«Anna,» mormorai nel buio. «Mh?» rispose lei, senza aprire gli occhi, la voce impastata di stanchezza. «Tu cosa pensi di me?»
Le sue labbra carnose, la cui forma piena le donava sempre una nota sensuale anche quando era seria, si incurvarono in un mezzo sorriso stanco. «Giuridicamente o clinicamente?» Sorrisi, ma non lasciai cadere la cosa. Le sfiorai lo zigomo con il pollice. «Davvero.»
Anna aprì gli occhi. Quelle grandi iridi castane, solitamente così dirette e inquisitorie, mi studiarono con una calma insolita, priva della solita corazza di freddezza. Sembrò pensarci su per qualche secondo. «Penso che tu sia brillante,» disse infine, la voce bassa, «quando smetti di voler sembrare brillante.»
Il mio cuore perse un battito. Venendo da lei, non era una semplice osservazione. Era una fottuta radiografia dell'anima. «Questo è quasi un complimento,» le feci notare. «Non abituarti,» replicò subito, cercando di recuperare un po' del suo tono tagliente, ma senza troppa convinzione.
Sorrisi, accarezzandole il collo. Ma non mi bastava. Quella bolla di intimità, quella sensazione di averla finalmente raggiunta dietro il muro della sua precisione maniacale, mi diede un coraggio idiota. O forse solo un'urgenza disperata.
«E cosa vorresti?» le chiesi, la voce che si abbassava fino a diventare un sussurro. «Dopo?»
Lo sentii sotto i polpastrelli. I muscoli del suo collo si tesero all'istante. L'irrigidimento fu impercettibile, ma per me, che ormai avevo imparato a mappare il suo corpo, fu come un allarme antiaereo. Anna si ritrasse di un millimetro. Abbastanza per spezzare l'incanto. «Dopo cosa?» La guardai dritto negli occhi. «Dopo il processo.»
Il silenzio che seguì fu assoluto. Non c'era più calore. C'era solo il rumore del gelo che si riformava.
Anna non divenne fredda di colpo. Il suo istinto al controllo, quella sua mania di governare ogni variabile per non rischiare di farsi male, provò prima a disinnescarmi.
«Non farlo, Alessandro,» mi ammonì, la voce che tornava levigata e formale. «Cosa?» «Non prendere una cosa bella e trasformarla in una richiesta.» Mi tirai su col busto, appoggiandomi al gomito. «Non è una richiesta.» «Sì che lo è.» «È una semplice domanda, Anna.» Lei scosse la testa, i lineamenti che si indurivano, recuperando quell'aria distante e intoccabile. «Le domande sono solo richieste con una toga addosso.»
Era una frase bellissima. Pura giurisprudenza applicata al terrore di vivere. Era così fottutamente Anna. Ma io non avevo intenzione di farmi liquidare con un aforisma. «Io voglio sapere cosa siamo,» insistei, con una fermezza che non sapevo di possedere.
Anna si staccò del tutto. Si mise seduta, tirandosi il lenzuolo sul seno nudo, voltandomi in parte le spalle. Non si allontanò fino in fondo al letto, ma creò una faglia sismica tra di noi. Era la sua tecnica: confondere il controllo con la sicurezza, allontanarsi appena percepiva di poter perdere lucidità. Il distacco fisico fu una botta nello stomaco.
Quando parlò, non mi guardò in faccia. «Siamo il processo, Alessandro.»
Fissai la sua schiena nuda, la linea perfetta della sua colonna vertebrale. «No.» «Sì,» ribadì lei, spietata. «Non puoi chiamare tutto questo processo,» le dissi, la voce che tradiva una rabbia disperata. «Non puoi farlo.» Anna girò il viso verso di me, il profilo illuminato dalla luce fioca della strada. I suoi occhi erano scuri, liquidi, ma la sua mascella era serrata. «Posso,» sentenziò, fredda come il marmo. «Perché è l’unico nome che non rovina le cose.»
Incastrato. Stava usando la terminologia per non dover ammettere che stava provando qualcosa. «E quando finisce?» la sfidai, sentendo la gola bruciare.
Lei sostenne il mio sguardo. E poi affondò la lama, girandola con cura. «Quando finisce il processo, finisce anche il resto.»
Mi rifiutai di incassare il colpo in silenzio. Tutta l'attrazione tra di noi era sempre stata una sfida, una guerra di nervi e argomentazioni in cui nessuno dei due voleva cedere un fottuto millimetro. E io non stavo per cedere ora.
Mi misi seduto anch'io, ignorando il freddo della stanza. «Davvero?» l'attaccai. «E la doccia di stasera? Anche quello era processo?» «Stanchezza,» rispose lei, senza battere ciglio, stringendo il lenzuolo con le nocche sbiancate. «Le risate in cucina?» «Privazione del sonno.» «Il fatto che prima, davanti a quello specchio, non volevi che smettessi di guardarti?»
Anna scattò, come se l'avessi colpita fisicamente. I suoi occhi castani lampeggiarono di una rabbia che nascondeva puro panico. «Anna,» incalzai. «Alessandro, non usare il mio corpo come un argomento,» sibilò, tagliente come un rasoio. «Tu usi tutto come argomento!» le urlai contro, esasperato dalla sua fottuta coerenza. «Appunto!» ribatté lei, alzando la voce per la prima volta. «E proprio per questo so perfettamente quando un argomento non regge in aula.»
Era cattivissima. Glaciale. Impeccabile. E mi stava facendo a pezzi. Ma la conoscevo. Sapevo che tutto quel rigore era solo la corazza di una ragazza terrorizzata dal caos emotivo che le stavo portando dentro. Così, presi la mira e colpii esattamente dove faceva più male.
«Tu vuoi che sia solo processo perché così puoi andartene senza perdere,» dissi, scandendo ogni singola parola. «Perché se è solo una simulazione, nessuno ne esce ferito, vero, Perfettina?»
Silenzio. Le parole rimasero sospese a mezz'aria, pesanti come piombo. Anna smise di respirare per due secondi infiniti. Guardai il suo viso ovale, cercando una crepa in quella maschera di superiorità. La pausa fu così lunga che capii di aver centrato in pieno il bersaglio.
Quando finalmente rispose, la sua voce era scesa di un'ottava, priva dell'arroganza accademica, sostituita da una stanchezza amara. «No,» sussurrò. «Voglio che sia solo processo perché almeno una cosa, tra noi, deve avere dei fottuti confini.»
Lì, in quella frase, c'era tutta la sua verità. Anna mentiva. Non lo faceva per disprezzo, lo faceva perché aveva una paura fottuta che io fossi inaffidabile, che io restassi solo quando mi conveniva. E il suo terrore era così grande che preferiva distruggere tutto prima che potessi farlo io.
Mentre guardavo Anna chiudersi in se stessa, rialzando i muri pezzo per pezzo, un'altra voce si fece spazio nella mia testa. Una voce chiara, luminosa, accompagnata dal ricordo di due occhi penetranti e di capelli biondi spettinati dal vento.
Val.
L'avevo lasciata in una macchina dai vetri appannati poche ore prima. Era viva, goffa, solare. E mi aveva fatto una richiesta che ora, nel buio di quella stanza, suonava come un'eco devastante. «Dopo voglio sapere se ci sei. Davvero.»
Val mi aveva chiesto di esserci dopo il processo. Mi aveva chiesto di smettere di fuggire, di scegliere la realtà, di non usare più l'ironia per nascondermi. Anna, seduta a trenta centimetri da me, mi stava spiegando con logica ferrea che dopo il processo lei non ci sarebbe stata. Mai più.
E io, che avevo sempre vissuto di rinvii, di esami saltati, di battute ciniche usate per non prendere mai posizione, mi trovavo all'improvviso incastrato. Ero davanti alla prima, ineludibile scadenza vera della mia vita.
Anna non fece melodrammi. Le scenate non erano previste nel suo codice di procedura. Si alzò dal letto, portandosi via il calore. Si infilò la gonna e abbottonò la camicia con gesti meccanici, precisi, spazzando via il disordine meraviglioso che avevamo creato poco prima. Si ricompose, chiudendo fuori il mondo.
«Dobbiamo continuare,» disse, dandami le spalle mentre si allacciava le scarpe. La fissai dal letto, sentendomi svuotato. «Adesso?» Si voltò, e sul suo viso non c'era più traccia della ragazza che aveva riso contro il mio collo. C'era solo l'avvocato difensore. «Abbiamo quattro giorni.»
La guardai negli occhi. Sapevo esattamente cosa intendeva. «Per chiudere il processo,» le dissi, a mezza voce. Anna non distolse lo sguardo. «Sì.» Per chiudere noi due, diceva il sottotesto, forte e chiaro come un colpo di martelletto.
Uscì dalla stanza, tornando verso la cucina. Mi infilai i pantaloni e la seguii lentamente. Quando entrai, lei era già seduta al tavolo, la schiena dritta, le mani posate sui fascicoli.
Il mio sguardo cadde sulla superficie di legno. La ridicola penna viola di Val, con quel cuoricino di plastica, era ancora lì sul tavolo, adagiata esattamente accanto alla scaletta ordinata e perfetta scritta da Anna.
Fissai quell'immagine. Una mi aveva chiesto un dopo. L’altra mi aveva regalato una giornata che sembrava in tutto e per tutto un dopo, e poi l’aveva archiviata chiamandola processo.
E io, per la prima volta da quando ero nato, non avevo mai avuto così tanta fottuta paura di vincere.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
Altri racconti di Alessia
Commenti 0
Accedi per scrivere un commento…Nessun commento ancora. Scrivi il primo.