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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 7
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Capitolo 7 di 12 30 min di lettura

Sabbia, Sale e la Figa di Val

Nel giorno del caffè “senza processo”, Alessandro prova a respirare fuori dalla trincea di Anna e si lascia trascinare dalla leggerezza pericolosa di Val.
Tra città, mare e desiderio, una notte apparentemente libera apre una frattura impossibile da ignorare.

Alessia
3 mesi fa · 795 letture · 0

Aprì la porta. E il mio castello di carte erotico si schiantò contro la cruda realtà della convivenza universitaria.

Spaparanzata sul divano del salotto, illuminata solo dalla luce azzurrognola della TV e dallo schermo del suo Mac, c'era Vittoria. La mia coinquilina, nonché migliore amica, nonché mente diabolica dell'accusa, era l'antitesi del fascino luminoso e curato che sfoggiava di solito in facoltà. Indossava un paio di pantaloni della tuta sformati, una canotta bianca e aveva i capelli legati in uno chignon precario. Il tavolino davanti a lei era un cimitero di fascicoli aperti, appunti, una vaschetta di gelato mezza vuota e un pacchetto di patatine al formaggio. Era l'archetipo della domesticità cinica e sboccata.

Vittoria si infilò una patatina in bocca, masticò lentamente e mi fissò con quegli occhi chiari e distaccati che sapevano leggerti l'anima. «Oh,» esclamò, la voce impastata. «Il prigioniero della difesa.»

Alzai gli occhi al cielo, sentendo le mie speranze scivolare sotto il tappeto. «Ciao anche a te, Vittoria.» Lei mi ignorò, rivolgendosi a Val con un tono di finto rimprovero. «Val, tesoro, lo sai che se lo porti in casa poi Anna gli sente l'odore addosso e ci denuncia in blocco alla Corte Europea per sottrazione di manodopera?»

Val scoppiò a ridere, una di quelle sue risate larghe, goffe e meravigliosamente spontanee, lasciando cadere la borsa sul pavimento con un tonfo. Io, invece, incassai il colpo, soffrendo in silenzio. Vittoria sapeva sempre dove colpire per smontare ogni posa.

«Faccio un cambio rapido e usciamo,» disse Val, sfilandosi le scarpe rimanendo a piedi nudi sul parquet. Guardai le sue caviglie, la morbidezza dei suoi movimenti, il modo in cui il top si tendeva sul suo busto pieno ed elegante mentre si stiracchiava. Vittoria se ne accorse. I suoi occhi saettarono da me a Val.

«Io stasera resto qui,» annunciò Vittoria, chiudendo il pacchetto di patatine. «Perché?» chiese Val, fermandosi sulla soglia della sua camera. «Primo, perché pago metà dell'affitto e questo divano è mio di diritto. Secondo, perché voi due avete l'energia erotica repressa di due adolescenti che stanno per rovinarmi la tappezzeria. E io domani devo essere lucida per distruggervi in aula.»

Val arrossì appena, ma il suo sorriso si fece più malizioso, confermando quell'allure da ragazza perfettamente consapevole del proprio effetto. «Allora usciamo,» decise Val, infilandosi in camera.

Mi appoggiai allo stipite della porta. «Dove andiamo?» La testa bionda di Val sbucò da dietro la porta, gli occhi che brillavano di un'eccitazione pura. «A fare una cosa stupida.»

La nostra "cosa stupida" iniziò con l'acquisto di viveri di dubbia provenienza. Entrammo in un minimarket aperto 24 ore su 24 gestito da un signore che ci guardò con totale apatia. Comprammo due birre in lattina ghiacciate, un pacchetto di patatine al gusto di qualcosa che in natura non esisteva e una confezione di caramelle gommose a forma di coccodrillo.

Uscimmo nel buio della città, Val che stringeva il sacchetto di plastica come se fosse un bottino di inestimabile valore. Indossava la felpa che aveva recuperato a casa, troppo grande per lei, che le copriva le mani e le dava un'aria tenera, ma i jeans aderenti continuavano a fasciare le sue forme morbide e slanciate, richiamando costantemente la mia attenzione.

«Facciamo una cosa irresponsabile,» propose, aprendo la sua lattina di birra con un clac metallico. «Quanto irresponsabile?» chiesi, affiancandola. Le nostre braccia si sfiorarono. «Scala universitaria. Niente che sporchi la mia fedina penale prima dell'esame di Stato, per favore.» Lei rise, passandomi il sacchetto di patatine. «Una cosa stupida.» «Definisci stupida, Val.» «Se la devi definire, Alessandro, sei ancora seduto in quell'aula.»

Aveva ragione. Con lei il mondo tornava ad avere un peso normale. Non c'era la pressione chirurgica di Anna, non c'erano regole, punizioni o ricompense basate sulla perfidia. C'era solo l'aria fredda, il sapore della birra economica e noi.

Camminammo senza meta. Sbagliammo volutamente strada un paio di volte, con Val che sosteneva di conoscere "una scorciatoia pazzesca" che ci portò dritti in un vicolo cieco. Ridemmo come idioti. Le offrii una caramella gommosa e lei, invece di prenderla con la mano, si avvicinò e la prese direttamente dalle mie dita con le labbra. Fu un gesto rapido, goffo ma fottutamente sensuale. I suoi denti mi sfiorarono i polpastrelli, i suoi occhi chiari e penetranti si alzarono sui miei, e per un secondo il mondo smise di girare.

Il calore che provavo per lei era diverso. Era una passione genuina, un'attrazione che sapeva di familiarità e leggerezza. Mi faceva sentire bene. Mi faceva uscire dalla testa.

Ci sedemmo su un muretto basso che costeggiava una piazza vuota. Le nostre gambe penzolavano nel vuoto. Le cosce si toccavano a ogni nostro movimento. Rimanemmo in silenzio per un po', ascoltando la città che andava a dormire. Val giocherellava con la linguetta di metallo della sua birra. I lineamenti del suo viso ovale e armonioso erano rilassati, addolciti dalla luce dei lampioni.

Poi, sollevò il viso. Un soffio di vento più forte ci investì, portando con sé un odore inconfondibile, denso e salmastro. Il vento aveva girato.

Le labbra carnose di Val si curvarono in un sorriso piccolo, deciso. Si voltò verso di me, l'energia luminosa che le vibrava addosso come una scossa. «Voglio vedere il mare.»

La guardai, sorpreso dalla repentinità della richiesta. «Adesso?» Val inarcò un sopracciglio, sfoderando quell'aria un po' altezzosa e brillante che la rendeva irresistibile. «No, Alessandro. Tra sei mesi, quando potremo allegarlo come prova ambientale al tuo fottuto fascicolo.»

Scoppiai a ridere. Era inevitabile. Come era inevitabile tutto quello che riguardava lei in quel momento. Non c'era logica, non c'era utilità. C'era solo il desiderio di seguirla. Scesi dal muretto con un salto, le tesi la mano e la tirai giù. Il suo corpo si scontrò morbidamente contro il mio per una frazione di secondo. Il suo décolleté mi sfiorò il petto, e io respirai a fondo il suo profumo.

«Andiamo,» dissi, intrecciando le mie dita alle sue. E per la prima volta da giorni, non pensai né al caso, né ad Anna.

Lasciammo il centro storico alle nostre spalle. Più ci allontanavamo dai lampioni e dal rumore dei locali, più il respiro della città si faceva lento, sostituito da quello scuro e ritmico del mare.

Trovammo un tratto di spiaggia abbastanza appartato, una lingua di sabbia fredda avvolta nel buio. L'acqua era una distesa d'inchiostro nero che si infrangeva a pochi passi da noi. Alle nostre spalle, le luci di una strada lontana sembravano appartenere a un altro pianeta. Lì non c'erano codici, non c'erano obiezioni, non c'erano fascicoli da studiare o penali da pagare.

Val non esitò un secondo. Si lasciò cadere la borsa pesante dalla spalla e, con un gesto fluido, si sfilò le scarpe, affondando i piedi nudi nella sabbia. Poi, senza pensarci, camminò verso la riva e mise i piedi nell’acqua.

Incrociai le braccia, rabbrividendo al solo pensiero. «Hai paura?» mi sfidò lei, voltandosi. «Del mare di notte? No,» risposi, restando a distanza di sicurezza. «Allora dei vestiti bagnati.» «Quella, Val, è una paura fottutamente razionale. Siamo a novembre inoltrato, per la cronaca.»

Lei scoppiò a ridere. Quella sua risata aperta, capace di fare esattamente quello per cui l'avevo sempre desiderata: farmi ridere il cuore. «Hai ragione,» disse.

E con la naturalezza di chi non sta recitando la parte della femme fatale, ma segue solo l'istinto di una ragazza solare e spontanea, si sfilò la felpa. La buttò sulla sabbia. Poi le mani andarono al bottone dei jeans. Se li tolse insieme al top chiaro. Rimase in intimo. La luce lunare e il bagliore lontano dei lampioni le disegnarono addosso un’estetica perfetta: la pelle chiara, i lineamenti morbidi del viso, il busto pieno e la figura slanciata e femminile. Non c'era nulla di costruito in quella sensualità, era pulita, viva, sfacciata nella sua innocenza.

Sgranai gli occhi. «Val, sei completamente fuori.» «Lo so,» rispose lei, con un sorriso sghembo che le increspò le labbra carnose. «È la parte migliore.»

Non potevo lasciarla sola. E, soprattutto, non volevo. Mi spogliai in tre secondi netti, buttando giubbotto, felpa e jeans in un mucchio disordinato, e corsi verso di lei, in boxer, mentre l'aria gelida mi schiaffeggiava la pelle.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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