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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 12
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Capitolo 12 di 14 33 min di lettura

Scopata allo specchio prima della condanna

Con Val ancora addosso, Ale torna da Anna e vive con lei una giornata quasi da coppia, tra studio, doccia e una sintonia sempre più pericolosa.
Ma dopo il sesso e le coccole, Anna gli nega ogni futuro: era tutto solo per il processo.

Alessia
2 mesi fa · 572 letture · 0

Poi le presi il braccio e iniziai a strofinarle via la macchia di inchiostro dal polso. Anna si voltò a metà, fulminandomi con lo sguardo. «Ale, non strofinarmi come una pentola incrostata.» Scoppiai a ridere. Era un'immagine così assurda detta da lei che non riuscii a trattenermi. Anna strinse le sue labbra carnose, cercando disperatamente di mantenere la sua posa austera, ma alla fine cedette. Una piccola risata le sfuggì, cristallina, mescolandosi al rumore dell'acqua.

L'atmosfera si rilassò. Per qualche minuto, l'ansia del processo evaporò insieme al vapore. Iniziammo a scherzare, ripassando l'esame della testimone con voci impostate, prendendoci in giro a vicenda. Sganciai il doccino dal supporto e glielo piazzai davanti alla bocca. «L'imputata ha facoltà di cantare,» le dissi, facendo il verso a un presentatore. Anna roteò gli occhi, ma si lasciò trascinare dal gioco, canticchiando due note stonate prima di spingermi via la mano.

«Basta idiozie,» sorrise lei, scuotendo i capelli bagnati che le si appiccicavano al collo. «Hai ragione. Passiamo alle cose serie.»

Senza preavviso, abbassai il doccino. Lo puntai direttamente tra le sue cosce, usando il getto d'acqua calda contro la sua intimità. Anna sgranò gli occhi, e il suo controllo andò in frantumi all'istante. Lasciò cadere la testa all'indietro, inarcando la schiena contro le piastrelle mentre il getto d'acqua le stimolava il clitoride con una pressione perfetta e continua.

«Ale...» ansimò, la voce rotta. Iniziai a muovere il doccino in piccoli cerchi, accarezzandole i seni gonfi e bagnati con l'altra mano, impastandoli, stringendoli con una forza passionale che le strappò un gemito acuto. Anna era completamente eccitata. Le sue mani scivolarono sulle mie spalle, le unghie che mi graffiavano la pelle bagnata. Mi cercava, mi voleva, chiamando il mio nome con una disperazione che non aveva nulla a che fare con la studentessa di legge che conoscevo.

Lanciai il doccino sul pavimento del piatto doccia, lasciando che l'acqua tornasse a pioverci addosso dal soffione principale, avvolgendoci in una cascata calda. La presi per i fianchi e la sbattei contro il muro. Il rumore dei nostri corpi bagnati che si scontravano riecheggiò nel bagno. Anna sollevò una gamba, avvolgendomela attorno alla vita. Guidai il mio cazzo turgido contro la sua fessura bollente e scivolosa. Spinsi con decisione, entrando in lei con un colpo secco.

L'ingresso fu stretto, scivoloso, devastante. Le sue pareti mi strinsero in una morsa di fuoco, contrastando con il freddo delle piastrelle contro la sua schiena. Anna soffocò un urlo contro il mio collo, mordendomi la pelle salata. Iniziai a muovermi con affondi profondi, violenti, passionali. Non c'era dolcezza, c'era un bisogno crudo e feroce. Le afferrai di nuovo i seni, stringendoli, succhiandole il collo, baciandola con foga mentre l'acqua ci scorreva negli occhi e sulla bocca.

Ogni mia spinta la faceva sbattere contro il muro, ma lei assecondava il ritmo, spingendo il bacino in avanti, esigendo sempre di più. L'intensità aumentava a ogni respiro spezzato. Eravamo due animali bagnati, intrappolati in un box doccia, che cercavano di cancellare i propri casini fottendosi l'anima. «Vieni... Ale...» rantolò Anna, gli occhi chiusi e il viso deformato dal piacere. Sentii le sue contrazioni mungermi, violente e ritmiche. Il suo orgasmo esplose, facendole tremare violentemente le gambe contro i miei fianchi. Il suo lamento mi fece perdere ogni freno. Spinsi un'ultima volta, affondando fino alla radice, e mi svuotai dentro di lei con un grugnito sordo.

Rimanemmo lì, schiacciati contro la parete umida, l'acqua che continuava a scivolare sui nostri corpi tremanti, i cuori che battevano all'unisono. Lentamente, recuperammo il fiato. Ci staccammo, e in un silenzio carico di un'intimità stanca e rassicurante, finimmo di lavarci via il sapone a vicenda.

Mezz'ora dopo, il bagno era solo un ricordo. La camera da letto era immersa nel buio, illuminata solo dalla luce dei lampioni che filtrava dalle persiane. I fascicoli, per una volta, erano chiusi e abbandonati sul tavolo della cucina.

Ero già steso sotto le coperte quando Anna entrò. Indossava la mia maglietta grigia, i capelli castani umidi che le lasciavano piccole macchie d'acqua sul cotone. Non aveva l'aria di chi aveva appena consumato un amplesso selvaggio in doccia; aveva l'aria di chi stava andando a dormire a casa propria.

Si infilò sotto il piumone, sistemandosi il cuscino con la sua solita meticolosità. Si girò su un fianco, dandomi le spalle. «Non russare,» decretò nel buio. «Io non russo, Anna.» «Appunto. Non iniziare stanotte.»

Sorrisi nel buio. All'inizio rimase a distanza di sicurezza, ma non passò molto tempo prima che, nel dormiveglia, il suo corpo cercasse il mio. Mi ritrovai la sua schiena premuta contro il fianco, e una sua gamba liscia incrociata sopra la mia. Era un calore domestico, una quasi-normalità che mi spaventava a morte.

Lei respirava profondamente, ormai addormentata. Io, invece, avevo gli occhi sbarrati a fissare il soffitto. Il profumo del bagnoschiuma di Anna mi riempiva le narici, ma nella mia testa continuava a suonare una voce completamente diversa, chiara e luminosa.

“Vieni da me perché vuoi me. Non perché Anna ti ha lasciato fuori dalla porta.”

Val me lo aveva detto con una dolcezza che feriva più di qualsiasi insulto. Voleva essere scelta, non usata come piano B. Strinsi i denti. La contraddizione mi bruciava nelle vene come acido. Val, con la sua spontaneità e il suo bisogno di conferme, mi stava chiedendo di essere un uomo migliore. E intanto Anna, la collega sbagliata, la perfezionista che odiava l'improvvisazione, era lì. Dentro il mio letto. Che stringeva la mia gamba nel sonno, aggrappandosi a me in un momento in cui non poteva controllare le sue difese.

Ero diviso a metà, e la cosa peggiore era che, in quel momento, non volevo rinunciare a nessuna delle due.

Il sole era già alto quando trascinai i piedi in cucina, sentendo i muscoli indolenziti per la nottata passata a sfidarci sul codice di procedura. La luce invadeva l'ambiente, illuminando la scena di un'occupazione militare in piena regola.

Anna era già sveglia, ovviamente. Seduta al mio tavolo, immersa in un mare di fascicoli, post-it e fogli protocollo. Il suo viso ovale, dai lineamenti così delicati e fini, era concentrato sullo schermo del portatile. I suoi lunghi capelli castano scuro non avevano la solita piega perfetta dei corridoi universitari: erano raccolti alla bell'e meglio, un po' arruffati, lasciando scoperte le spalle coperte solo da una mia maglietta grigia.

Mi avvicinai al bancone, sfregandomi gli occhi, e afferrai la moka. La scossi. Vuota.

«Hai finito il caffè,» le feci notare, con la voce impastata dal sonno. Anna non alzò lo sguardo dallo schermo. «È casa mia.» «Non era una giustificazione, Anna,» ribattei, iniziando a smontare la caffettiera. «Era un’accusa formale.»

«Usa meno polvere, ieri sapeva di bruciato,» ordinò lei, tamburellando le dita sulla tastiera. «Guarda che anche la moka prima o poi presenterà ricorso contro di te,» borbottai, ma feci esattamente come mi aveva detto.

Mentre aspettavo che il caffè salisse, la guardai. Anna non mi chiedeva più dov’erano le cose. Non chiedeva dove fossero le tazze, i cucchiaini o i caricabatterie. Li prendeva e basta. E la parte veramente grave di tutta questa storia era che io avevo smesso di trovarlo assurdo. Quel disordine ordinato, la sua presenza fissa, la sua mania di controllo applicata alla mia pigrizia... tutto questo stava diventando una fottuta abitudine.

Due ore dopo, la cucina era diventata a tutti gli effetti un'aula di tribunale bunkerizzata. Dovevamo preparare l'arringa finale. Il processo simulato era tra quattro giorni, ma Anna pretendeva una struttura di ferro fin da ora. Il problema era che il nostro assistito era, di fatto, indifendibile dal punto di vista umano.

«Non devi farlo sembrare innocente,» decretò Anna, sottolineando con un righello una riga del log integrale. Mi passai una mano tra i capelli. «Di solito in un'arringa difensiva aiuta.» «No,» tagliò corto lei, alzando su di me i suoi grandi occhi castani e luminosi. «Stavolta no, Alessandro. Stavolta devi far sembrare l’accusa incompleta. È l'unico varco che abbiamo.» «Quindi, riassumendo, difendiamo uno stronzo manipolatore.» Anna si appoggiò allo schienale, incrociando le braccia. «Difendiamo il principio per cui anche gli stronzi hanno diritto a una prova intera. E Val ha depositato una prova parziale.»

Rimasi in silenzio per un attimo, masticando le sue parole. Erano ciniche, glaciali, ma giuridicamente ineccepibili. Era questo che mi faceva impazzire di lei: la sua lucidità tagliente. Iniziai a camminare avanti e indietro per la cucina. «E se dicessi...» mormorai, cercando il ritmo. «Una verità selezionata non è sempre falsa. Ma una prova selezionata non può mai pretendere di essere intera.»

Anna si bloccò. La sua penna restò sospesa a un millimetro dalla carta. «Ripetila.» Mi fermai, inarcando un sopracciglio. «Per insultarla o per usarla?» Le sue labbra carnose, la cui forma piena dava sempre una nota sensuale anche al suo volto più severo, si strinsero. «Per decidere quanto mi dà fastidio che sia buona.»

Sorrisi, sentendo una scossa elettrica attraversare la stanza. Quella era la nostra chimica: un conflitto costante che si trasformava in pura intuizione condivisa. L'attrito con lei mi faceva bruciare, ma mi costringeva a essere migliore.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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