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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 3
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Capitolo 3 di 12 31 min di lettura

cazzo duro e figa bagnata sui fascicoli

La convivenza forzata trasforma lo studio del caso in un campo di battaglia dove il rigore accademico cede il passo a una tensione carnale insostenibile. Tra provocazioni e scartoffie, il confine tra odio e desiderio si spezza in modo viscerale.

Alessia
3 mesi fa · 789 letture · 2

Sorrisi, allargando le braccia. «Peccato. Era la mia unica competenza certificata.» «Non certificata,» precisò Anna all'istante, la voce secca come un colpo di frusta.

Uscimmo dall'ufficio cinque minuti dopo. Il corridoio era deserto. Mentre camminavamo verso le scale, Anna teneva gli occhi fissi davanti a sé, il viso ovale incorniciato dai lunghi capelli castani lisci che le conferivano quell'aria raffinata e distante.

«La tua intuizione è utilizzabile,» disse all'improvviso, senza rallentare il passo.

Mi bloccai per un secondo. «Utilizzabile? Mi hai appena fatto un complimento? Sto per svenire.» «No,» ribatté lei, gelida, fermandosi per guardarmi con quegli occhi grandi e luminosi. «Ho semplicemente classificato una tua frase come non completamente dannosa per la nostra difesa.»

E lì successe. Le sue labbra carnose, piene e lucide, ebbero un microscopico, quasi invisibile tremito verso l'alto. Quasi sorrise. Quasi. Ma lo vidi. E lei vide che l'avevo visto. Tornò una statua di ghiaccio in tre millisecondi netti, voltandomi le spalle.

Se la biblioteca era il purgatorio, la stanza delle fotocopie era l'inferno sceso in terra. Dovevamo stampare le dichiarazioni incrociate dei testimoni, ma ovviamente, il destino accademico aveva altri piani. Davanti a noi c'era uno studente del primo anno che stava stampando centottanta pagine di slide contenenti esclusivamente elenchi puntati sul diritto romano. Lentamente. Una alla volta.

Quando finalmente fu il nostro turno, Anna inserì la tessera con la precisione di un chirurgo. Il display luminoso lampeggiò due volte, poi sputò la tessera fuori con un bip sinistro. Credito esaurito. Anna prese un respiro profondo. Usò la mia tessera. Cliccò stampa. La macchina iniziò a macinare i fogli, ma lo fece emettendo un rumore di ingranaggi triturati. I primi due fogli uscirono storti, sbavati di toner nero ai lati. Al terzo, la macchina si fermò con un gemito strozzato. Led rosso lampeggiante. Inceppamento carta.

«Questa stampante viola i trattati internazionali sui diritti umani,» dichiarò Anna, passandosi una mano tra i capelli, la voce che perdeva un decibel della sua solita sicurezza.

«No, Anna. Questa stampante è perfettamente coerente con l’università italiana: promette un servizio pubblico e produce unicamente trauma,» risposi, appoggiandomi al muro con le braccia incrociate.

«Non fare battute. Mi serve pagina 47.» Si chinò sul display, iniziando a premere tasti a caso. La sua ambizione e il suo metodo si stavano schiantando contro l'anarchia dell'hardware. «Dice di aprire lo sportello B. Qual è lo sportello B?»

«Pagina 47 è stata sacrificata agli dei del toner. Rassegnati.»

Lei mi lanciò uno sguardo disperato e furioso. Odiava perdere il controllo, e un macchinario obsoleto la stava battendo. Mi staccai dal muro, mi avvicinai alla stampante e, senza guardare il display, assestai un colpo secco e calibrato sul fianco destro della scocca di plastica.

La macchina sussultò, fece un rumore di aspirazione e, docilmente, sputò fuori pagina 47, intonsa.

Anna fissò il foglio, poi alzò gli occhi su di me, l'espressione in bilico tra lo shock e lo sdegno. «Hai appena risolto un problema tecnico con la violenza fisica.»

«Si chiama interpretazione evolutiva della macchina,» sorrisi, sfilando il foglio e porgendoglielo.

«Si chiama barbarie.»

«Sì, ma pagina 47 è viva e noi possiamo tornare a casa.»

Il mio appartamento non era più mio. Era un ecosistema condiviso di sopravvivenza estrema. Il tavolo della cucina era un campo minato di cartoni di pizza fredda, tazze di caffè mezza vuote, fascicoli aperti, penne e post-it incollati anche sul lato del frigorifero. Eppure, in mezzo a quel disastro, la presenza di Anna era tangibile: le sue scarpe décolleté erano allineate sotto una sedia con rigore militare, la sua giacca scura appesa allo schienale con una piega perfetta.

Masticai un trancio di pizza fredda, guardandola scorrere un documento sul computer. Lei alzò gli occhi, mi fissò masticare e inarcò un sopracciglio naturale e definito. «Mangi sempre così?»

«Solo quando voglio vivere male, ma con una certa continuità.»

«Almeno sei metodico in qualcosa,» commentò, incrociando le braccia.

Mi stiracchiai, sentendo le vertebre scrocchiare. «Pausa di dieci minuti. Lo esige la mia spina dorsale.»

«Ne abbiamo fatta una quarantadue minuti fa, Alessandro.»

«Anna, quella era una crisi esistenziale causata dai capi d'accusa. Non conta come pausa.»

Lei sospirò, una via di mezzo tra la rassegnazione e l'esasperazione. «Conta se hai smesso di lavorare fisicamente.»

«Se applichiamo questo principio, la mia intera carriera universitaria è una lunghissima pausa.»

Questa volta non riuscì a fermarlo. Le sue labbra si curvarono. Un sorriso vero, che le illuminò il viso delicato e le addolcì i lineamenti fini, facendole brillare gli occhi castani. Fu una questione di un secondo, prima che lei se ne rendesse conto e abbassasse subito la testa sullo schermo, fulminandomi con lo sguardo, come se l'avessi appena sorpresa a commettere un reato federale.

Ma io non guardavo più il computer. Guardavo lei.

Anna era ancora vestita da università, ma era come se la giornata, con tutta la sua burocrazia e la fatica, le fosse passata sopra in retromarcia. La camicia bianca, solitamente inamidata, ora era stropicciata sui fianchi. Aveva arrotolato le maniche fino ai gomiti, scoprendo le braccia sottili, e, per colpa del calore della cucina, aveva slacciato il primo bottone del colletto. La pelle chiara della gola, fino alla clavicola, era leggermente lucida, viva, reale.

La gonna elegante scura era ancora al suo posto per puro, ostinato principio, segnando la linea della vita e i fianchi morbidi. Ma sotto il tavolo c'era il vero disastro. Aveva tolto le scarpe da ore. Teneva i piedi appoggiati sul pavimento freddo, fasciati dai collant velati scuri. Potevo vedere il contorno delle dita, la curva del collo del piede mentre lo muoveva nervosamente.

Quel dettaglio, per motivi che il mio cervello sovraccarico si rifiutava di analizzare in modo maturo, era mille volte più pericoloso e intimo di qualsiasi scollatura esplicita. Non era nuda. Non era svestita. Era semplicemente sfatta. Aveva perso l'armatura. I capelli castani, solitamente perfetti, erano arruffati, e quando si passò una mano dietro la nuca per raccoglierli, sollevandoli, il mio respiro si incagliò in gola. La linea nuda del suo collo, il respiro che sollevava la seta stropicciata sul décolleté... era una visione di una sensualità così prepotente, silenziosa e concreta da farmi formicolare la pelle.

Lei non stava cercando di sedurmi. Non gliene fregava nulla di farlo. Ed era esattamente quello a rendermi folle. Da soli eravamo incompleti, incastrati in ruoli opposti: io il caos, lei il controllo. Ma lì, in quella cucina sporca di pizza e inchiostro, sotto quella luce gialla, eravamo insieme. E quell'attrito continuo tra la mia strafottenza e la sua disciplina iniziava a eccitarmi in un modo che non potevo più nascondere, né a me stesso, né tantomeno a lei.

Lavoravamo da tre ore ininterrotte. O meglio, Anna lavorava come un supercomputer della NASA e io venivo costantemente ripreso perché la mia soglia di attenzione aveva un’autonomia di dodici minuti.

«Leggi la riga ventitré,» mi ordinò, picchiettando la sua penna sul tavolo. «Senza saltare le parole che consideri "noiose", Alessandro. Fallo e basta.»

Sbuffai, passandomi le mani sulla faccia, ma presi in mano i fogli stampati con gli screenshot delle chat incriminate. Iniziai a leggere. La prima volta mi sembrò il solito scambio passivo-aggressivo tra due studenti per un posto in graduatoria. La seconda volta, però, il mio cervello fece quel fastidioso scatto laterale che mi salvava la vita agli esami.

Mi bloccai. Rilessi la sequenza temporale e poi cercai la trascrizione della registrazione audio. «C'è un buco,» dissi, raddrizzandomi sulla sedia.

Anna alzò gli occhi dal suo laptop. Il suo viso ovale, incorniciato dai capelli castano scuro che ormai avevano perso la piega perfetta per cadere in morbide onde sulle spalle, era una maschera di scetticismo accademico. «Un buco?»

«Un cratere logico,» confermai, indicando i due fogli. «Guarda qui. Questa chat è stata cancellata dal server il 14 novembre, subito dopo la selezione. È l'atto che incrimina il nostro assistito. Ma nella registrazione audio, che risale al giorno prima, la testimone chiave e l'amica della vittima parlano già del danno reputazionale causato da questa manipolazione. Come facevano a saperlo, se la chat non era ancora stata manomessa?»

Anna si bloccò. Il suo sguardo, solitamente calmo e distaccato, si accese di una luce tagliente e improvvisa.

«Non solo,» incalzai, sentendo l'adrenalina della caccia. «Leggi queste frasi della testimone nelle chat. Sono troppo pulite. Troppo consequenziali. Nessuno chatta in questo modo alle tre di notte, a meno che non stia scrivendo un copione per una fiction di quart'ordine. Sapevano di essere lette.» La guardai dritta negli occhi. «Non dobbiamo dire che il nostro cliente è un santo. È uno stronzo, probabilmente. Dobbiamo dire che la storia dell'accusa è fottutamente troppo comoda per essere vera.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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