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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 5
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Capitolo 5 di 12 30 min di lettura

La Penale tra le Cosce della Perfettina

Dopo aver mandato all’aria un vantaggio decisivo, Alessandro deve riconquistare Anna tra studio feroce, debiti da pagare e regole sempre più pericolose.
Ma mentre Val gli apre una porta luminosa, la disciplina della Perfettina diventa una tentazione impossibile da archiviare.

Alessia
3 mesi fa · 715 letture · 2

Non risposi. Non potevo, e non volevo. Strinsi la presa sui braccioli, dedicandomi completamente a quel compito. La punta della lingua lavorava sul suo centro nevralgico con una precisione che non avevo mai applicato a niente in vita mia, esplorando la consistenza umida e scivolosa, rallentando quando sentivo i suoi muscoli tendersi, aumentando la pressione del vuoto quando il suo bacino si sollevava impercettibilmente dalla sedia in cerca di attrito.

Sopra di me, l'armatura di Anna stava crollando pezzo per pezzo, e la mia vittoria era proprio quella: smantellarla con la pura attenzione, non con il caos.

«Catena di...» la sentii mormorare. La penna grattò un'altra volta sul foglio. «Custodia digitale... compromessa.» Faceva leva sulla scrivania. Ma il suo corpo la stava tradendo.

Infilai due dita all'interno del suo calore, spalancandola, bagnandole con i suoi fluidi densi, per poi portarle ad assistere la bocca. Succhiavo e leccavo, affondando il viso tra le sue cosce strette, nutrendomi della sua perdita di controllo.

Il ginocchio di Anna si tese. Il fascicolo che aveva sulle gambe scivolò inesorabilmente sul pavimento, sparpagliando gli screenshot che avevamo appena analizzato. La penna le cadde dalle dita, rotolando fino a precipitare sul tappeto con un tonfo sordo. «Ale...» ansimò, la voce ormai un rantolo.

Aumentai il ritmo della lingua, rapido, incisivo, spietato. Anna non riuscì più a parlare. Strinse le cosce attorno al mio viso con una forza quasi dolorosa. Trattenne il respiro, inarcando il petto verso l'alto, la testa che cadeva all'indietro. Il suo orgasmo non fu un lamento romantico o una resa teatrale. Fu una crepa improvvisa, violenta. Un gemito soffocato e rabbioso, animale, che le graffiò la gola, mentre il suo bacino si contraeva contro la mia bocca con spasmi potentissimi, bagnandomi il mento e la lingua con ondate di piacere puro e salato.

La tenni stretta per i fianchi, accogliendo ogni suo fremito, continuando a stimolarla leggermente finché la contrazione dei muscoli non iniziò a svanire e le sue cosce, lentamente, persero la loro morsa autoritaria attorno alle mie guance.

Il silenzio che seguì fu assordante, interrotto solo dal suono dei nostri respiri pesanti che riempivano la cucina.

Mi staccai dolcemente. Rimasi in ginocchio tra le sue gambe, gli occhi bassi, cercando di recuperare ossigeno. Il cuore mi batteva nel petto come un tamburo. Anna era accasciata sulla sedia, il cardigan scivolato completamente da una spalla, il respiro spezzato. Aveva perso la sua geometria perfetta.

Non mi alzai. Non dissi nulla. Agendo d'istinto, con una spontaneità che non mi apparteneva, appoggiai la guancia contro l'interno della sua coscia, ancora calda e umida del suo piacere e della mia saliva. Era un gesto di sottomissione volontaria, di quiete assoluta. Chiusi gli occhi.

Mi aspettavo che mi spingesse via. Che si ricomponesse e tornasse a essere la stronza glaciale di sempre. Invece, Anna rimase ferma. La sua mano scivolò lungo la mia testa, e le sue dita si infilarono tra i miei capelli, sfiorandomi la nuca. Un tocco leggero. Vero. Sconvolgentemente tenero.

«Anna,» dissi piano, la voce che vibrava contro la sua pelle. «Non dire niente,» sussurrò lei. «Non stavo per fare una battuta.» Ci fu una pausa lunghissima. Le sue dita si mossero appena tra i miei capelli. «Lo so.»

Quella risposta sussurrata, vulnerabile, mi fece più paura di tutto il resto. Perché il sesso poteva chiamarlo penale, clausola, regola o conseguenza. Ma quel gesto tenero, quella frazione di secondo in cui per la prima volta aveva creduto che non stessi scappando, quello non poteva archiviarlo in nessun fottuto fascicolo.

Il silenzio era tornato a regnare nella cucina, ma non era più lo stesso di prima. C'era un'elettricità residua che mi pizzicava la pelle, un'eco del piacere che avevamo appena condiviso. Restai in ginocchio sul tappeto, i battiti del cuore che tornavano lentamente a ritmi umani, gli occhi fissi sulla figura di Anna.

Era seduta sulla sedia, il cardigan ancora scivolato su una spalla, i capelli castano scuro in un nido di ciocche selvagge che le incorniciavano il viso stanco. Ma non c'era traccia di dolcezza nel suo sguardo. Quando incrociò il mio, la sua espressione subì una metamorfosi rapida: il desiderio esplosivo di pochi istanti prima venne risucchiato in un vuoto glaciale.

Si alzò, lisciandosi i pantaloncini e tirando su il cardigan con un gesto nervoso, quasi infastidito dalla propria stessa nudità. Il modo in cui si ricompose fu un esercizio di autocontrollo chirurgico: chiuse la camicia, si infilò le dita tra i capelli per riportare un minimo di ordine, e i suoi movimenti, prima frenetici e sporchi di desiderio, tornarono a essere composti, rigidi.

«Basta,» disse. La parola uscì dalla sua bocca con la freddezza di una sentenza.

Mi alzai, il corpo ancora pesante di adrenalina. «Anna...» «La penale è estinta,» tagliò corto, voltandosi verso il tavolo. Prese la penna, l'appoggiò sul fascicolo e tornò a guardare le pagine, come se il mio corpo nudo, le sue cosce su cui avevo appena lasciato la mia saliva e il mio piacere non fossero mai esistiti.

«Tutto qui?» chiesi, la voce incrinata. «Dopo tutto questo, torniamo a fare i compagni di banco?»

Anna mi lanciò un'occhiata veloce, i suoi occhi castani così freddi da sembrare estranei. «Non trasformare cinque secondi di silenzio in una storia, Alessandro. Abbiamo un caso da vincere.» «Non confondere una tregua con una sentenza,» aggiunsi io, imitando il suo tono cinico, nascondendo la ferita che quella sua chiusura improvvisa mi stava scavando dentro.

Il mio telefono, appoggiato sul tavolo basso, vibrò di nuovo. Il display si illuminò nel buio della cucina. Val.

Il messaggio apparve chiaro, una promessa luminosa in mezzo a tutto quel fottuto casino: “Venerdì alle 18? Per il caffè nostro. Promesso: niente processo.”

Guardai il nome. Val. La ragazza che volevo da anni. La leggerezza, il sorriso, la vita genuina e brillante. Il futuro che avrei potuto avere se solo non fossi stato così complicato. Anna non disse nulla. Non mi ordinò di non guardarlo. Non fece scenate. Ma la sentii irrigidirsi. Il rumore dei tasti che batteva sul computer divenne più secco, quasi violento. La sua mano si fermò sulla tastiera e per un istante il suo collo si contrasse, diventando una colonna di marmo.

Avevo davanti a me due strade. Potevo lasciar perdere Val, tornare nell'orbita protettiva e logorante di Anna, o potevo scegliere il rischio. Digitai freneticamente, sotto gli occhi invisibili di Anna: “Venerdì alle 18. Niente processo.”

Inviai. Il messaggio partì con un clic quasi impercettibile. Anna smise di digitare. Il silenzio che avvolse la cucina fu una scure che calava. Non si voltò, ma la sua voce fu più bassa, più tesa che mai. «Bene. Allora abbiamo una scadenza anche noi.»

«Che scadenza?» chiesi, sentendo il battito accelerare di nuovo.

Anna si voltò, fissandomi. Il suo trucco era consumato, le occhiaie leggere le davano un'aria stanca, ma lo sguardo era ferocemente lucido. «Entro venerdì devi essere pronto a non farti distruggere da lei in aula.»

Il riferimento a Val fu un colpo basso, ma perfetto. Non aveva nominato la mia gelosia, né la sua. Aveva trasformato Val in un ostacolo professionale. Aveva trasformato il nostro appuntamento in una prova di forza.

«Bene,» dissi, la mascella serrata.

Anna tornò al fascicolo come se il mio nome, la mia pelle e la mia esistenza non le fossero appena rimasti addosso. Val mi aspettava venerdì. Anna mi chiedeva presenza, lavoro, disciplina e un desiderio che non sapevo più se fosse odio o devozione.

E io, che fino a una settimana prima non riuscivo a scegliere nemmeno un corso opzionale, capii finalmente che il problema non era scegliere tra due strade. Il problema, quello vero, era che volevo percorrerle entrambe, costi quel che costi.

Prima di andare avanti…

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Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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