Vai al contenuto
Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 3
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 3 di 12 31 min di lettura

cazzo duro e figa bagnata sui fascicoli

La convivenza forzata trasforma lo studio del caso in un campo di battaglia dove il rigore accademico cede il passo a una tensione carnale insostenibile. Tra provocazioni e scartoffie, il confine tra odio e desiderio si spezza in modo viscerale.

Alessia
3 mesi fa · 790 letture · 2

In un gesto avido, agganciai il colletto della sua camicia e tirai verso l'esterno. Uno, due bottoni saltarono, finendo sul pavimento con un tic leggero sovrastato dai nostri respiri spezzati. Sotto la seta ormai dischiusa, il reggiseno a balconcino di pizzo nero si rivelò in tutta la sua arroganza erotica. Anna ansimò nella mia bocca quando feci scivolare le mani sulla sua pelle nuda, calda, febbricitante. Il suo petto sodo, pieno e prepotentemente femminile si inarcò contro i miei palmi.

Mi staccai dalle sue labbra, scendendo lungo la curva tesa e vulnerabile del collo, baciandola e mordicchiando la pelle con disperazione. Lei trattenne il respiro, le sue dita che si conficcavano nelle mie spalle. Con un movimento ruvido, agganciai il tessuto di pizzo nero al centro del seno e lo tirai verso il basso. Il reggiseno cedette. Il suo seno nudo sfuggì al pizzo, e io ci premetti la bocca contro. Presi il capezzolo turgido tra le labbra, succhiando e mordicchiando la pelle dorata, umida di sudore. Anna lasciò andare la testa all'indietro, i capelli mossi e disordinati che le cadevano oltre lo spigolo del tavolo. Rilasciò un gemito basso, roco, che mi vibrò direttamente nello stomaco, mentre le mie mani stringevano e massaggiavano la morbidezza del suo seno.

L'eccitazione reciproca era un rumore bianco, assordante. Anna mi strinse la maglietta, spingendomi ancora più vicino. Si sollevò a fatica sul tavolo, la gonna elegante che le si arricciava sulle cosce, stropicciandosi irrimediabilmente. I suoi piedi, nudi e chiusi nei collant scuri, si puntarono contro il pavimento per cercare stabilità. Feci scivolare le mani sotto il tessuto della gonna, trovando il bordo del collant. Lo strappai verso il basso con urgenza, ignorando il suono sordo della lycra che si lacerava. Anna capì immediatamente le mie intenzioni; si sollevò di un millimetro e si sfilò gli slip con un gesto rapido e complice, lasciandoli cadere.

Io sbottonai e abbassai i jeans con una mano, mentre l'altra le teneva la coscia aperta. Non c'erano parole. Solo respiri, carne e urgenza. Feci aderire la mia lunghezza pulsante direttamente contro il suo calore umido e scivoloso. Anna sobbalzò. Chiusi gli occhi, spingendo la punta contro di lei con una frizione lenta, calcolata, profondissima. Lei si inarcò contro il tavolo, aggrappandosi alle mie spalle e rispondendo al movimento, tirandomi ancora più vicino, cercando una pressione più forte. La sua figa bagnata accoglieva la mia erezione in un attrito continuo, rovente. Potevo sentire che eravamo a un secondo, a un centimetro, a un affondo, dalla fine del controllo.

Spinsi il bacino per varcare l'ultimo ostacolo.

«No.»

Anna mi bloccò. Non con la forza, ma prendendomi il viso tra le mani. Il suo tocco fu deciso, inappellabile. Mi costrinse a guardarla. Mi fermai all'istante, il respiro rotto. «Mi fermo.»

Eravamo a una distanza inesistente. Lei respirava a fatica. La camicia aperta male le scendeva lungo le braccia, il reggiseno di pizzo abbassato, la gonna tirata su, un collant rotto. Le sue labbra erano gonfie, umide dei miei baci, e il suo viso era accaldato. Ma i suoi occhi castani, per quanto sfocati dal desiderio, non erano né freddi né impauriti. Erano duri, penetranti, pieni di una lucidità spietata. Non si stava difendendo da me; si stava difendendo dall'incidente.

«Lo so,» disse lei, ansimando.

Sapeva che mi sarei fermato. Non aveva bisogno di urlare. Si fidava del mio freno. Schiuse le labbra. «Se succede... non sarà perché ci è scappato.»

Rimasi immobile, il mio corpo ancora in fiamme, premuto contro la sua pelle umida. «E allora perché?» chiesi, con un filo di voce.

«Perché lo decidiamo.»

Il silenzio si riappropriò della cucina, spezzato solo dai nostri respiri disordinati. Ci separammo lentamente. Il distacco fisico fu quasi doloroso. Anna scese dal tavolo, i piedi nudi sul pavimento freddo. Evitò il mio sguardo mentre, con movimenti meccanici ma decisi, cercava di ricostruire la sua armatura. Si ritirò su il reggiseno, provò ad abbottonare la camicia che ormai aveva perso almeno tre bottoni, abbassò la gonna sgualcita e si passò una mano tremante tra i capelli per allontanarli dal collo. Non era perfetta, non lo sarebbe mai più stata in quella stanza, ma il generale stava tornando al comando. Raccolse un fascicolo caduto e si appoggiò al bordo del tavolo.

Io mi girai, allacciandomi i pantaloni in silenzio, scosso come se fossi appena stato travolto da un treno merci. Non c'era modo di trasformare quello che era successo in una battuta. Non potevo fingere che non fosse reale, denso e fottutamente devastante.

Anna raddrizzò la schiena. Prese il foglio della teoria del caso, quello che l'aveva fatta impazzire e su cui avevamo litigato e poi collassato, e me lo spinse davanti, sulla porzione di tavolo libera. «Pagina uno,» disse. La voce aveva ripreso la sua compostezza chirurgica, anche se un po' più rauca del solito.

La fissai, esterrefatto. «Stai scherzando?» «No.» «Dopo questo?» indicai lo spazio tra noi, i fascicoli a terra, i frammenti della nostra decenza sparsi sul pavimento.

Anna mi guardò dritta negli occhi. «Hai detto che volevi guadagnartela.» «La teoria?» «Anche.»

La sfacciataggine di quella risposta mi fece sorridere a mezza bocca. Non mi stava concedendo il sesso come premio. Mi stava dando un compito. Mi stava dicendo: se vuoi far parte del mio mondo, se vuoi continuare a fare questo gioco, devi smettere di sopravvivere agli incidenti.

Prima che potessi ribattere, il silenzio della cucina fu interrotto dal trillo vivace del mio telefono. Poi una notifica WhatsApp. Poi un'altra. Il computer di Anna andò in standby, lo schermo che diventò nero accompagnato dal ronzio improvviso e fortissimo del frigorifero.

Afferrai il telefono. Era un vocale sul gruppo della casa. Lo aprii, e la voce di Vittoria, sarcastica e ignara, invase la stanza: «Ragazzi, vi ricordo che la stanza è mia e che se trovo fluidi, sangue o appunti di procedura civile sulle mie lenzuola immacolate, vi denuncio alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per tortura psicologica.»

Ascoltai il messaggio in trance. Anna mi fulminò con lo sguardo. «Le hai detto qualcosa?» «No.» «E allora perché sembra che sappia esattamente cosa stia succedendo?» «Perché Vittoria è Satana con l'accesso al Wi-Fi.»

L'assurdità della situazione mi colpì in pieno. Eravamo due studenti fuorisede, barricati in una cucina, sommersi da appunti universitari e bottoni strappati. Anna si allontanò, aggirando il tavolo e prendendo posto sulla sedia, il più lontano possibile da me. La distanza era geometrica, ma falsa; le nostre pelli sembravano ancora urlarsi contro a distanza.

Il telefono si illuminò ancora. Val. Siete ancora vivi voi della difesa?

Guardai il nome di Val sul display. La ragazza che volevo da anni. Poi sollevai gli occhi. Anna fingeva di leggere il primo paragrafo della pagina, ma la sua camicia storta rivelava il petto che si alzava e si abbassava ancora troppo in fretta. E Vittoria mi scrisse un ultimo messaggio testuale: Non avete già rovinato casa mia, vero?

Digitai la risposta lentamente. Sto studiando.

Vittoria non esitò. Questa è la cosa più preoccupante che tu mi abbia mai detto in tre anni.

Misi il telefono in tasca, senza rispondere a Val. Mi sedetti al tavolo, trascinai il foglio di Anna verso di me, afferrai un evidenziatore e lo aprii.

Quella notte, per la prima volta da quando ero entrato a Giurisprudenza, studiai davvero. Non per salvarmi dalla bocciatura, non per fare colpo sull'ironia di Val, non per inventarmi l'ennesima via d'uscita brillante da usare come scudo. Studiai perché Anna mi aveva baciato come un fottuto errore, e poi mi aveva guardato come se fossi una scelta. E, per quanto mi facesse incazzare ammetterlo, in quel momento volevo solo meritarmi entrambe le cose.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Capitolo 4 senza votare

Ti è piaciuto?

Dai il tuo voto
Scritto da
Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

Altri racconti di Alessia

Commenti 0

Accedi per scrivere un commento…

    Nessun commento ancora. Scrivi il primo.

    Dello stesso autore

    Tutti
    Libro10 capitoli · in corso

    Sorella Sbagliata

    una storia alternativa del racconto “tra la mia ragazza e sua cugina” che affronta una tresca, questa volta con Giulia, la sua cognatina

    2 mesi fa 233 min 13 mi piace
    Libro15 capitoli · completo

    La mia Ragazza & sua Cugina

    Una storia di tradimenti, passione e un vero e proprio dramma familiare che parla di gelosia tra cugine.

    6 mesi fa 408 min 120 mi piace
    Libro11 capitoli · in corso

    Schiavo Delle sue Amiche

    Una tranquilla vacanza tra amici in Sardegna degenera rapidamente in una torbida rete di voyeurismo, tradimenti e spietati ricatti carnali. Un fatale passo falso trasforma il protagonista nel burattino di un oscuro gioco di dominazione…

    2 mesi fa 231 min 17 mi piace
    Indice dei capitoli
    Cap. 4

    Commenti

    CallMeHot
    Salva in una lista