«Per te è tutto una scena,» continuò, chirurgica. «Una frase a effetto riuscita bene, una battuta detta al momento giusto, uno sguardo della tua amica bionda, un tutor che alza il sopracciglio e ti fa sentire speciale e dannato. Giochi. Fai casino. Te ne fotti.» Si fermò. La pausa fu pesantissima, carica di un dolore compresso che non le avevo mai visto addosso.
«Per me no.» La sua voce scese di mezzo tono, vibrando di una verità tagliente. «Per me questo è curriculum. È reputazione. È il modo in cui il professor Nardi mi guarda quando entro in un'aula. È il modo in cui un tutor decide se ricordarsi il mio fottuto nome o se cestinarmi. È il modo in cui io costruisco una carriera, mattone su mattone, senza aspettare che qualcuno mi scelga per simpatia, per culo o per grazia divina.»
Ogni parola era una frustata. La ferita vera di Anna, la sua ossessione per il controllo, era lì, esposta e sanguinante. Teneva alla carriera come alla sua vita. E io gliel'avevo appena inquinata.
«Io non posso permettermi il lusso di essere brillante per caso, Alessandro. Io devo essere impeccabile.» I suoi occhi si inumidirono appena, ma non versò mezza lacrima. Trasformò quel minuscolo cedimento in puro veleno. «E tu oggi hai preso il mio lavoro. Hai preso la mia preparazione, le mie ore di sonno perse, la mia fottuta credibilità, e le hai usate come palcoscenico per il tuo maledetto ego.»
Non avevo risposte. L'ironia era evaporata, l'istinto di difesa annientato. La stima e l'eccitazione che mi aveva trasmesso la notte prima si erano ritorte contro di me, diventando puro, asfissiante debito.
«Oggi tu non hai rovinato una battuta o sprecato un'intuizione,» sussurrò, a un palmo dal mio viso. «Tu hai sporcato il mio nome.»
Abbassai lo sguardo. Fissai la punta delle mie scarpe, distrutto.
Anna non aveva finito. Affondò l'ultima lama dritta nel mio nucleo personale, quello che Vittoria mi rinfacciava da anni. «Il problema non è che sei inaffidabile. Il problema è che quando qualcuno si fida di te, quando qualcuno abbassa le barriere e ti lascia entrare... tu lo vivi come un invito a dimostrare quanto riesci a distruggere prima che l'altro smetta di provarci.» Prese fiato, gli occhi duri e spietati. «Tu non hai paura di fallire. Tu hai il terrore di riuscire in qualcosa senza poter dire che in fondo non ti importava.»
Mi schiantò contro il muro della mia stessa codardia. «Anna...» balbettai, la voce raschiata, sentendo il bisogno fisico di toccarla, di azzerare la distanza, non per seduzione, ma per non perdere quel brandello di connessione.
«No,» mi bloccò, arretrando di un passo, ripristinando il confine invalicabile della sua fisicità. «Oggi non hai perso un punto percentuale sul voto. Hai perso il diritto di essere trattato come uno che ci sta provando. Adesso lavori. E non perché te lo chiedo io. Perché hai un fottuto debito.»
Si voltò e scese le scale, il rumore secco dei suoi tacchi sul marmo che segnava la mia condanna.
Mi trascinai fino al cortile esterno. L'aria frizzante non servì a schiarirmi le idee. Mi lasciai cadere su un muretto basso, strofinandomi gli occhi.
«Dovevi proprio farlo davanti a tutti?»
Alzai la testa. Val era lì. Non c'era il suo solito sorriso luminoso. I lunghi capelli biondo miele, che solitamente portava sciolti in onde morbide, sembravano aver perso volume, cadendo più piatti sulle spalle. I suoi occhi chiari, sempre pronti all'ironia, mi fissavano con una serietà delusa che mi fece più male della sfuriata di Anna. Stringeva i fascicoli dell'accusa al petto come uno scudo.
«Io pensavo di aiutarci,» mentii a metà. «No,» rispose Val, morbida ma implacabile. «Pensavi di sembrare geniale.»
Sospirai. Detto da Anna, era metodo. Detto da Val, era una verità che faceva sanguinare il cuore. Val mi capiva. Vedeva sotto la posa da ragazzino disilluso.
Lei allungò una mano libera, esitando per una frazione di secondo prima di sfiorarmi il braccio coperto dalla felpa. Un tocco leggero, tiepido, che mi scaldò la pelle per un attimo, ma che ritirò quasi subito. «Venerdì resta valido,» disse.
La guardai, stupito. «Anche dopo... quello?» Val fece un mezzo sorriso, piccolo, triste ma denso di possibilità. «Sì. Però... non venire con quella faccia da processo. Non venire a recitarmi la parte del genio sregolato, dell'avvocato brillante, del disastro affascinante a cui tutto è concesso.» Fece un passo indietro. I suoi lineamenti morbidi e armoniosi mi si incisero nella mente. «Vieni come Ale.
Se ne andò. E io rimasi lì, chiuso in una morsa asfissiante. Anna mi stava chiedendo disciplina pura. Val mi stava chiedendo verità nuda. Entrambe, in modi fottutamente diversi, mi stavano chiedendo di smettere di recitare.
Il resto della giornata non fu un pomeriggio di studio. Fu pura e cruda espiazione.
Quando Anna mi raggiunse in biblioteca, decretò la legge marziale senza nemmeno togliersi il cappotto. La tensione erotica della notte precedente, l’elettricità del patto reciproco, era svanita, sostituita da un gelo burocratico. Non era più un gioco. Non era nemmeno una punizione divertente. Era lavoro. Debito. Riparazione.
«Finché non trovi un fottuto modo per riparare, da solo, il danno che hai fatto, il nostro patto è sospeso,» aveva decretato, e in quella frase c'era l'eco devastante del fatto che non potevo più comprare il suo favore o la sua eccitazione con un sorriso. L'accordo erotico dipendeva dalla fiducia professionale, e io l'avevo carbonizzata.
Mi costrinse a rileggere tutti gli screenshot. A ricostruire la timeline evento per evento. A confrontare ogni metadato con le dichiarazioni a verbale. Mi assegnò la preparazione di cinque domande nuove e chiuse per la testimone e mi obbligò a stendere una nota tecnica formale da inviare al tutor per limitare i danni della mia sparata.
La biblioteca divenne la mia tomba. La luce fredda dei neon mi seccava gli occhi. Il rumore dei tavoli pieni, dei sussurri nervosi degli altri studenti e l'odore di carta stantia e caffè bruciato mi causarono una nausea perenne. Ero piegato in due sulla sedia di legno, la postura curva, la felpa stropicciata, i capelli scompigliati e le dita sporche di inchiostro giallo. La macchinetta del caffè aveva ingoiato i miei ultimi due euro senza darmi resto, e un collega aveva appena stampato male l'intero Codice di Procedura Civile occupando la stampante per quaranta minuti.
Anna, seduta di fronte a me, sembrava sfinita, ma non cedeva di un millimetro. I capelli castani erano raccolti male, le maniche della camicia bianca arrotolate sopra i gomiti in modo disordinato. I suoi occhi erano pesanti, circondati da ombre violacee, e i movimenti secchi e silenziosi. Non mi toccava mai. Non mi sfiorava. Le nostre ginocchia non si cercavano sotto il tavolo.
Ero sfinito. Il buco nello stomaco mi ricordò che non mangiavamo dalla colazione con il caffè amaro.
Ad un tratto, senza dire una parola e senza guardarmi, Anna fece scivolare sul tavolo, spingendolo verso il mio fascicolo, un tramezzino impacchettato del distributore.
Mi raddrizzai a fatica. «Mi hai comprato da mangiare?» Lei non alzò gli occhi dal computer. «Se svieni per calo glicemico, rallenti ulteriormente la linea di difesa. Abbiamo una scadenza.»
Sorrisi debolmente. Era una briciola, ma era vitale. «Quindi è affetto?» «È pura logistica nutrizionale, Alessandro. Masticare silenziosamente, prego.»
Il custode passò poco dopo, sventolando un mazzo di chiavi per avvisare della chiusura. Uscimmo nell'aria gelida della sera, camminando vicini ma separati da una tensione che si era trasformata. Non c'era più odio. C'era un debito pesante.
Quella notte, rintanato nel mio salotto, circondato dai resti della nostra guerra, capii una cosa devastante. L’accordo di Anna non era mai stato una semplice promessa di piacere o uno sfogo fisico temporaneo. Era una trappola mortale, costruita infinitamente meglio di qualunque teoria difensiva o obiezione processuale. Ogni singola prova che trovavo mi avvicinava alla soluzione del caso. Ogni regola che rispettavo, ogni stronzata che ingoiavo per disciplina, mi avvicinava inesorabilmente a lei. E il fottuto problema, come sempre nella mia vita disordinata, era che stavo seriamente iniziando a voler vincere entrambe le cose.
L’aria nell'appartamento era spessa, satura di caffè bruciato, stanchezza e della polvere invisibile che si alza quando sventri un fascicolo processuale. Lavoravamo da ore. Niente frecciatine, niente sguardi di traverso. Solo pura, brutale fatica accademica. Stavo scorrendo gli allegati digitali del fascicolo, l'ennesima stampa degli screenshot, quando il mio cervello, ormai intorpidito, registrò un’anomalia.
