Vai al contenuto
Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 3
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 3 di 12 31 min di lettura

cazzo duro e figa bagnata sui fascicoli

La convivenza forzata trasforma lo studio del caso in un campo di battaglia dove il rigore accademico cede il passo a una tensione carnale insostenibile. Tra provocazioni e scartoffie, il confine tra odio e desiderio si spezza in modo viscerale.

Alessia
3 mesi fa · 790 letture · 2

Il silenzio in cucina fu interrotto solo dal rumore sordo del vicino di sopra che spostava, come ogni notte, un mobile pesantissimo. Anna rimase a fissare i fogli per un tempo che mi parve infinito. Le sue labbra carnose, quel dettaglio lucido che mi distraeva con una regolarità patologica, si schiusero appena. Poi, il suo cervello iniziò a processare la mia intuizione disordinata, trasformandola in puro acciaio giurisprudenziale.

«Ragionevole dubbio sulla sequenza causale,» mormorò lei, quasi tra sé e sé. «Inattendibilità palese del teste d'accusa. E, soprattutto, interesse alternativo alla manipolazione narrativa.»

Sorrisi, appoggiandomi allo schienale. «Vedi? Io trovo il cadavere, tu fai l'autopsia.»

Lei sollevò lo sguardo, arricciando impercettibilmente il naso sottile. «Immagine disgustosa. Ma... sì.»

Il fatto che fossimo d'accordo fu uno shock per entrambi. Funzionavamo. Non per caso. Non perché io usassi il mio carisma e lei lo tollerasse. Eravamo due metà di un ingranaggio letale. Io leggevo le persone e i loro sporchi segreti, lei strutturava la distruzione legale per portarli in aula. Questa consapevolezza scivolò tra noi, spessa ed elettrica, destabilizzandoci più di un insulto.

Per mascherare il colpo, afferrai il mio telefono e aprii Safari. «Aspetta, c'era una sentenza della Cassazione simile... quella cosa lì con il tizio, il server e l'omissione...»

Anna allungò il collo sopra il tavolo. Sgranò gli occhi. «Stai cercando la giurisprudenza su Wikipedia?»

«È il punto di partenza del cittadino moderno,» mi difesi, chiudendo frettolosamente la scheda.

«Non puoi chiamare una sentenza della Suprema Corte "quella cosa lì", Alessandro.»

«È un riferimento mnemonico, Anna. Aiuta la plasticità cerebrale.»

«È un reato contro la dottrina,» sibilò lei, afferrando un evidenziatore giallo. Fece per passarlo su una riga, ma la punta era secca. Morta. Lo lanciò sul tavolo con un gesto di stizza inusuale per lei, che detestava perdere il controllo delle cose, perfino della cancelleria.

«La dottrina se lo meritava,» risposi, passandole il mio evidenziatore verde. Le nostre dita si sfiorarono. La sua pelle era calda, un contrasto assurdo con l'aria glaciale che si portava sempre dietro.

Alle tre di notte, la cucina non era più una stanza. Era la scena di una battaglia persa. C'erano fascicoli accatastati, tazze sporche con fondi di caffè incrostati, un cartone di pizza fredda, tappi di penne orfani e una lampada da tavolo accesa che proiettava un cono di luce gialla sulle carte. Fuori, la città universitaria dormeva un sonno profondo e silenzioso.

Dentro, invece, la guerra era appena esplosa.

Anna stava digitando furiosamente sul suo computer. Stava prendendo la nostra teoria del caso, la mia intuizione cruda e sporca, fusa con la sua precisione e la stava riscrivendo in un linguaggio così asettico e distaccato da farla sembrare il bugiardino di un farmaco.

«Fermati,» dissi, allungando una mano e abbassando lo schermo del suo Mac di quaranta gradi.

Lei alzò la testa di scatto. I capelli le scivolarono oltre le spalle strette. La stanchezza le aveva scollato di dosso l'ultima patina di rigidità formale; la maglia chiara era stropicciata, il respiro era irregolare e gli zigomi delicati sembravano più affilati nella penombra. «Cosa fai?»

«Così la uccidi,» le dissi, la voce bassa, incrinata dall'ora e dalla tensione. «Stai togliendo tutto il movente umano. La stai trasformando in un calcolo algebrico. Se la porti in aula così, i giudici si addormentano prima della fine del controinterrogatorio.»

«La sto rendendo presentabile,» ribatté lei, riaprendo lo schermo con un gesto stizzito.

«No, la stai rendendo tua. Sterile. Senza rischi.»

Anna sbatté le mani sulla tastiera. Il suo torace si alzò vistosamente sotto la seta chiara, mettendo in evidenza la curva elegante e presente del seno. «Ti fa incazzare che funzioni. Ti fa incazzare che ci voglia un fottuto schema logico per dare un senso alle tue sparate.»

Mi alzai in piedi, aggirando il tavolo. Mi fermai accanto alla sua sedia, torreggiando su di lei, lo spazio tra i nostri corpi ridotto a una manciata di centimetri. Il profumo del suo bagnoschiuma, che avevo respirato ore prima in bagno, mi invase di nuovo, mescolato all'odore del caffè e della notte. «A me?» sussurrai, piantando le mani sui braccioli della sua sedia. «A me fa incazzare? Anna, guardami in faccia. A te fa incazzare che io funzioni senza sforzo. Ti manda ai matti che io arrivi alla soluzione in dieci minuti mentre tu devi colorare settanta post-it.»

I suoi occhi castani sfavillarono, enormi e aggressivi nella luce fioca. «Tu non funzioni. Tu hai solo culo.»

«Allora fammelo fare con sforzo,» le risposi.

La frase cadde tra noi come una mannaia. Anna si bloccò. Il suo respiro si incagliò in gola, visibile nel fremito del suo décolleté. L'aria della cucina sembrò improvvisamente rarefatta, densa, carica di una pressione che faceva male ai polmoni. Non le stavo più chiedendo una scorciatoia. Non volevo che facesse il lavoro per me. Le stavo chiedendo di mettermi alla prova. Le stavo offrendo una resa incondizionata al suo metodo.

Le sue labbra piene e lucide si dischiusero, ma non uscì alcun suono. La guardai, assorbendo la sua figura snella, la postura rigida che cercava disperatamente di arginare un crollo imminente.

Mi chinai ancora di più, il mio viso a pochi centimetri dal suo. Potevo sentire il calore della sua pelle. Potevo sentire che stavo per varcare un confine da cui non saremmo tornati indietro. «Il tuo problema, Anna, non è l'ordine,» sussurrai, la voce che era quasi una lama. «Tu non vuoi vincere. Tu vuoi che la vittoria sembri abbastanza pulita da non somigliarti. Perché se ti sporchi le mani, poi non sai più chi sei.»

La vidi incassare il colpo. La sua mano si contrasse sul bordo del tavolo, le dita sottili che sbiancavano. Avevo colpito il nucleo della sua fottuta armatura. Ma Anna non era una che indietreggiava. Si voltò completamente verso di me. Il suo viso era a un soffio dal mio. Gli occhi non erano più calmi e quieti, ma bruciavano di una furia fredda e bellissima.

«E tu,» rispose, ogni parola pronunciata con una lentezza velenosa, «vuoi che ogni cosa sembri abbastanza sporca e casuale da non doverti mai impegnare davvero. Perché se ci provi sul serio, Alessandro... e fallisci... scoprirai di non valere un cazzo.»

Restammo lì. Immobili. I visi vicinissimi, i respiri mischiati. Non stavamo più parlando del caso. Non stavamo parlando di giurisprudenza. Eravamo nudi, scuoiati vivi dalle parole dell'altro, in bilico su un precipizio dove l'odio e un desiderio fisico violento, incontrollabile, stavano diventando esattamente la stessa fottuta cosa.

Invece di indietreggiare, Anna afferrò il foglio con la teoria del caso, facendo per spostarlo o stracciarlo. Fu un gesto nervoso, quasi infantile. Io le bloccai il polso.

Fu impulsivo, ma fermo. Il contatto fisico bruciò. Appena le dita si strinsero intorno alla sua pelle, capii di aver superato un limite. Mollai subito la presa. Ma Anna non si ritrasse. Non scappò. Restò lì, immobile. La tensione, improvvisamente, smise di essere un incidente. Divenne una scelta.

«Toglimi la mano di dosso,» sibilò, la voce che tremava impercettibilmente. «L'ho già fatto,» sussurrai. «Dimmi che ho torto.» «Togli. La mano.» «Dimmi che ho torto, Anna.»

Non lo fece. Rimase in silenzio. I nostri respiri si mescolarono.

«Adesso mi dici che sto confondendo una domanda buona con una vittoria?» le chiesi, la voce ridotta a un sussurro roco. «No,» rispose lei, le labbra piene e umide vicinissime alle mie. «E allora?»

Non ci fu un'altra risposta verbale. Anna mi afferrò per il colletto della maglietta con entrambe le mani e mi tirò a sé.

Il bacio non fu dolce. Fu rabbioso, esplosivo. Un impatto fisico e punitivo nato per zittirmi, per zittirsi, ma fottutamente desiderato da entrambi. Restai immobile per mezzo secondo, stordito, poi risposi. Mi premetti contro di lei, aprendole la bocca, la mia lingua che cercava la sua in un movimento furioso, urgente.

La cucina intorno a noi andò in pezzi. Un gomito urtò una pila di fascicoli, che franò sul pavimento. Una tazza di caffè tintinnò pericolosamente vicina al bordo. Pestai un post-it, spingendola contro il tavolo.

L'estetica universitaria e controllata di Anna si sgretolò. La camicia bianca di seta, già stropicciata, si sgualcì irrimediabilmente contro il mio petto. L'impeto del bacio ci trascinò oltre ogni barriera logica. Le mie mani scesero lungo i suoi fianchi, trovando la curva della vita e spingendola contro il bordo del tavolo di legno. Lei non indietreggiò. Al contrario, mi tirò ancora più vicino, le dita intrecciate nei miei capelli, tirandomi la nuca.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 5 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 4

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista