Ma non potevamo sopravvivere di sola procedura penale, e Anna, nonostante la sua aria da cyborg accademico, sapeva abitare lo spazio con un ritmo tutto suo.
Per spezzare la tensione, avevo collegato il telefono alla cassa bluetooth. La riproduzione casuale decise di tradirmi, sparando a tutto volume l'ultimo tormentone pop commerciale, roba da classifica estiva. Anna alzò gli occhi al cielo. «Togli.» «Ammettilo che la conosci,» la provocai, alzando il volume di una tacca. «Conosco molte cose che disprezzo, Ale.» Mi avvicinai al tavolo. «Dai, Perfettina. Hai quasi cantato, ti ho vista muovere le labbra.» «Hai quasi perso l’uso della parola “quasi”,» ribatté gelida. Ma quando il ritornello esplose, la vidi tenere il tempo tamburellando l'evidenziatore sul tavolo. La beccai, le feci l'occhiolino, e lei scosse la testa, tradendo un mezzo sorriso che illuminò la stanza.
Poco dopo, cercai di provare l'apertura dell'arringa, mettendoci tutto il mio carisma naturale, gesticolando come se fossi davanti a una giuria popolare americana. Una penna mi volò a un millimetro dall'orecchio, rimbalzando sul frigo. «Non siamo a Forum, Alessandro,» sbuffò Anna, massaggiandosi le tempie. «Lo dici come se fosse un limite,» replicai, oltraggiato. «Lo dico come se domani volessi ancora rispettarti. Togli quel tono da teatro tragico e usa i verbi al posto giusto.»
A ora di pranzo, la situazione precipitò nel degrado culinario. Mettemmo insieme un pasto fatto di crackers, pasta fredda avanzata e un toast pericolosamente vicino alla combustione. Anna mi guardò mentre cercavo di impilare i piatti sporchi in un equilibrio precario nel lavandino, per poi lanciare un sospiro rassegnato e riposizionarli seguendo un criterio fisico incomprensibile. «Sei venuta a studiare o a riformare il mio sistema domestico?» le chiesi, appoggiato al bancone. «Le due cose sono collegate,» rispose lei, asciugandosi le mani. «Il tuo caos esterno è una chiara manifestazione del tuo rifiuto di assumerti responsabilità strutturali.» «Sei insopportabile.» «È per questo che mi hai scelta.»
Non era solo attrazione oscura e litigi. Era compagnia. Era un ritmo che funzionava, che faceva sembrare quel buco di appartamento una vera casa.
A metà pomeriggio, la stanchezza iniziò a farsi sentire. Mi sedetti accanto a lei per prendere appunti sulle repliche. Senza pensarci, infilai la mano nella tasca dei pantaloni abbandonati sulla sedia vicina e tirai fuori una penna. Era viola. E aveva un cuore di plastica attaccato al tappo.
L'avevo portata alla bocca per togliere il tappo, quando sentii lo sguardo di Anna bruciarmi il profilo. Mi fermai. Il silenzio in cucina divenne improvvisamente denso. Anna non fece scenate. Il suo controllo era la sua armatura. Ma i suoi occhi castani si assottigliarono, mettendo a fuoco il cuore di plastica con un disprezzo che rasentava l'arte.
«Scrivi davvero con quella cosa?» chiese, la voce piatta. «Ha personalità,» provai a sdrammatizzare, stringendo la penna tra le dita. «È un’aggravante.»
La battuta era affilata, un filo più dura delle altre. Anna sapeva benissimo da dove veniva quella penna, di chi era quel colore, chi rappresentava quella "personalità" solare e buffa. Val era entrata nella stanza senza bisogno di aprire la porta. Abbassai gli occhi sul foglio. La penna viola di Val stava scrivendo una frase letale per l’arringa di Anna. Era un'immagine così assurda e contraddittoria che sembrava quasi onesta. Le due donne della mia vita si stavano fondendo nello stesso, identico gesto.
Verso sera, il cielo fuori dalla finestra era diventato inchiostro. Eravamo distrutti. Raccontai una stronzata assurda su un professore del primo anno, una di quelle battute idiote che di solito le facevano solo alzare gli occhi al cielo. Stavolta, però, Anna rise. Non un sorriso trattenuto, ma una risata vera, stanca, che le fece piegare la testa di lato. Aveva la guancia appoggiata al palmo della mano, i capelli spettinati che le ricadevano disordinatamente sul viso delicato, e la penna nera che le penzolava tra le dita snelle. Era bellissima, spogliata di ogni fottuta difesa.
La guardai, e il fiato mi si bloccò in gola. In quel preciso, silenzioso istante, il mio mondo si capovolse.
Non era il sesso il problema. Il sesso, con un po’ di vigliaccheria e molta fantasia, avrei potuto ancora archiviarlo come una conseguenza di insonnia, stress da processo e pessime scelte giovanili. Il problema vero era che mi piaceva da morire quando rideva. Mi piaceva quando mi correggeva senza distruggermi. Mi piaceva il modo arrogante in cui aveva occupato casa mia, come se avesse vinto un ricorso d’urgenza al tribunale civile. Mi piaceva perfino il silenzio carico e perfetto che lasciava dopo una frase buona.
Non la stavo solo desiderando. Stavo iniziando ad amarla. E lì capii di essere fottuto in un senso molto, molto meno divertente.
Mi alzai lentamente dalla sedia. Anna alzò lo sguardo, la risata che le moriva dolcemente sulle labbra carnose, avvertendo il cambio di pressione nell'aria. Il nostro gioco di sguardi non era più una sfida, era una resa. Le tolsi la penna dalle dita e la appoggiai sul fascicolo.
Iniziammo adagio, con un'attrazione sottile ma ineluttabile. Mi chinai su di lei, accarezzandole il viso ovale, tracciando la linea degli zigomi con i pollici. Lei chiuse gli occhi e si appoggiò al mio tocco, un gesto di fiducia che da lei valeva più di una dichiarazione. La baciai. Fu un bacio profondo, lento, che sapeva di caffè freddo e di una dolcezza che non ci eravamo mai concessi. Non c'era rabbia da esorcizzare stavolta. C'era solo la necessità assoluta di sentirla mia.
Anna si alzò, le mani che scivolavano sotto la mia felpa, cercando il calore della mia pelle. I suoi baci si fecero più diretti, affamati. La sollevai per i fianchi, facendola sedere sul bordo del tavolo, spingendo di lato i codici e le scartoffie senza curarmi del disordine. Sfilò la mia felpa in un unico, fluido movimento, mentre io le accarezzavo le cosce, risalendo sotto la maglietta che le faceva da vestito. La sua corporatura asciutta ma femminile rispondeva a ogni mio tocco; le sue spalle strette e la vita fine tremarono quando le baciai la curva del collo.
L'intimità divenne esplosiva, una sinfonia in crescendo. Ci spogliammo a vicenda con urgenza, i vestiti che finivano sul pavimento mescolandosi agli appunti. Il suo seno, elegante e proporzionato, si offrì alla mia bocca. Assaporai la sua pelle chiara, stringendo i suoi fianchi morbidi, mentre lei mi tirava i capelli, gemendo il mio nome non come una correzione, ma come una preghiera.
La feci stendere all'indietro sui fascicoli. Le sue gambe si aprirono per accogliermi. La penetrai lentamente, riempiendola mentre i nostri occhi restavano ostinatamente incatenati. Le sue pareti strette e bollenti mi strinsero, facendomi mancare il fiato. «Ale...» sussurrò lei, il viso contratto in un'espressione di puro piacere e vulnerabilità.
Il ritmo accelerò, scandito dal rumore dei nostri corpi che si cercavano disperatamente e dai respiri sempre più affannosi. Eravamo un incastro perfetto, carne contro carne, sudore e passione che si fondevano in un'apoteosi dei sensi. Spinsi dentro di lei con tutta la forza del sentimento che avevo appena scoperto, sentendo i suoi spasmi violenti avvolgermi mentre raggiungeva l'orgasmo, gridando contro la mia bocca. La seguii un istante dopo, svuotandomi in lei con un lamento roco, profondo, che sanciva la mia definitiva condanna.
L’orologio del computer segnava le tre del mattino, ma il tempo in quella stanza aveva smesso di seguire le regole della fisica. Eravamo immersi nei fascicoli da ore, ma per la prima volta da quando era iniziato quel fottuto processo simulato, non c’erano stati attriti gratuiti, battibecchi velenosi o guerre di posizione. C'era solo una sintonia spaventosa, un ingranaggio perfetto che girava senza fare rumore.
Mi alzai, appoggiando i palmi sul tavolo, e recitai l'apertura dell'arringa finale. Non usai il tono teatrale da serie tv americana che tanto la faceva impazzire. Usai il ritmo che mi aveva insegnato lei, le pause giuste, il tono fermo.
Quando finii, calò il silenzio. Anna era seduta di fronte a me, i gomiti poggiati sul legno, le mani intrecciate sotto il mento. Il suo viso ovale e delicato, incorniciato dai lunghi capelli castano scuro, era illeggibile. Non prese la penna rossa. Non sbuffò. Non disse una parola.
«Niente?» chiesi, aggrottando la fronte. «Niente,» rispose lei, la voce piatta e levigata. «Devo preoccuparmi?» Anna abbassò le mani. I suoi occhi castani, grandi e solitamente pronti a vivisezionarmi, mi fissarono con un'intensità diversa. «Sì.» «Perché?» «Perché era giusta.»
Il silenzio tornò a riempire la stanza, ma stavolta era denso, elettrico, quasi palpabile. Anna si alzò lentamente. Fece il giro del tavolo e si fermò davanti a me. Non c’era la tensione rabbiosa delle prime volte, né l’adrenalina del magazzino. C'era la consapevolezza disarmante che funzionavamo alla perfezione. Sollevò il viso e mi baciò. Un bacio lento, profondo, umido, che sapeva di stanchezza condivisa e di una resa incondizionata.
La presi per i fianchi e, senza smettere di baciarla, la guidai fuori dalla cucina, spingendola dolcemente lungo il corridoio fino alla camera da letto. Lì, illuminato solo dalla luce giallastra del lampione fuori dalla finestra, c'era l'armadio con le ante a specchio. La feci voltare, in modo che avesse la schiena premuta contro il mio petto e il viso rivolto verso il proprio riflesso.
