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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 7
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Capitolo 7 di 12 30 min di lettura

Sabbia, Sale e la Figa di Val

Nel giorno del caffè “senza processo”, Alessandro prova a respirare fuori dalla trincea di Anna e si lascia trascinare dalla leggerezza pericolosa di Val.
Tra città, mare e desiderio, una notte apparentemente libera apre una frattura impossibile da ignorare.

Alessia
3 mesi fa · 795 letture · 0

Arrivai al bar con dieci minuti di anticipo, mi appoggiai al tavolino all'aperto e aspettai. Val arrivò con cinque minuti di ritardo, e fu come se qualcuno avesse improvvisamente alzato il volume del mondo.

Non aveva la perfezione geometrica e intimidatoria di Anna. Val era vera, viva, fottutamente luminosa. Indossava un paio di jeans chiari e un top bianco leggero che scivolava morbido sul busto, valorizzando quel suo décolleté rotondo ed evidente in un modo così naturale da sembrare quasi involontario. I lunghi capelli biondo miele, con la radice leggermente più scura, erano mossi, un po' spettinati dal vento, e le incorniciavano il viso ovale e armonioso. Si avvicinò cercando disperatamente le chiavi in una borsa di tela che sembrava contenere l'inventario di una cartoleria e tre cambi d'abito. Sbatacchiò contro una sedia, fece una smorfia buffa, quasi goffa, e poi alzò il viso verso di me, sfoderando un sorriso solare che mi disarmò all'istante.

«Non fare quella faccia,» esordì, lasciando cadere la borsa sulla sedia di fronte alla mia con un tonfo.

Sbattei le palpebre, ancora imbambolato dalla sua figura femminile, proporzionata e dannatamente seducente. «Che faccia?» «Da uno che sta perennemente aspettando un’obiezione da parte della corte.» «È la mia faccia normale, Val.» Lei si sedette, appoggiando i gomiti sul tavolino, il top che le si tendeva appena sul petto. «Allora dobbiamo lavorarci su con urgenza.»

Chiamò il cameriere con un cenno disinvolto, ordinò due Spritz senza nemmeno consultare il menù, e poi mi puntò addosso quegli occhi chiari, freddi nel colore ma caldissimi nell'espressione. «Regola fondamentale del caffè nostro,» decretò, con finta severità. «Niente processo. Vietato parlare di Diritto, di imputati, di testimoni e di giurisprudenza.»

«Una regola sola?» chiesi, abbozzando un sorriso cinico. «Sì. E tu l’hai già quasi violata.» «Io non ho detto niente.» «Stavi pensando all'articolazione delle tempistiche probatorie. Lo so. Puzzavi di Codice di Procedura Penale fin da laggiù.»

Risi. Risi per davvero. Con Anna ero costretto a una trincea in cui l'aria mancava e ogni passo falso era una coltellata. Val mi stava tirando fisicamente e mentalmente fuori dall'aula. Non mi voleva come avvocato, non mi voleva come brillante oratore. Voleva Ale. E io, con lei, riuscivo stranamente a respirare.

I drink arrivarono. L'alcol e l'atmosfera rilassata iniziarono a smussare i miei angoli. Val era un concentrato di energia pura. Parlava gesticolando, raccontandomi di un disastro con un professore di Diritto Privato, e ogni volta che rideva il suo viso si illuminava. Le labbra carnose e ben disegnate si curvavano in modo così spontaneo che avrei voluto sporgermi sul tavolo e baciarla lì, in mezzo a cento persone.

Eppure, il mio fottuto cervello continuava a fare dei cortocircuiti. Ogni volta che Val si sistemava una ciocca di capelli biondi dietro l'orecchio, io ricordavo la morsa delle cosce di Anna sul mio viso.

«Comunque è incredibile,» disse Val, a un certo punto, passando l'indice sul bordo del bicchiere inumidito di condensa. «Cosa?» «Voi due. Tu e Anna.» Val fece una piccola pausa, guardandomi da sotto in su, senza traccia di malizia, ma con un'intelligenza acutissima. «Vi detestate così tanto, vi scontrate così ferocemente su ogni singola virgola, che ormai sembrate una coppia di vecchi sposati in attesa del divorzio.»

Mi irrigidii. Fu un riflesso condizionato. Il mio corpo si tese all'istante, come se Val avesse appena tirato un filo invisibile collegato direttamente alla mia spina dorsale.

Val non era stupida. Capiva molto più di quanto la sua aria leggera desse a vedere. Si appoggiò allo schienale della sedia, inclinando il collo e scoprendo una linea morbida e delicata. «Hai ancora Anna addosso,» constatò, la voce che scendeva di mezza ottava. «Io non ho nemmeno nominato Anna,» mi difesi subito, usando la mia solita strafottenza come scudo.

«No,» ammise Val, senza affondare, ma senza nemmeno indietreggiare. «Però hai appena fatto quella faccia. Quella da uno che sta litigando mentalmente con lei anche se lei non è neanche in questo quartiere.»

Incastrato. Val non sapeva del sesso, non sapeva del patto erotico-legale, non sapeva dell'addestramento. Ma intuiva la gravità. Intuiva che la Perfettina non era solo un fastidio accademico, ma una presenza che mi rimaneva incollata addosso. Bevvi un sorso di Spritz per non dover rispondere. Val non si offese. Non fece la fidanzata gelosa. Sorrise appena, capendo che aveva toccato un tasto scoperto, ma decise di non calcare la mano.

Il sole era ormai sceso, lasciando il posto ai lampioni gialli del centro storico. La conversazione scivolò via dai binari della facoltà. Parlammo di tutto. Del futuro, delle aspettative, delle nostre famiglie incasinate. Mentre la ascoltavo, mi accorsi di un'altra cosa: il desiderio che provavo per Val era caldo, affettuoso, genuino. Non c'era l'istinto predatorio e di controllo che mi avvelenava con Anna.

Poi, all'improvviso, in uno di quei micro-silenzi che si creano tra una battuta e l'altra, Val appoggiò i gomiti sul tavolo. Si sporse verso di me, l'odore del suo profumo dolce e floreale che mi invase lo spazio personale.

«Ale,» mi chiamò. Gli occhi chiari diventarono seri, penetranti, spogliati di ogni leggerezza difensiva. «Dimmi.» «Tu chi sei quando non devi dimostrare qualcosa?»

La domanda arrivò come una palla da demolizione su un castello di carte. Era semplice. Devastante. Provai istintivamente a schivarla. Abbozzai un sorriso sghembo. «Sono un fuoricorso con un problema di dipendenza dal caffè e un pessimo gusto in fatto di coinquiline.»

Val non rise. Le sue labbra piene rimasero serrate. Mi guardò con un'intensità che non ammetteva repliche. «No, davvero.»

Mi bloccai. Le parole della battuta successiva mi morirono in gola. Con Anna ero sempre su un palcoscenico: dovevo essere preciso, tagliente, spietato, perché se abbassavo la guardia lei mi puniva. La dinamica con la Perfettina si nutriva di attrito, di guerra, di maschere. Con Val, improvvisamente, la maschera non serviva. E senza di quella, non sapevo cosa cazzo ci fosse sotto.

La guardai negli occhi. La bellezza luminosa del suo viso non era più solo un sogno erotico da rincorrere per i corridoi; era uno specchio in cui stavo disperatamente cercando di capire chi fossi. Ingoiai il vuoto. «Non lo so, Val,» confessai, e fu la cosa più nuda e vulnerabile che avessi detto ad alta voce da anni. «Giuro che non lo so.»

Val non mi giudicò. Non usò quella debolezza per correggermi o per mettermi in riga, come avrebbe fatto Anna. Il suo sguardo si addolcì, carico di una complicità vera, profonda. Allungò la mano sul tavolino freddo di metallo e sfiorò il dorso della mia con le dita calde e morbide.

«Allora possiamo scoprirlo,» mormorò, la voce avvolgente e sicura. «Senza che tu faccia casino per forza. Senza che tu debba distruggere niente.»

Una scossa elettrica mi percorse il braccio fino allo stomaco. La pelle calda di Val contro la mia non era la promessa di una penale o di una ricompensa condizionata. Era l'offerta di uno spazio libero. Con Anna ero costretto alla precisione assoluta, e la desideravo per quel rigore crudele che mi sventrava. Con Val, invece, ero costretto alla sincerità. E questo, capii mentre stringevo dolcemente le dita attorno alle sue, non la rendeva un rifugio innocuo. La rendeva una forza altrettanto potente, fottutamente pericolosa, e capace di competere ad armi pari con l'ombra di Anna che mi portavo addosso.

Uscimmo dal bar che il cielo si era già tinto di un blu scuro e profondo, tagliato dai riflessi gialli dei lampioni. L’aria della sera era frizzante, ma Val camminava al mio fianco emanando un calore naturale.

«Devo passare da casa,» disse a un certo punto, spostandosi sulla spalla la borsa di tela che sembrava pesare quanto un cadavere. «Devo posare questo macigno, prendere una felpa e cambiare le scarpe. I miei piedi stanno implorando pietà da tre ore.»

Il mio cervello di maschio ventenne, seppur annebbiato da due Spritz e dalla stanchezza cronica, fece un calcolo rapido. Casa sua. Noi due da soli. Cambio d'abiti. La tensione romantica e vibrante che si era creata al tavolino del bar aveva bisogno di un posto dove scaricarsi. «Ti accompagno,» dissi, cercando di far sembrare la voce disinteressata.

Il tragitto fu breve. Val aprì il portone di un palazzo storico e salimmo le scale fianco a fianco. I suoi capelli lunghi, biondo miele, le ricadevano disordinatamente sulle spalle, e il suo profumo estivo mi riempiva le narici. Infilò la chiave nella toppa. Il mio respiro si fece leggermente più pesante.

Prima di andare avanti…

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