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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 12
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Capitolo 12 di 14 33 min di lettura

Scopata allo specchio prima della condanna

Con Val ancora addosso, Ale torna da Anna e vive con lei una giornata quasi da coppia, tra studio, doccia e una sintonia sempre più pericolosa.
Ma dopo il sesso e le coccole, Anna gli nega ogni futuro: era tutto solo per il processo.

Alessia
2 mesi fa · 582 letture · 0

Anna sussultò impercettibilmente, irrigidendosi. Per lei, che considerava il controllo non un’abitudine ma una vera e propria armatura, vedersi in quello stato era una violazione. Indossava ancora i vestiti da studio: la camicetta sbottonata, la gonna scura un po' stropicciata, i capelli castani che le cadevano disordinati davanti al viso, velando in parte i suoi lineamenti fini. Non era perfetta, non era in posa. Era viva.

«Che fai?» mormorò, la voce improvvisamente più sottile, cercando di abbassare lo sguardo. Le bloccai i fianchi con le mani, tenendola ferma. «Ti faccio vedere una prova.» «Non usare quella parola,» sibilò, un riflesso condizionato della sua natura tagliente. «Allora guardati.»

Anna provò di nuovo a distogliere lo sguardo, a scappare da quell'immagine di sé che si stava sgretolando. «Anna.» Il mio tono non ammetteva repliche. Lei deglutì, sollevando gli occhi sul riflesso. «Così è troppo reale.» «Appunto.»

Iniziai a baciarle la spalla scoperta, scendendo lungo la curva del collo, mordicchiando la pelle sensibile. Volevo che guardasse. Volevo che vedesse la Perfettina, la studentessa implacabile, che si lasciava devastare dal desiderio. Il suo sguardo nel riflesso incrociò il mio. Era terrorizzato ed eccitato allo stesso tempo. La spogliai con una fretta carica di passione. Le sfilai la gonna facendola cadere sul pavimento, poi aprii del tutto la camicia, liberando il seno. I vestiti ordinati diventarono un disordine meraviglioso ai nostri piedi. Le accarezzai i seni pieni, stringendole i capezzoli tra le dita. Nello specchio vidi le sue labbra carnose dischiudersi in un gemito strozzato, la testa che cadeva all'indietro contro la mia spalla.

Lentamente, si lasciò andare. Il riflesso ci costringeva a non mentire. «Non guardarmi così,» sussurrò, il respiro che si spezzava mentre la mia mano scivolava tra le sue cosce, trovandola già bagnata e bollente. «Così come?» le sussurrai all'orecchio. Anna chiuse gli occhi per una frazione di secondo. «Come se stessi capendo qualcosa.»

La girai, facendola piegare in avanti con le mani appoggiate al ripiano sotto lo specchio. Il suo respiro si fece affannoso. Le allargai i glutei sodi e perfetti con entrambe le mani, godendomi la visuale di quel centro umido e dischiuso che mi aspettava. Entrai in lei da dietro, con una spinta decisa e profonda. Anna lanciò un grido roco, inarcando la schiena. L'ingresso fu stretto, le pareti della sua figa mi avvolsero come un guanto di fuoco, stringendomi con una forza che mi fece tremare i polsi.

Iniziai a muovermi dentro di lei, dettando un ritmo che cresceva di intensità a ogni affondo. Nello specchio, continuavo a cercare il suo viso. Volevo che vedesse la propria espressione. Era la faccia di una donna che aveva paura di vedersi felice, di vedersi abbandonata. Le afferrai una ciocca di capelli castani, spessi e morbidi, stringendola nel pugno e tirandole dolcemente la testa all'indietro per esporre il collo. La baciai con violenza, lingua contro lingua, mentre il mio bacino sbatteva contro il suo con un rumore umido e sordo che riecheggiava nella stanza silenziosa. I suoi gemiti si fecero disperati, le sue pareti mi mungevano a ogni singola spinta. Il ritmo divenne furioso, un crescendo inarrestabile. Spinsi un'ultima volta, uscendo da lei proprio un attimo prima di esplodere, e il mio climax denso e caldissimo si riversò sulle curve del suo culo, sporcandola, mentre lei tremava appoggiata al mobile, ansimando.

Ma non era finita. Anna si raddrizzò lentamente. Si girò verso di me, il petto nudo che si alzava e si abbassava, i capelli scompigliati. C'era una luce nuova, pericolosa e fiera, nei suoi grandi occhi castani. Fece un mezzo sorriso spietato. «Credi di aver preso il controllo solo perché mi hai tirato i capelli, Alessandro?»

Prima che potessi rispondere, mi spinse per le spalle. Indietreggiai e persi l'equilibrio, cadendo con la schiena sul tappeto morbido della camera. Ero sudato, ansimante e vulnerabile. Anna avanzò verso di me con la grazia letale di un predatore. Alzò un piede nudo e piantò la pianta esattamente sulla mia virilità ancora sensibile, applicando una pressione che era a metà tra il dolore e un'eccitazione pazzesca. «Non illuderti,» sibilò, accarezzandomi l'asta con la pianta del piede, provocandomi fino a farmi impazzire.

Poi si abbassò su di me. Si mise a cavalcioni sulle mie ginocchia e mi baciò con una passione animalesca, affondando letteralmente le unghie laccate nel mio petto sudato. Con un movimento fluido e spietato, si sollevò e si lasciò cadere sulla mia erezione, prendendomi di nuovo tutto dentro di sé. Era fradicia. L'ingresso fu un suono scivoloso, un impatto di carne che mi fece ringhiare.

Ora era lei a guidare il gioco. Si alzava e si abbassava con una forza brutale, dettando un ritmo forsennato. Le mie mani tornarono a stringere il suo fondoschiena, assecondando i suoi movimenti, mentre lei mi cavalcava come se volesse sbranarmi. Quando staccammo le bocche per riprendere fiato, un rivolo lucido e denso di saliva collegò le nostre labbra. «Cazzo, Anna... amo la tua saliva,» ansimai, completamente perso. Lei mi guardò negli occhi, le pupille dilatate dal piacere. Sorrise, un sorriso sporco e bellissimo, e si chinò in avanti, lasciando scivolare lentamente un altro filo di saliva direttamente nella mia bocca dischiusa, mentre il suo bacino accelerava.

Il rapporto divenne fin troppo intenso, animalesco, svuotato di ogni logica. I nostri corpi sudati scivolavano l'uno contro l'altro, i gemiti coprivano il respiro. Anna gridò il mio nome, le unghie conficcate nelle mie spalle, e sentii le sue pareti contrarsi in spasmi violentissimi. Il suo piacere fu il detonatore del mio. Esplosi dentro di lei, un climax profondo, devastante, che ci consumò entrambi fino a lasciarci svuotati, tremanti e incollati al tappeto.

Ci volle molto tempo prima che i nostri respiri tornassero a un ritmo accettabile. Ci trascinammo sul letto, sfiniti. Non ci fu la solita corsa a rivestirsi o a cercare una distanza di sicurezza dietro una battuta cinica. Anna restò sdraiata addosso a me, il viso premuto nell'incavo del mio collo, una gamba incrociata sopra le mie. Il suo corpo era caldo, pesante, familiare. Non si spostò.

Sollevai una mano e le sistemai una ciocca di capelli umidi di sudore dietro l'orecchio. La sua pelle era morbida sotto i miei polpastrelli. Mi chinai leggermente e le baciai la fronte.

«La fronte non è un luogo processualmente rilevante,» mormorò lei contro la mia clavicola, la voce impastata dal sonno e priva di qualsiasi vera asprezza. Scoppiai a ridere, una vibrazione profonda che le scosse il petto. E, miracolo dei miracoli, Anna rise davvero. Una risata piccola, sincera, che sapeva di abbandono.

Iniziammo a scambiarci baci lenti, morbidi, piccoli tocchi che non cercavano il sesso ma solo la vicinanza. Lei mi accarezzava il petto nudo con la punta delle dita, tracciando linee invisibili; io le sfioravo la schiena liscia, sentendo le vertebre sotto la pelle. Per la prima volta da settimane, in quella stanza non c’era il processo. Non c'era Nardi. Non c'era Vittoria con i suoi giudizi affilati come lame. E non c'era Val. C’era solo una cosa che, in modo spaventosamente inequivocabile, assomigliava a una fottuta relazione.

«Hai riso,» le feci notare, accarezzandole il braccio. «No,» negò lei, cocciuta. «Anna.» Lei sospirò, sollevando appena il viso per guardarmi con i suoi occhi da cerbiatto assassino. «Era una contrazione muscolare involontaria.» Sorrisi, baciandole la punta del naso. «Molto romantica.» «Querelabile.»

Era dolce, ma era pur sempre Anna. Non si era trasformata in un'altra persona, ma per la prima volta aveva smesso di combattermi.

Eppure, proprio in quel momento di quiete assoluta, con il suo peso rassicurante addosso, il mio cervello decise di tradirmi. Mi venne in mente Val. La ragazza bionda, goffa e solare, con le sue labbra morbide e quel sorriso che mi faceva sentire invincibile. Non pensai a lei perché rovinava il momento, o per una banale crisi di coscienza. Pensai a Val perché, nella penombra di quella stanza, compresi l'entità del mio disastro.

Val, nella sua macchina dai vetri appannati, mi aveva fatto una domanda precisa sul dopo. Mi aveva chiesto di sceglierla, di esserci davvero. Anna, invece, senza fare domande, mi stava dando un presente che sembrava già in tutto e per tutto un dopo.

Chiusi gli occhi, stringendo Anna un po' più forte. Con Val avevo capito che potevo respirare. Con lei mi sentivo leggero, capace di ridere senza dover calcolare ogni mossa, liberato dal peso di dover dimostrare chi fossi. Ma con Anna... con Anna, lì, in quel letto, capii una cosa molto più stupida e molto più grave: che avevo iniziato a voler restare anche quando bruciava. Quando mi correggeva, quando mi sfidava, quando mi faceva impazzire.

Aprii gli occhi e fissai il soffitto macchiato di ombre. Non ero più diviso tra una ragazza vera e una banale distrazione universitaria. Ero diviso tra due modi profondamente diversi, opposti e devastanti di essere felice. E naturalmente, da perfetto, insuperabile idiota, li stavo rovinando magnificamente entrambi.

Il silenzio in camera da letto era denso, caldo, ancora impregnato del nostro respiro. Eravamo sdraiati l'uno accanto all'altra, le lenzuola stropicciate a testimoniare quello che era appena successo.

Mi voltai su un fianco per guardarla. Anna aveva gli occhi chiusi e il respiro finalmente calmo. I suoi lunghi capelli castano scuro, di solito così ordinati, le ricadevano morbidamente sulle spalle nude e sul cuscino in un groviglio selvaggio. Il suo viso ovale, con quei lineamenti fini e delicati, sembrava per una volta spogliato della sua perenne espressione di sfida. Allungai una mano e le accarezzai lentamente la testa, facendo scivolare le dita tra le ciocche scure.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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