Entrare in acqua fu un trauma termico. «Cristo santo, è ghiacciata!» urlai, mentre l'acqua mi arrivava alle ginocchia.
Val non ebbe pietà. Con un movimento rapido, mi sollevò un'ondata d'acqua gelida addosso. «Ma sei pazza?!» sbottai, arretrando. Lei rideva, una risata cristallina e goffa che le faceva buttare la testa all'indietro, i capelli biondo miele che le si appiccicavano alle spalle. Mi lanciò un'altra manata d'acqua.
«Ah, vuoi la guerra,» dissi, scattando in avanti. Provai a prenderla, ma lei scartò di lato. Inciampammo entrambi, l'acqua che ci frenava i movimenti, scivolando quasi sul fondale sabbioso. Facevamo un casino pazzesco. Ci schizzavamo, ansimavamo per il freddo e per la fatica. Mi lanciai su di lei, afferrandola per la vita e sollevandola appena per farle perdere l'equilibrio. Val strillò, aggrappandosi alle mie spalle bagnate.
Eravamo congelati. I muscoli tremavano. Eppure, non mi ero mai sentito così fottutamente caldo. Mentre la tenevo stretta per non farla cadere, scoppiai a ridere. Una risata vera, profonda, che mi venne dritta dallo stomaco. Non stavo cercando la battuta brillante. Non stavo calcolando l'effetto della mia ironia. Stavo solo ridendo.
Val si bloccò. Il suo sorriso si addolcì, gli occhi chiari e penetranti mi misero a fuoco nell'oscurità. Mi guardò in un modo che non mi aveva mai riservato. «Eccolo,» sussurrò, il fiato corto che si condensava nell'aria fredda. «Cosa?» chiesi, stringendola un po' di più. «Quello che non sta cercando di dimostrare niente a nessuno.» Sollevò una mano bagnata e mi scostò una ciocca di capelli dalla fronte. «Ti sta meglio.»
La mia ironia, il mio cinismo, la mia maschera da studente disilluso: tutto sgretolato da due parole. Non seppi cosa rispondere. E non serviva. Ci baciammo. Non fu un bacio che dovevo guadagnarmi. Non fu una sfida. Non fu la concessione di un premio dopo aver dimostrato di essere all'altezza. Fu un impatto inevitabile. Le nostre labbra fredde si scontrarono, si schiusero, e il calore delle nostre lingue si intrecciò con una disperazione dolce, salata di mare.
Uscimmo dall'acqua incespicando, i corpi che tremavano violentemente per lo sbalzo termico, le mani intrecciate. Arrivammo al mucchio dei nostri vestiti e ci lasciammo cadere sopra la mia felpa e il suo giubbotto, la sabbia fredda che si attaccava alla nostra pelle bagnata.
Il tono cambiò. Le risate si spezzarono, sostituite da respiri pesanti. Ci baciammo ancora, rotolando uno sull'altra. Non c'era geometria in quello che stavamo facendo. C'era un disordine vitale.
La spinsi dolcemente sulla schiena. Val mi tirò verso il basso, ma io scivolai più giù. Le sue mani si persero nei miei capelli bagnati quando premetti il viso contro il suo ventre. Afferrai le sue cosce, rese scivolose dall'acqua salata, e le aprii. L'odore del mare si mescolò al suo profumo intimo, caldo e dolce.
Quando la mia bocca la toccò, Val sussultò. La sua figa era bollente, una fornace contro la punta gelida della mia lingua, ed era già inondata, bagnatissima, desiderosa. Leccai l'ingresso con lentezza, raccogliendo il suo sapore, sentendo il contrasto ruvido di qualche granello di sabbia che le si era attaccato alla pelle. Non c'era metodo. C'era fame.
Con le dita le tenni aperte le labbra morbide e premetti la bocca sul suo clitoride. Iniziai a succhiare, applicando una pressione calda e avida. Val non trattenne niente. Il suo erotismo era passionale, caldo, privo di censure. Lasciò andare la testa all'indietro, inarcando la schiena e piantando i talloni nella sabbia. Non cercava il controllo. Si lasciava devastare. I suoi gemiti diventarono rumorosi, rotti, meravigliosamente sporchi. Strinse le cosce attorno alle mie orecchie, spingendo il bacino contro il mio viso in cerca di più attrito, più forza. Non era il sogno idealizzato che avevo rincorso nei corridoi. Era una donna viva, di carne, che bruciava sotto la mia bocca. Aumentai il ritmo, divorandola, finché un grido strozzato non le esplose in gola. Le sue gambe tremarono violentemente mentre l'orgasmo la travolgeva con spasmi intensi che mi bagnarono il mento e la lingua.
Si accasciò sulla felpa, il respiro che era un mantice. Per un secondo infinitesimale, il mio cervello condizionato dall'addestramento cercò l'obiezione, la domanda successiva, il prossimo step. Val aprì gli occhi e lo capì. Mi afferrò per le spalle e mi tirò su, sopra di lei. Il suo viso era a un soffio dal mio. «Non pensare,» mi sussurrò, accarezzandomi la guancia. «Resta qui.»
Era l'antitesi di Anna. Con la Perfettina il piacere era la ricompensa per essere lucido. Con Val, il piacere era l'abbandono totale della mente.
Mi stesi su di lei. La pelle del mio petto aderì al suo seno pieno e morbido. Premetti il mio bacino contro il suo. Non eravamo nudi, avevamo ancora l'intimo bagnato addosso, ma l'attrito fu devastante. Il mio cazzo, duro e dolorante contro la stoffa umida dei boxer, trovò la fessura dei suoi slip bagnati, sfregando esattamente contro l'ingresso del suo calore.
Iniziai a strusciarmi contro di lei. Su e giù. La frizione della stoffa bagnata contro la pelle sensibile mi mandò in tilt. Val gemeva contro la mia bocca, assecondando i miei movimenti. Poi, la sua mano scivolò giù. Infilò le dita sotto l'elastico dei miei boxer bagnati, afferrando la mia erezione. Non era un tocco clinico o esperto come quello a cui mi aveva abituato Anna. Era goffo, urgente, ma fottutamente passionale.
Iniziò a muovere la mano. Io mi spinsi contro il suo pugno, usando il peso del mio corpo su di lei. Le sue dita mi stringevano, scivolando grazie all'acqua salata e al mio stesso liquido pre-seminale. Uncinò i piedi dietro i miei polpacci, baciandomi il collo, mordendomi la pelle, mentre la sua mano continuava a darmi un piacere disordinato e vitale. La stavo perdendo. Il sangue mi urlava nelle orecchie, il freddo della notte era stato annientato dal fuoco. Spinsi forte contro la sua mano, sfregando la punta sulla sua carne attraverso lo slip, e venni. Gemetto il suo nome contro i suoi capelli bagnati di salsedine, i muscoli che si contraevano mentre le sue dita raccoglievano il mio spasmo.
Crollai su di lei, nascondendo il viso nell'incavo della sua spalla. E per la prima volta da mesi, non sentii il bisogno di scappare o di inventare una battuta.
Rimanemmo intrecciati. Tremavamo di freddo, ma eravamo troppo storditi per muoverci. Ci baciammo ancora, baci pigri, salati, lenti.
Il mio bacino era ancora premuto contro il suo. L'istinto, la lussuria residua, spingevano per andare oltre. Volevo spogliarla del tutto. Volevo entrare in lei e cancellare il resto del mondo. Lo voleva anche lei; lo sentivo nel modo in cui il suo respiro si spezzava quando le accarezzavo il fianco.
Ma Val si fermò. Mise una mano piatta contro il mio petto nudo e bagnato, creando una minuscola, vitale distanza. Non era un gesto freddo. Non c'era moralismo o vergogna. I suoi occhi chiari erano sereni, ma lucidissimi.
«Non così, Ale,» disse. La guardai, confuso. «Perché?»
Val mi accarezzò i capelli incrostati di sabbia. «Perché mi piaci davvero. E non voglio essere una cosa stupida, bella e avventata che fai di notte solo perché con Anna è tutto fottutamente difficile e complicato.»
Rimasi zitto. Mi aveva letto dentro con la precisione di uno scanner. Non sapeva che mi scopavo Anna sul tappeto del salotto, ma sapeva benissimo che la Perfettina abitava la mia testa. Sapeva che io ero diviso.
«Le cose stupide mi piacciono da morire,» continuò Val, il suo sorriso che riapparve, appena accennato e dolcissimo. «Le cose vigliacche, no.»
Era una frase potentissima. Non mi stava respingendo. Mi stava dicendo che la sua spontaneità non era sinonimo di ingenuità. Non sarebbe stata la mia via di fuga. Se doveva succedere qualcosa tra noi, se io dovevo entrare in lei, doveva essere per Val. E non contro Anna.
Annuii, lentamente. «Hai ragione.»
Non ci furono dichiarazioni solenni. Niente promesse sotto le stelle o discorsi su cosa eravamo. Ci fu solo la realtà di due ragazzi infreddoliti e pieni di sabbia.
Mi alzai, battendo i denti, e mi infilai i jeans direttamente sui boxer bagnati, un'operazione che definire sgradevole è un eufemismo. Val si stava rimettendo il top. Mi sedetti accanto a lei e le sistemai i capelli bagnati, togliendole qualche granello di sabbia dalla fronte. Poi presi la mia felpa asciutta, l'unica cosa scampata al disastro, e gliela infilai addosso.
