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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 5
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Capitolo 5 di 12 30 min di lettura

La Penale tra le Cosce della Perfettina

Dopo aver mandato all’aria un vantaggio decisivo, Alessandro deve riconquistare Anna tra studio feroce, debiti da pagare e regole sempre più pericolose.
Ma mentre Val gli apre una porta luminosa, la disciplina della Perfettina diventa una tentazione impossibile da archiviare.

Alessia
3 mesi fa · 715 letture · 2

«Non stiamo chiedendo di invalidare l'intera deposizione in questa sede,» stava dicendo Anna, la voce piana ma dotata di un'autorità naturale. «Chiediamo, tuttavia, che venga messa a verbale l'incongruenza dei metadati e dei formati. La catena di custodia digitale è quantomeno opaca. Vi chiediamo di ammettere questa opacità preliminare.»

La guardai di sbieco. Era magnifica. Le sue labbra, carnose e lucide, si muovevano formulando concetti tecnici che suonavano come una condanna inappellabile. Pur restando seria e neutra, la forma piena della sua bocca le dava una nota sensuale, un contrasto continuo e disturbante con la freddezza glaciale dei suoi occhi castani.

Dall'altra parte del tavolo, Val era attenta. La sua bellezza bionda, solare e curata, oggi era declinata in una versione meno goffa e più tagliente. Aveva i capelli raccolti da un lato e un'espressione concentrata. Non era solo la ragazza solare e simpatica che mi faceva ridere. Aveva un'intelligenza accademica reale e capiva perfettamente che Anna le stava sfilando il terreno da sotto i piedi senza far rumore.

«Possiamo ammettere che la provenienza fisica degli screenshot non sia lineare,» concesse Val, incrociando le mani davanti a sé. La sua voce era ferma.

Vittoria, seduta accanto a lei, scattò in avanti, velenosa e lucida. «Ma non ammettiamo che siano falsi. Sia chiaro per il verbale. Non vi regaliamo il processo solo perché avete scoperto una maledetta barra di stato storta.»

Anna inclinò leggermente il viso ovale, dai lineamenti finissimi. «Non chiediamo un regalo. Chiediamo che la prova venga trattata per quello che è: controversa.»

Il tutor annuì, prendendo appunti sul suo blocco. «Mi sembra una mediazione ragionevole. Metto a verbale che l'accusa concede il dubbio sulla catena di acquisizione.»

Eravamo a un passo dalla vittoria. Anna aveva appena blindato un vantaggio enorme, usando la tattica, l'ordine e il suo fottuto metodo. Era stato un intervento perfetto, pulito, inattaccabile.

E io non lo sopportavo.

Non sopportavo di essere solo lo spettatore del suo trionfo. Sentivo il bisogno fisico di fare qualcosa, di lasciare il mio segno sulla scena. Di dimostrare ad Anna che la mia strada, quella sporca e caotica che le dava tanto fastidio, valeva quanto la sua geometria. E, maledizione, volevo che Val mi guardasse. Volevo vedere l'impatto delle mie parole su quel suo viso luminoso e magnetico.

Inspirai. Anna, che aveva un radar per le mie cazzate, se ne accorse. Mi lanciò un'occhiata laterale. I suoi occhi grandi e luminosi si strinsero in un avvertimento silenzioso, durissimo e chiarissimo: Non osare parlare.

Ma il mio difetto principale è sempre stato quello: non so fermarmi quando c'è un precipizio, se so che saltare attirerà l'attenzione di tutti.

Mi sporsi in avanti, appoggiando gli avambracci sul tavolo. «Il problema, però,» esordii, sfoderando il mio tono più teatrale e brillante, «non è solo che quegli screenshot siano inaffidabili tecnicamente.»

Il tutor alzò la penna. Vittoria socchiuse gli occhi, già fiutando il sangue. Anna si pietrificò accanto a me.

Guardai dritto verso Val. «Il problema è che qualcuno aveva un disperato bisogno che quelle chat fossero credute. E, guarda caso, quel qualcuno siede comodamente, e in modo molto sospetto, dentro la vostra stessa narrazione. Non stiamo contestando un errore tecnico. Stiamo contestando un dolo costruttivo da parte dei vostri testimoni.»

Il silenzio che calò nella piccola aula fu assoluto, spesso, quasi solido. Era stata una frase bellissima da dire. Teatrale, d'impatto. Uno squarcio nel velo della procedura.

Ed era stata una mazzata suicida.

Il viso armonioso di Val si indurì all'istante. Non c'era delusione romantica nei suoi occhi chiari; c'era la reazione di una brava studentessa che si vedeva attaccata non sui fatti, ma sulla malafede. Avevo trasformato un compromesso tecnico in un'accusa personale al loro impianto logico. «Se la mettete così,» disse Val, la voce gelida e professionale, «allora non concediamo assolutamente nulla. Respingiamo la teoria del dolo e confermiamo la validità totale della prova.»

Vittoria si appoggiò allo schienale, un sorriso letale a incresparle le labbra. «Perfetto. Nessun accordo. Guerra totale.»

Il tutor sbuffò, cancellando le due righe che aveva appena scritto con un tratto di penna nero e marcato. «Bene. Un vero peccato, difesa. Allora ogni singolo elemento torna controverso e dovrete sudarvelo in dibattimento. Sarà il collegio giudicante a valutare. Abbiamo finito per oggi.»

Il gelo.

Non mi voltai subito a guardare Anna. Il terrore puro, animale, me lo impediva. Quando finalmente trovai il coraggio di girare la testa verso di lei, la vidi. Non parlò. Non fece mezza scenata. Non alzò gli occhi al cielo.

I suoi movimenti diventarono di una lentezza misurata e letale. Chiuse il suo fascicolo. Prese la penna e la appoggiò sul tavolo, curandosi che fosse perfettamente parallela al bordo della cartelletta. La sua linea del busto si alzò in un respiro singolo, profondo, che fece tendere impercettibilmente la seta chiara sulla pelle. Poi si alzò in piedi. Solo allora si voltò a guardarmi.

Il suo sguardo era calmo, ma dietro quella quiete c'era una condanna a morte emessa per direttissima. Era peggio di un urlo. Peggio di qualsiasi insulto. In quegli occhi castani e distanti, la promessa erotica e il patto che avevamo siglato la notte prima sul mio tappeto sembravano appena stati bruciati vivi.

Anna raccolse le sue cose e si diresse verso la porta, senza voltarsi indietro.

La rincorsi fuori dall'aula seminari, superando Vittoria che mi sibilò un "Sei un genio" carico di puro disprezzo. Raggiunsi Anna nel corridoio principale del dipartimento.

«Anna,» la chiamai, cercando di affiancarla. «Anna, aspetta. Posso spiegare.»

Lei non rallentò. Non mi guardò nemmeno. «Non qui.»

Queste due parole furono sputate fuori con una temperatura così bassa da causarmi un'ustione da congelamento. Il suo fascino pulito ed elegante era ora un'arma puntata dritta alla mia gola.

Camminammo nel corridoio, affiancati ma separati da un abisso. Intorno a noi l'università continuava la sua vita caciarona: un gruppo di matricole rideva davanti alle macchinette del caffè, una fotocopiatrice sputava fogli ritmicamente, la voce baritonale di un docente di Diritto Commerciale filtrava dalla porta socchiusa di un'aula magna. Ma dentro la nostra bolla, c'era solo l'eco del mio disastro.

Avrei voluto dire qualcosa, tirare fuori una battuta per sdrammatizzare, usare la mia solita ironia per arginare l'incidente. Ma guardandola, non trovai il coraggio. Anna camminava a passo spedito, stringendo il fascicolo della difesa contro il petto, come se dovesse proteggerlo da me. La sua figura snella e femminile si muoveva con una rigidità carica di rabbia inespressa. I suoi tacchi battevano sul pavimento di linoleum con una cadenza perfetta, inflessibile.

E ogni singolo passo suonava esattamente come la sentenza peggiore della mia vita.

l corridoio del dipartimento sfociava in una vecchia scala a chiocciola poco illuminata, un punto cieco che nessuno usava mai, se non per fumare di nascosto o litigare in privato.

Anna si fermò lì, sul primo pianerottolo di marmo grigio. Si voltò.

Non c’era traccia della ragazza sfatta ed eccitante della notte prima. Non c'era nemmeno l'ufficiale asettico dell'aula seminari. C’era solo una furia glaciale, lucida e spietata. La luce cruda del finestrone le tagliava il viso, mettendo in risalto gli zigomi morbidi ma presenti e le labbra serrate in una linea sottile. La sua postura era rigidissima, la camicia bianca tesissima sul busto.

Mi appoggiai alla ringhiera di ferro freddo, cercando l'aria. «Anna, posso...» «Avevamo ottenuto una concessione,» mi interruppe, la voce bassissima, un sibilo letale.

«Lo so.» «No.» Fece un mezzo passo avanti. L'odore del suo profumo pulito era un pugno allo stomaco. «Non lo sai. Perché se lo sapessi, se avessi una pur minima idea di come si costruisce una vittoria, non avresti aperto bocca.»

«Volevo spingere sul punto,» provai a difendermi. «Sapevo di aver ragione, volevo forzarle a cedere di più...» «No. Tu volevi brillare.»

La parola cadde tra noi come una mannaia. «Tu non hai una strategia, Alessandro. Tu hai un bisogno patologico di trasformare ogni stanza, ogni cazzo di stanza in cui entri, in un pubblico pagante pronto ad applaudirti.» «Anna, dai...»

«Non farlo,» ordinò, gli occhi grandi, castani e implacabili che mi inchiodavano. «Non recitare anche adesso. Smettila di difenderti con la tua faccina da schiaffi e ascolta.»

Rimasi muto. Le sue mani, che stringevano il fascicolo con una forza tale da far sbiancare le nocche, erano immobili. Forse c'era un microscopico, quasi invisibile tremito nel suo polso, ma il resto del corpo era pietra.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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