Vai al contenuto
Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 7
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 7 di 12 30 min di lettura

Sabbia, Sale e la Figa di Val

Nel giorno del caffè “senza processo”, Alessandro prova a respirare fuori dalla trincea di Anna e si lascia trascinare dalla leggerezza pericolosa di Val.
Tra città, mare e desiderio, una notte apparentemente libera apre una frattura impossibile da ignorare.

Alessia
3 mesi fa · 795 letture · 0

«Grazie,» mormorò lei, annegandoci dentro. Ridemmo per l'assurdità della situazione, cercando di ripulirci il peggio di dosso. Mi caricai le sue scarpe in mano, le feci scivolare il mio giubbotto di pelle sulle spalle sopra la felpa, e tornammo verso la strada camminando scalzi sull'asfalto ancora tiepido della passeggiata, io in maglietta e lei infagottata nelle mie cose.

Sotto il primo lampione utile, ci fermammo. Mi avvicinai, circondandole la vita con un braccio, e la baciai ancora. Un bacio morbido, senza urgenza, pieno di una promessa silenziosa.

Lei si staccò appena, sorridendomi. «La prossima volta,» disse, incrociando le braccia al petto, «portiamo un fottuto asciugamano.»

Mi bloccai. Le parole di Val erano sempre le più semplici, ma le più detonanti. «La prossima volta?» ripetei.

Val mi diede un piccolo colpo col fianco. «Non rovinare tutto con l'analisi grammaticale, avvocato. Andiamo.»

Non eravamo fidanzati. Non avevamo risolto un cazzo dei miei conflitti. Ma avevamo stabilito un inizio. Un inizio reale. E mentre camminavamo verso casa, spalla contro spalla, sorrisi nel buio.

Il tragitto verso la fermata dell'autobus notturno fu un capolavoro di disordine e intimità.

Eravamo un disastro. Avevamo i vestiti umidi e stropicciati, appiccicati alla pelle, e i capelli incrostati di salsedine. I miei jeans erano pesanti e scomodi, mentre Val camminava al mio fianco, stretta nel mio giubbotto di pelle che le arrivava a metà coscia. I suoi capelli biondo miele, solitamente voluminosi, ora le ricadevano mossi e selvaggi intorno al viso ovale. C'era sabbia ovunque: nelle scarpe, tra le dita, persino sui bordi delle labbra carnose di Val, che continuavano a incurvarsi in piccoli sorrisi silenziosi.

Eravamo stanchi, svuotati dall'adrenalina e dal freddo, ma camminavamo vicinissimi. I nostri fianchi si sfioravano a ogni passo, in una danza goffa e spontanea che non aveva nulla a che fare con le geometrie calcolate a cui ero abituato ultimamente. L'erotismo tra noi si era depositato: non era più l'urgenza di sbranarsi sulla sabbia, ma il calore di una complicità che finalmente era diventata carne.

Val si fermò un attimo sotto la luce arancione di un lampione per togliersi una scarpa e svuotarla dalla sabbia. Si appoggiò alla mia spalla per non cadere. Il suo profumo naturale, mescolato al sale del mare, mi fece chiudere gli occhi per un secondo.

«È stata una pessima idea,» sentenziò, infilandosi di nuovo la scarpa e guardandomi dal basso verso l'alto. «Tua,» le ricordai, abbozzando il mio solito sorriso cinico. «Infatti era bellissima,» ribatté, con una naturalezza disarmante.

Riprendemmo a camminare. Il silenzio tra noi era comodo, leggero. Poi, la sua mano fredda scivolò lungo il mio braccio, intrecciando le dita alle mie. Si voltò a guardarmi, e l'allegria nei suoi occhi chiari lasciò il posto a una serietà lucida, penetrante.

«Ale,» disse, abbassando la voce, il tono improvvisamente adulto. «Domani in aula non mi regalare niente.» Mi bloccai in mezzo al marciapiede. Le sue parole mi colpirono con la precisione di un cecchino. Non voleva sconti. Non voleva che la proteggessi. Voleva l'avversario, voleva la verità, anche a costo di farsi male.

La fissai, sentendo l'eco di una cucina illuminata al neon e di una voce molto più fredda risuonarmi nel cranio. «Me l’hanno già detto,» risposi, senza riuscire a trattenermi.

Val non chiese chi. Non indagò. Il suo sorriso si fece solo un po' più consapevole, un po' più stretto. «Allora, per una volta nella tua vita, ascolta qualcuno.»

Quando infilai la chiave nella serratura del mio appartamento, la città dormiva da ore.

Aprii la porta cercando di fare meno rumore possibile, sperando egoisticamente che la casa fosse immersa nel buio. Invece, la striscia di luce giallastra che filtrava dal corridoio mi confermò la mia condanna.

Entrai in cucina. L'aria era viziata, pesante di caffè freddo e tensione inespressa. Anna era lì. Ovviamente.

Il tavolo era ancora un campo di battaglia di codici e fascicoli aperti, ma la disposizione era talmente ordinata da sembrare finta. Lei era seduta al suo posto, la schiena drittissima, la camicia bianca perfettamente abbottonata e stirata, senza la minima piega. I capelli scuri erano raccolti in modo severo, il viso pulito, i lineamenti fini tesi nello sforzo di mantenere l'espressione più neutra della storia umana.

Fingeva di leggere una sentenza, ma la penna che teneva tra le dita non si muoveva da chissà quanto tempo. Sapevo benissimo che mi aveva aspettato. Ed era la consapevolezza più schiacciante di tutte.

Feci un passo avanti, e il rumore della sabbia sotto la suola delle mie scarpe grattò contro il pavimento. Suonò come una bestemmia in una cattedrale.

Anna alzò lentamente lo sguardo. I suoi occhi castani, di solito così magnetici e sicuri, misero a fuoco il mio disastro. Ero la prova vivente di un altrove che lei non poteva controllare. Avevo i capelli umidi e scompigliati, la felpa stropicciata, e mi portavo addosso l'odore inconfondibile dell'acqua salata, del freddo e di Val. Peggio ancora, avevo addosso un'energia rilassata, una leggerezza e un sorriso accennato che nessuna battuta cinica sarebbe riuscita a spegnere.

Il silenzio che cadde tra noi fu assoluto. Diverso da quello della sera prima. Ieri c'era possesso, c'era un patto erotico che bruciava l'ossigeno. Stanotte c'era solo un vuoto pneumatico. Lei capì all'istante che Val mi aveva dato qualcosa che in quell'appartamento non trovavo. Non sesso. Mi aveva dato aria.

Anna non mosse un muscolo. La sua voce arrivò piatta, priva di qualsiasi colore. «Sei bagnato.»

Mi fermai in mezzo alla stanza, sentendomi improvvisamente sotto accusa per un crimine che non sapevo di aver commesso. «Siamo finiti a mare,» risposi, la voce roca.

Anna non mi guardò subito. Lo sguardo tornò a fissarsi sulla pagina del codice, come se la risposta ai suoi problemi fosse nascosta in un comma. «Ovviamente.» La parola fu uno schianto di ghiaccio. Glaciale, sprezzante, tagliente come il vetro.

Poi, prese la penna, la chiuse con un clic secco e la allineò perfettamente al fascicolo. «Domani alle nove in aula,» disse.

Feci un passo verso di lei, l'istinto di superare quel muro che mi spingeva in avanti. L'abbandono di Val e il rigore di Anna mi stavano lacerando. «Anna…»

«Non ho chiesto niente, Alessandro,» mi fulminò lei, alzando il viso. I suoi occhi erano due pozzi neri, la mascella serrata in una linea difensiva impenetrabile. Non voleva dettagli. Non voleva sapere cosa fosse successo sulla spiaggia. Non si sarebbe mai umiliata fino a quel punto.

«Lo so,» mormorai. «Allora non rispondere a domande che non ti ho fatto.»

Fece l'unica cosa che le riusciva in modo magistrale: divenne perfetta. Si alzò, raccolse due fascicoli con una grazia fredda e si diresse verso il corridoio, lasciandomi solo con il rumore dei miei stessi passi.

Rimasi fermo sulla soglia della cucina, i muscoli indolenziti, il sapore del sale ancora sulle labbra, e lo sguardo fisso sulla sedia vuota di Anna.

La stanza era la stessa della notte precedente. C'era la stessa lampada, lo stesso tavolo, la stessa polvere di procedura civile che fluttuava nell'aria. Ma le pareti sembravano improvvisamente più strette. Prima, quella cucina era stata il nostro fottuto mondo, un universo a parte dove il desiderio si mescolava al diritto e la disciplina diventava puro erotismo.

Ora, io ci ero rientrato portandomi addosso l'odore del mare e la luce di un'altra ragazza. Mi lasciai scivolare lentamente sulla sedia.

Quella sera capii che Val non aveva soltanto interrotto la nostra routine domestica. L’aveva resa visibile. Perché certe abitudini, certi patti notturni, certi sguardi scambiati sopra un codice penale sembrano innocui solo finché qualcuno torna sempre alla stessa ora, a farsi divorare dallo stesso gioco.

E Anna, orgogliosa, tagliente, ostinatamente rinchiusa nella sua fottuta corazza di perfezione, senza nemmeno guardarmi, stava facendo finta di non avermi aspettato.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Capitolo 8 senza votare

Ti è piaciuto?

Dai il tuo voto
Scritto da
Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

Altri racconti di Alessia

Commenti 0

Accedi per scrivere un commento…

    Nessun commento ancora. Scrivi il primo.

    Dello stesso autore

    Tutti
    Libro Ne vogliono ancora 10 capitoli · in corso

    Sorella Sbagliata

    una storia alternativa del racconto “tra la mia ragazza e sua cugina” che affronta una tresca, questa volta con Giulia, la sua cognatina

    2 mesi fa 233 min 17 mi piace
    Libro15 capitoli · completo

    La mia Ragazza & sua Cugina

    Una storia di tradimenti, passione e un vero e proprio dramma familiare che parla di gelosia tra cugine.

    7 mesi fa 408 min 121 mi piace
    Libro11 capitoli · in corso

    Schiavo Delle sue Amiche

    Una tranquilla vacanza tra amici in Sardegna degenera rapidamente in una torbida rete di voyeurismo, tradimenti e spietati ricatti carnali. Un fatale passo falso trasforma il protagonista nel burattino di un oscuro gioco di dominazione…

    2 mesi fa 231 min 17 mi piace
    Indice dei capitoli
    Cap. 8

    Commenti

    CallMeHot
    Salva in una lista