Vai al contenuto
Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 9
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 9 di 14 20 min di lettura

Scopata domestica e prove sporche

Dopo l’archivio, Anna invade la casa di Ale trasformando il desiderio in una routine pericolosamente intima.
L’arrivo dei messaggi integrali offre alla difesa la vittoria, ma sporca la coscienza di Ale molto più del previsto.

Alessia
2 mesi fa · 1.2k letture · 1

Smisi di digitare. Alzai lo sguardo dalle mie mani e lo puntai sul suo viso ovale, sui suoi lineamenti così perfetti e taglienti. «La apriamo o la macelliamo, Anna?» le chiesi, il tono piatto, privo della mia solita ironia.

Anna si fermò. Inclinò leggermente la testa, studiandomi come se fossi un comma interpretato male. Le sue labbra piene si incurvarono in una linea che non era un sorriso, ma una dichiarazione di intenti. «In aula, Alessandro,» rispose, glaciale, «la differenza tra aprire una prova e macellare l'accusa è spesso solo una questione di stile.»

Incrociai le braccia al petto. Fino a qualche settimana prima, avrei assecondato la sua sete di sangue pur di strapparle un complimento o un'ora di sesso sul tappeto. Ma la notte al mare, l'acqua ghiacciata, la voce di Val che mi chiedeva di non essere vigliacco... tutto questo aveva cambiato le carte in tavola. Non ero più morbido, non ero più il ragazzino che voleva solo piacere a tutti. Ma non volevo nemmeno diventare una fottuta macchina crudele e senz'anima.

«Io non macello nessuno,» scandii, la voce ferma. «Chiediamo l'acquisizione integrale perché è un nostro diritto processuale. Mostriamo che la catena di custodia è corrotta. Punto. Non trasformiamo il controesame in un'esecuzione pubblica della testimone o del pubblico ministero.»

Anna si sporse verso di me. La scollatura slabbrata della mia maglietta si aprì appena, offrendomi la vista dell'ombra dei suoi seni morbidi, ma il suo sguardo era pura fiamma ossidrica. «Se non affondi la lama quando l'avversario sanguina, sei un idiota,» sibilò. «Se affondi la lama solo per il gusto di vederlo sanguinare, sei un sadico,» ribattei, sostenendo lo sguardo. «E io voglio vincere il caso, Anna. Non voglio distruggere Val.»

Il nome di Val cadde sul tavolo come una secchiata di ghiaccio. Anna si irrigidì. I muscoli delle sue cosce si tesero sotto il tavolo. Non disse nulla, ma la sua mascella si contrasse in un silenzio che pesava tonnellate. Avevo tracciato un confine, e per la prima volta, stavo tenendo la posizione.

L'aria in cucina era ancora satura di quella tensione elettrica e irrisolta quando il mio telefono, abbandonato accanto alla tazza di caffè, vibrò. Lo schermo si illuminò.

Val: Domani sarà brutto.

Fissai il display. Tre parole. Semplici, dirette, prive di difese. Val non era lì, ma la sua presenza irruppe nella stanza con la forza di uno tsunami. Immaginai il suo viso luminoso, i capelli biondi spettinati, il modo in cui sicuramente si stava mordendo il labbro inferiore mentre aspettava una mia risposta. Volevo scriverle qualcosa di caldo. Volevo dirle che mi dispiaceva, volevo ricordarle il rumore del mare, il sapore del sale sulla sua pelle e il modo in cui mi aveva stretto la mano nel buio.

Ma alzai gli occhi. A neanche mezzo metro da me c'era Anna. Indossava i miei vestiti, aveva i graffi della nostra passione ancora freschi sotto la stoffa, e stava rileggendo con ferocia l'istanza che avrebbe messo in ginocchio la ragazza che mi aveva appena scritto.

Era il triangolo nella sua forma più pura e asfissiante. L'ordine spietato di Anna contro la verità viscerale di Val. Ed io ero incastrato esattamente in mezzo, a desiderare disperatamente entrambe.

Le dita mi rimasero sospese sulla tastiera. Sapevo che Anna mi stava osservando con la coda dell'occhio, il respiro impercettibilmente più lento. Non potevo fare il romantico. Non potevo mentire a nessuna delle due.

Digitai, asciutto: Io: Sì. Lo so.

Il telefono vibrò di nuovo, quasi istantaneamente. Val: Non fare lo stronzo.

Chiusi gli occhi per un secondo. Un pugno dritto allo stomaco. Val non stava chiedendo sconti, non stava pregando. Stava chiedendo a quell'Ale vero, quello che aveva visto sulla spiaggia, di non scomparire dietro la maschera del cinico avvocato difensore.

Anna si schiarì la gola, voltando una pagina del codice con un fruscio secco e autoritario, un promemoria fisico e sonoro del fatto che lei era lì, presente, reale, e che il nostro patto esigeva sangue.

Guardai il cursore lampeggiare sullo schermo del telefono. Ingoiai il nodo che avevo in gola e risposi con l'unica verità che potevo permettermi in quel momento.

Io: Ci sto provando.

Bloccai lo schermo e girai il telefono a faccia in giù sul tavolo. Non serviva aggiungere altro. Val restava viva, una pulsazione calda e luminosa sotto la pelle del processo. E mentre Anna riprendeva a dettarmi le conclusioni in diritto, gelida e inappuntabile nella mia t-shirt stropicciata, capii che la vera condanna non era dover scegliere chi distruggere in aula l'indomani. La vera condanna era sapere che, comunque fosse andata, avrei ferito qualcuno che non volevo perdere.

Il silenzio nel mio appartamento aveva smesso di essere un vuoto da riempire ed era diventato un rumore di fondo a cui mi stavo pericolosamente abituando.

Erano le due di notte passate. Il tavolo della cucina era un disastro di evidenziatori aperti, tazze incrostate di caffè e fogli di procedura penale. Eravamo sfiniti. La guerra accademica ci aveva prosciugato, ma nessuno dei due accennava ad andarsene a dormire.

Anna era seduta di fronte a me. Indossava ancora la mia t-shirt grigia, ormai stropicciata, che le scivolava morbida sulle spalle. I suoi capelli castano scuro, solitamente un vanto di piega e rigore, erano raccolti in un nido caotico tenuto su da una mia matita. Aveva le gambe rannicchiate sulla sedia, il viso ovale e i lineamenti fini concentrati sullo schermo del portatile, la luce azzurrognola che le accarezzava la pelle chiara e le labbra carnose.

Era un'immagine di una domesticità assoluta. Non c'era la tensione del magazzino, non c'erano sfide urlate né fascicoli sbattuti. C'era solo una ragazza stanca, bellissima, che leggeva nel mio salotto come se lo facesse da dieci anni. E io, invece di ripassare l'eccezione di inammissibilità, non riuscivo a smettere di fissarla.

Anna non alzò lo sguardo, ma la sua penna smise di ticchettare. «Stai leggendo il fascicolo o me?» domandò, la voce bassa, vellutata dalla stanchezza. «Sto valutando due prove contemporaneamente,» risposi, appoggiando il mento sul palmo della mano. «Una è irrilevante.» «Non per me.»

Anna provò a restare di ghiaccio. La sua mascella si contrasse leggermente, quel suo tipico meccanismo di difesa per mantenere il controllo. Ma non si spostò. Non si irrigidì. Anzi. Sotto il tavolo, sentii qualcosa sfiorarmi il polpaccio. Era il suo piede nudo.

Trattenni il respiro. Le dita del suo piede risalirono lentamente lungo il tessuto dei miei jeans, accarezzandomi il ginocchio, per poi infilarsi con precisione chirurgica nell'incavo delle mie cosce. Iniziò a fare una pressione lenta, circolare, ritmica, esattamente contro la mia erezione che si stava già svegliando. Il tutto mentre i suoi occhi scuri restavano incollati a una fottuta sentenza della Cassazione.

Il contrasto tra l'espressione imperturbabile del suo viso e quello che stava facendo sotto il tavolo mi mandò il cervello in cortocircuito. Il calore del suo piede, il movimento esperto, il tessuto dei jeans che sfregava contro la mia carne sensibile. Socchiusi gli occhi, emettendo un sospiro silenzioso.

Lei se ne accorse. Alzò lo sguardo dallo schermo. I suoi occhi castani erano dilatati, scuri, densi di un bisogno che non sapeva come formulare a parole. Anna non sapeva chiedere intimità. Era troppo orgogliosa per dire ho voglia di te o vieni qui. Così, la trasformò in un orario.

«Cinque minuti,» sussurrò. Deglutii, il cuore che accelerava. «Di pausa?» «Di quello che sei abbastanza intelligente da non farmi dire.»

Non serviva altro. Mi alzai, feci il giro del tavolo e le presi la mano. Lei non oppose resistenza. Si lasciò sollevare e guidare fino al divano.

Non ci fu la furia predatoria del magazzino. Fu tutto disarmantemente lento, un crescendo morbido ma inesorabile. Ci lasciammo cadere sui cuscini. Le presi il viso tra le mani, accarezzandole gli zigomi delicati con i pollici, e la baciai. Fu un bacio profondo, dolce, che sapeva di caffè e di stanchezza condivisa. Le nostre lingue si cercarono senza fretta, esplorandosi con una confidenza che mi spaventò da morire.

«Anna...» mormorai contro le sue labbra, sfilandole la matita dai capelli. Le ciocche castane le caddero morbide sulle spalle. Lei non rispose a parole. Mi afferrò la nuca, tirandomi contro di sé, mentre le mie mani scivolavano sotto il bordo della t-shirt grigia. La sua pelle era calda, di seta. Le accarezzai la schiena, risalendo fino a sfilarle la maglietta dalla testa. Rimase solo con uno slip di pizzo nero. I suoi seni perfetti si offrirono al mio sguardo, i capezzoli già turgidi.

Mi chinai a baciarle il collo, scendendo lentamente verso il décolleté. La presi in bocca con delicatezza, succhiando piano, facendola sospirare. Le sue dita mi accarezzavano i capelli, tracciando linee lente sulla mia nuca. Era una vulnerabilità che Anna concedeva raramente, un abbandono che non nasceva da una sconfitta processuale, ma dal semplice fatto che eravamo noi due, soli, nel cuore della notte.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 3 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 10

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista