascinò con sé. Venni dentro di lei con un grugnito sordo, svuotandomi completamente, il cuore che mi martellava contro le costole come se volesse uscirmi dal petto.
Crollai su di lei, nascondendo il viso nell'incavo del suo collo. Anna mi strinse le braccia intorno alla schiena, accarezzandomi la pelle madida di sudore. Restammo così per minuti interi, ascoltando i nostri respiri tornare regolari nel silenzio del salotto.
Poi, dal tavolo della cucina, arrivò il suono secco e metallico di una notifica.
Il momento si ruppe. La bolla domestica scoppiò. Anna riaprì gli occhi. Anche nuda, sdraiata sotto di me, la sua mente si era già ricollegata al server dell'università. Si scostò dolcemente, si raddrizzò e si infilò di nuovo la mia t-shirt. Io mi tirai su i boxer, passandomi le mani sul viso per svegliarmi.
Tornammo al tavolo. Lo schermo del portatile illuminava la stanza. Era un'e-mail ufficiale. Mittente: Segreteria - Prof. Nardi. Oggetto: Integrazione documentale - Riservato.
Anna cliccò. Il testo dell'e-mail era breve e burocratico: “Si trasmette, in via riservata e su autorizzazione, la sequenza integrale dei messaggi prodotti dalla testimone, inclusi i frammenti precedentemente omessi dall'accusa.”
C'era un file ZIP in allegato. Anna lo aprì con dita che quasi tremavano per l'attesa. Estrasse i PDF e iniziammo a scorrere le schermate. I messaggi originali, evidenziati in giallo, mostravano la conversazione nella sua totalità.
La prima cosa che emerse fu una vittoria schiacciante per noi. «Avevamo ragione,» sussurrò Anna, gli occhi che le brillavano di pura ambizione. «La testimone ha fottutamente filtrato la prova.» I messaggi esclusi da Val mostravano la presunta vittima in una luce molto diversa. Non era la ragazza spaventata e passiva che l'accusa aveva dipinto. Era contraddittoria, a tratti aggressiva, e palesemente confusa. La sequenza smontava la narrazione lineare di Val e rendeva la vittima umana, fallibile, e soprattutto, una testimone inaffidabile. L'accusa si stava sgretolando sotto i nostri occhi.
Ma il mio sguardo scivolò più in basso, su una schermata successiva. Una chat tra il nostro assistito e un suo amico, datata poche ore prima dell'esplosione del caso. Mi fermai. «Aspetta. Torna su.»
Anna aggrottò la fronte, ma scorse la pagina verso l'alto. Lessi il testo del messaggio escluso, inviato dal nostro imputato.
“Lasciala fare. Se pubblica quella roba, le si ritorce contro e la fanno fuori dalla selezione. Anzi, facciamo in modo che lo posti. Io ho bisogno che lei sia fuori dai giochi per quel posto.”
Il gelo calò in cucina. Non era una confessione di manipolazione informatica diretta. Ma era una fottuta ammissione di colpevolezza morale. Il nostro cliente non era un povero cristo incastrato dagli eventi; era uno stronzo consapevole che aveva orchestrato la situazione per far crollare la reputazione della collega e rubarle il posto. Aveva un movente disgustoso.
Guardai Anna. Il suo viso ovale, la sua postura perfetta: tutto in lei gridava vittoria. «È perfetto,» disse lei, fredda e calcolatrice. «Usiamo i primi messaggi per distruggere la credibilità della testimone di Val. L'accusa crolla per inquinamento probatorio.»
«Anna, hai letto il messaggio del nostro cliente?» chiesi, indicando lo schermo. «Sapeva tutto. Ha usato la situazione per sabotarla professionalmente.» «Irrilevante ai fini del capo d'imputazione,» tagliò corto lei. «Noi dobbiamo dimostrare che non ha hackerato le chat. Il fatto che sia moralmente uno schifo di persona non è un reato penale.»
«Ma rende la prova di Val sporca e il nostro cliente colpevole nella sostanza,» ribattei, sentendo lo stomaco stringersi. «Se omettiamo questo messaggio, facciamo esattamente quello che ha fatto l'accusa. Filtriamo la verità.»
Anna si voltò verso di me. Indossava la mia maglietta, aveva il sapore della mia bocca sulle labbra, eppure in quel momento mi sembrò distante chilometri. La sua ambizione aveva preso il sopravvento su tutto il resto. «Noi siamo la difesa, Alessandro. Il nostro compito è smontare l'accusa, non fare da confessori. Questo file ci dà la vittoria in mano.»
Mi alzai, allontanandomi dal tavolo. Fino a dieci minuti prima, fare l'amore con lei mi era sembrato l'inizio di qualcosa di reale. Ora, guardando le carte sparpagliate e quel messaggio infame, il caso era diventato molto più di un gioco accademico.
La prova dell'accusa era sporca, e questo avrebbe distrutto Val. Ma il nostro assistito non era innocente, e difenderlo chiudendo gli occhi davanti a quel messaggio mi avrebbe distrutto l'anima. L'e-mail non ci aveva dato solo la vittoria. Ci aveva appena consegnato il dubbio perfetto per far saltare in aria tutto quello che eravamo.
Le tre di notte. Anna era tornata al suo computer, digitando furiosamente la memoria per l'acquisizione delle prove. Era eccitata, carica a molla dalla possibilità di affondare il colpo. La stanchezza era sparita dal suo volto. Era nel suo elemento, una creatura forgiata per il conflitto, e la prospettiva del sangue accademico le donava un'aura quasi ipnotica.
Io, invece, ero sprofondato sulla mia sedia, svuotato, inquieto, il respiro bloccato in una gabbia toracica che sembrava diventata troppo stretta.
Girai il telefono, appoggiato a faccia in giù sul tavolo. Lo schermo si illuminò, silenzioso. Nessuna notifica. Nessun messaggio da Val. Il suo silenzio pesava cento volte di più di una sua ipotetica sfuriata. Val era dall'altra parte della città, probabilmente a dormire nel suo mondo luminoso e disordinato, ignara del fatto che in questa cucina, sotto la luce fredda di una lampada, avevamo appena caricato l'arma che l'avrebbe umiliata davanti all'intero dipartimento.
Guardai di nuovo il log integrale sullo schermo. Il quadro era completo, spietato. Vidi la testimone che aveva filtrato per proteggere la sua amica. Vidi Val, la ragazza con i capelli sporchi di sale che mi aveva insegnato a respirare senza maschere, che domani mattina si sarebbe schiantata contro un muro a duecento all'ora. Vidi Anna, bellissima e implacabile, che smistava prove a piedi nudi nel mio appartamento, determinata a vincere a ogni costo, per dimostrare a se stessa e a me che l'ordine trionfa sempre sul caos. E vidi il nostro assistito, il tizio che dovevamo salvare, che in fondo era solo un cinico pezzo di merda.
Spensi lo schermo del telefono. Il buio inghiottì il display, ma non le mie colpe.
Pensavo che acquisire la prova integrale ci avrebbe resi liberi. Invece ci aveva dato una cosa molto peggiore: la possibilità di scegliere quale verità usare. E Anna, seduta di fronte a me, i lineamenti rilassati dal sesso e induriti dall'ambizione, davanti a quella scelta non tremava affatto.
Com'è finora?
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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