Mi fermai. Strofinai gli occhi con i palmi delle mani e guardai di nuovo i metadati in calce ai fogli. Controllai l’orario. Controllai i nomi dei file. Poi alzai la testa.
«Anna.» Non smise di scrivere. «Dimmi che hai trovato qualcosa di reale e non un pretesto per smettere di leggere.» «La testimone, l'amica della vittima,» dissi, raddrizzando la schiena, la stanchezza improvvisamente sparita. «A verbale dichiara di aver ricevuto questi screenshot subito dopo la presunta conversazione, inviati uno per volta in preda al panico, giusto?» «Corretto.» «E allora perché i nomi dei file allegati al fascicolo hanno un'indicizzazione sequenziale perfetta? IMG_001, IMG_002, IMG_003. E, cosa ancora più assurda, l’orario di estrazione dai server del telefono indica che sono stati creati tutti nello stesso esatto minuto, tre giorni dopo i fatti, subito dopo un incontro fisico tra la vittima e la testimone.»
Anna smise di scrivere. La penna rimase sospesa a un millimetro dalla carta. «Non li ha ricevuti,» conclusi, sentendo l'adrenalina pulsarmi nelle tempie. «Li ha organizzati. Se li avesse salvati o ricevuti in momenti diversi, le stringhe numeriche sarebbero disordinate, mischiate al resto del rullino. Questi sono stati puliti, ordinati e consegnati come una storia già fottutamente impacchettata.»
Anna mi sfilò i fogli di mano. I suoi occhi castani corsero veloci lungo le stringhe di numeri. La vidi irrigidirsi. Il suo cervello stava già processando l'informazione, destrutturandola, trasformandola in piombo fuso da versare sull'accusa. «La testimone non è solo fonte,» mormorò Anna, gli occhi che brillavano di una luce fredda e calcolatrice. «È filtro.»
«Tradotto in lingua umana?» «Non ha semplicemente ricevuto una prova passivamente. Ha partecipato attivamente alla costruzione e alla selezione della sequenza probatoria. Ha un ruolo narrativo, non solo testimoniale.» Anna appoggiò i fogli sul tavolo. Mi guardò. «È utile.»
«Solo utile?» chiesi, abbozzando il mio solito mezzo sorriso. «È una fottuta bomba. Dimmi che mi hai perdonato.»
Anna non sorrise. Il suo sguardo restò imperscrutabile, un muro di vetro antiproiettile. «Hai riparato una parte del danno incalcolabile che hai creato oggi pomeriggio.» «Quindi niente assoluzione totale?» «Non saresti in grado di gestirla,» ribatté, secca. Poi, abbassò leggermente la voce, e il tono si fece più profondo, quasi intimo. «Il resto è fiducia, Alessandro. E quella non si ricostruisce con una sola buona intuizione.»
La frase mi ammutolì. Era perfetta, spietata e assolutamente vera.
Verso le due di notte, la cucina era l'immagine della desolazione fuorisede. Il tavolo era un tappeto di fogli disordinati, bicchieri d'acqua mezzi vuoti, evidenziatori lasciati senza tappo a morire lentamente e un tramezzino morsicato e abbandonato in un angolo. La lampada gettava un cono di luce giallastra solo su di noi, mentre fuori dai vetri la città era inghiottita dal buio e dal silenzio.
Ero distrutto. Mi passai una mano tra i capelli, sentendo le vertebre del collo scricchiolare. Di fronte a me, Anna continuava a lavorare. Era instancabile. Stava riscrivendo la nota tecnica per il tutor e riordinando la lista delle domande per il controinterrogatorio.
Fisicamente, però, l'università l'aveva abbandonata. Non indossava più la sua armatura sartoriale. Aveva infilato un paio di pantaloncini da casa morbidi e scuri, che le lasciavano scoperte le gambe lunghe e snelle, e una maglia leggera, un po' scollata, sopra la quale aveva gettato un cardigan color panna che le era scivolato oltre una spalla, rivelando la linea pallida e tesa della clavicola e la spallina sottile di un reggiseno nero. I suoi capelli castani erano stati raccolti alla bell'e meglio con una pinza di plastica, in un nido disordinato da cui sfuggivano ciocche ribelli che le accarezzavano il collo nudo. Era scalza. I suoi piedi pallidi, privi di smalto o calze, sfioravano le gambe del tavolo. Il trucco era consumato, c'erano delle ombre leggere sotto i suoi occhi, e la pelle sembrava emanare un calore stanco, denso di profumo e di notte.
Eppure, in quel disordine domestico, non c'era traccia di vulnerabilità. Era seduta lì, scalza e sfatta, e comandava la stanza con una gravità assoluta. Non si era messa comoda per sedurmi. Lo aveva fatto per sopravvivere alla nottata, e mi stava concedendo l'accesso a quella sua versione privata senza mai smettere di essere il generale. Quella dicotomia era l'essenza stessa del suo erotismo.
«Quindi,» ruppi il silenzio, stiracchiandomi. «Ho recuperato il mio errore.» Anna non alzò lo sguardo dallo schermo. «Hai cominciato a recuperare.» «Dura.» «Vera.» La guardai, lasciando scivolare lo sguardo sulla linea della sua coscia scoperta. «E l'accordo? Il patto che avevamo fatto?»
Anna smise di digitare. Il rumore dei tasti cessò. Con una flemma che mi fece salire il cuore in gola, sollevò finalmente gli occhi su di me. «Non hai guadagnato una ricompensa, Alessandro.»
Il mio sorriso si spense. Rimasi zitto, improvvisamente insicuro. «Hai risolto un casino che hai generato tu stesso per pura vanità,» continuò lei, la voce che scendeva di un'ottava, assumendo una consistenza scura, vellutata. «Quindi?» chiesi, la gola arida.
Lei si scostò leggermente dal tavolo, allargando appena le cosce nude coperte solo dai bordi dei pantaloncini morbidi. Con un dito, mi indicò lo spazio esatto tra le sue gambe. «Quindi, questa è una penale.»
Il cambio d'aria fu istantaneo. La stanza si riempì di una pressione fisica, schiacciante. Non c'era dolcezza nella sua voce, non c'era una romantica riappacificazione. Era un dazio da pagare. E dentro quel dazio c'era controllo, riparazione, e un desiderio così violento da farmi tremare le mani.
Mi alzai dalla sedia. Non dissi nulla. Mi avvicinai a lei, aggirando il tavolo, e mi inginocchiai esattamente dove mi aveva indicato. Mi ritrovai con il viso all'altezza del suo bacino, circondato dal calore del suo corpo e dal suo profumo di pelle nuda e stanchezza.
Anna teneva ancora la penna nella mano destra, appoggiata sul fascicolo aperto sulla scrivania. «Regole,» disse, guardandomi dall'alto in basso, i suoi occhi castani immensi e severi. «Niente battute.» «Difficile,» sussurrai. «Niente telefono.» «È lontano.» «Niente Val.»
Il nome di Val, pronunciato in quel momento, mi colpì come una frustata, ma non feci una piega. Silenzio. «E niente fretta,» continuò Anna, la voce ferma. «Se corri come hai corso oggi davanti al tutor pur di prenderti la scena, ti fermo e te ne vai a dormire.» Inclinò leggermente il capo, offrendomi un micro-consenso, freddo ma vitale. «Se vuoi fermarti, lo dici.»
«Non voglio fermarmi,» risposi, il respiro che si faceva pesante. «Lo so. Voglio sentirlo da te.» «Non voglio fermarmi, Anna.» «Allora ascolta.»
Il suo comando fu accompagnato da un movimento che mi azzerò il cervello. Anna strinse le cosce attorno al mio viso. La pelle morbida, bollente e vellutata dell'interno coscia mi serrò le guance e le orecchie come una morsa dolcissima e implacabile. Non potevo girare la testa, non potevo fare lo sbruffone, non potevo recitare. Mi stava chiudendo il mondo fuori, obbligandomi a concentrarmi solo ed esclusivamente su di lei. Sulla sua anatomia. Sul suo piacere. Su un testo che non potevo improvvisare, ma che dovevo decifrare con cura assoluta.
Spostai delicatamente il tessuto morbido dei suoi pantaloncini e lo slip di pizzo scuro, mettendoli da parte. Il profumo della sua eccitazione mi investì, acuto, muschiato e inebriante. Mi avvicinai.
Appoggiai le mani sui braccioli della sua sedia per non toccarle il corpo, costringendomi a rispettare il ruolo. Sentii il suo respiro bloccarsi quando la punta della mia lingua tracciò la prima linea umida lungo la sua fessura, dal basso verso l'alto. La sua figa era già gonfia, caldissima e bagnata, un contrasto perfetto con l'atteggiamento glaciale che manteneva fuori.
Provai ad accelerare, preso dalla foga, dalla morbidezza della sua carne contro la mia bocca, e lei aumentò istantaneamente la pressione delle cosce contro le mie mascelle. Un richiamo fisico, un collare invisibile. «Più piano,» sussurrò Anna sopra di me. Sentii il graffio della sua penna sulla carta. Stava fottutamente cercando di scrivere. «Non indovinare. Ascolta.»
Obbedii. Modificai il ritmo. Aprii le labbra e premetti la bocca contro di lei, accogliendo il suo clitoride turgido tra le labbra morbide. Iniziai a succhiare, applicando una pressione costante, lenta, mentre la lingua creava cerchi piatti e umidi, raccogliendo i suoi umori e mescolandoli con la mia saliva. Il sapore di Anna era intenso, aspro e dolce insieme.
La sentii sussultare. La sua mano sinistra abbandonò il tavolo e scese, infilando le dita tremanti tra i miei capelli scompigliati. Non mi accarezzò; mi tenne fermo, spingendomi ancora più a fondo contro di sé, affondando le unghie nel mio cuoio capelluto. «Così...» mormorò, e la sua voce non era più piana. Era incrinata. Spezzata ai bordi. «Vedi? Quando smetti di voler vincere la scena, Alessandro... diventi fottutamente utile.»
