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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 3
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Capitolo 3 di 12 31 min di lettura

cazzo duro e figa bagnata sui fascicoli

La convivenza forzata trasforma lo studio del caso in un campo di battaglia dove il rigore accademico cede il passo a una tensione carnale insostenibile. Tra provocazioni e scartoffie, il confine tra odio e desiderio si spezza in modo viscerale.

Alessia
3 mesi fa · 789 letture · 2

«È una categoria processuale il respiro romantico?» provai a ironizzare, appoggiandomi allo schienale della sedia.

I suoi occhi chiari non mollarono i miei. «Per te temo sia una patologia.»

Il telefono vibrò di nuovo. Un vocale di Vittoria. Lo feci partire senza pensarci, e la voce della mia coinquilina riempì la cucina con la sua solita spietata ironia domestica. «Aggiornamento accusa: Val ha appena detto “secondo me dobbiamo essere eleganti nell'esposizione”, quindi io ho capito che vuole perdere con stile.» In sottofondo, si sentì la voce indignata e solare di Val: «Non è vero! Ho detto che dobbiamo sembrare credibili!» «Sì, esatto,» ribatté Vittoria nel vocale, «Per questo ho escluso Alessandro dal nostro team.»

Risi, scuotendo la testa. Era una dinamica perfetta, familiare. Ma non appena il messaggio finì, il silenzio della mia cucina tornò a pesare. Alzai gli occhi. Anna era lì, a mezzo metro da me. Il suo viso ovale, dai lineamenti finissimi e regolari, era una maschera di disapprovazione. Le sue labbra, piene e lucide, erano serrate. Era assurdo. Io volevo Val. Val era il desiderio dichiarato, quello sano, quello che non mi faceva sentire sotto esame. Eppure, la presenza fisica di Anna era diventata impossibile da ignorare. Era una gravità diversa. La guardavo e sentivo un misto di rabbia e di attrazione nervosa, un bisogno fisico, ruvido e competitivo di incrinare quella sua fottuta perfezione.

«Finito l'intrattenimento?» domandò lei, sfilando una ciocca castana che le era sfuggita e rimettendola dietro l'orecchio con un gesto fin troppo elegante. «Finito. Andiamo in facoltà, generale. Ho bisogno di caffeina prima di affrontare le tue regole d'ingaggio.»

Il bar di Giurisprudenza, alle nove e un quarto del mattino, era l'equivalente civile di un ospedale da campo.

Appena entrammo, fummo investiti da un muro di rumore, vapore della macchina dell'espresso e disperazione studentesca. C'era un tizio seduto su uno sgabello che ripeteva i termini per l'appello guardando un cornetto vuoto come se fosse un oracolo. In un angolo, una ragazza si asciugava le lacrime perché un professore le aveva appena disintegrato la tesi. I tavolini erano sepolti sotto fotocopie rilegate male, codici evidenziati e borse pesanti.

Io respirai a pieni polmoni. Era il mio ecosistema. Anna, accanto a me, sembrava un cigno atterrato per sbaglio in una discarica. Aveva rimesso la sua armatura: giacca scura dal taglio impeccabile, camicia bianca abbottonata con rigore, gonna scura a vita alta e collant velati che rendevano ancora più formale ogni suo passo. Le décolleté nere battevano sul pavimento del bar con una precisione quasi irritante. I capelli lisci e ordinati le conferivano quell’aria da persona che non cerca di provocare, ma che risulta comunque distante e inarrivabile.

Mi diressi verso la cassa. «Due cornetti, un cappuccino e...» mi voltai verso di lei. Anna aveva già lo sguardo puntato sull'orologio. «Non abbiamo tempo per sederci. Un americano da portar via. Dobbiamo ottimizzare il tempo prima dell'incontro col tutor.»

«Anna,» le dissi, appoggiando un gomito sul bancone scheggiato. «La colazione è un diritto costituzionale non scritto. Serve a separare la barbarie dalla civiltà.»

Lei mi guardò di sbieco. «La colazione non è agli atti del fascicolo.»

«Nemmeno il mio esaurimento nervoso, ma ti assicuro che sta diventando una prova documentale inoppugnabile.»

Anna sospirò, una piccola, quasi invisibile concessione all'esasperazione. Si avvicinò al bancone, sfiorandomi il braccio con la spalla. Il profumo della sua pelle pulita mi invase le narici. «Un caffè lungo. Senza zucchero, grazie.» La osservai mentre il barista le porgeva il bicchierino fumante. Le sue dita sottili lo afferrarono. «Naturalmente lo bevi amaro,» commentai. Lei portò il bordo di cartone alle labbra. La sua bocca carnosa e umida soffiò leggermente sul liquido scuro, un gesto così intimo e naturale da farmi formicolare la base dello stomaco. Bevve un sorso senza battere ciglio. «Il caffè zuccherato è una resa,» dichiarò, abbassando il bicchiere. Il suo sguardo calmo si piantò nel mio. «Tu riesci a rendere ideologica anche la fottuta caffeina.»

«Alessandro! Anna!» Una voce ci interruppe. Mi voltai. Era un mio compagno di corso, uno di quelli che passava più tempo a sapere i fatti degli altri che a studiare Diritto Privato. Ci guardò con gli occhi sgranati, spostando lo sguardo dalla mia felpa sgualcita all'eleganza tagliente di Anna. «Oddio, ho letto le liste... voi due siete in coppia?» chiese, con un tono che mischiava pietà e macabro interesse. «Ma che avete fatto? Il prof vi odia?»

Infilai le mani in tasca, sfoderando il mio miglior sorriso cinico. «No, tranquillo. È un esperimento sociale del dipartimento.»

«È una misura punitiva,» mi corresse Anna nello stesso istante, la voce glaciale.

Il collega fece un passo indietro, studiandoci. Guardò la mia postura rilassata, poi la rigidità armata di Anna. Fece un sorrisetto strano. «Sai che vi dico? Secondo me funzionate.»

Il silenzio che calò su di noi fu denso, istantaneo e carico di un'elettricità nervosa. L'aria sembrò vibrare. Io e Anna ci voltammo verso di lui all'unisono e rispondemmo esattamente nello stesso istante: «No.»

Il collega alzò le mani in segno di resa e scivolò via tra la folla. Anna si voltò verso di me. I suoi occhi castani erano due fessure. Io sostenni il suo sguardo, sentendo il battito accelerare. Non era solo a casa mia. Anche qui, in mezzo al caos del bar, la tensione tra noi non si disperdeva. Era solida. Ci circondava come un campo magnetico.

Anna strinse il bicchiere di caffè, la mascella contratta. «Andiamo in biblioteca. Subito.» Aveva rimesso la sua armatura: giacca scura dal taglio impeccabile, camicia bianca abbottonata con rigore, gonna scura a vita alta e collant velati che rendevano ancora più formale ogni suo passo. Le décolleté nere battevano sul pavimento del bar con una precisione quasi irritante. I capelli lisci e ordinati le conferivano quell’aria da persona che non cerca di provocare, ma che risulta comunque distante e inarrivabile. E per quanto odiassi ammetterlo, il collega aveva fottutamente ragione. Non andavamo d'accordo su niente, ma quell'attrito continuo, quella guerra per il controllo... funzionava fin troppo bene. E mi eccitava da impazzire.

L'ufficio del tutor aveva l'odore inconfondibile della rassegnazione accademica e della polvere accumulata sui faldoni di giurisprudenza.

Il dottorando seduto dall'altra parte della scrivania sembrava uno di quei giovani adulti devastati che l’università produce in laboratorio quando uno studente resta troppo vicino a una fotocopiatrice per più di cinque anni. Aveva le occhiaie marcate e masticava dei crackers non salati con l'entusiasmo di un condannato a morte, cercando disperatamente di mantenere un'aura di autorevolezza.

«Dunque,» esordì il tutor, spazzando via una briciola dal tavolo, «qual è la vostra linea difensiva per il Processo Simulato?»

Anna, seduta accanto a me con la postura di un ufficiale prussiano, aprì il suo quaderno ad anelli. «Abbiamo strutturato l'approccio su tre livelli. Primo: l'incongruenza temporale dei messaggi. Secondo: la mancanza di una catena di custodia digitale certificata per gli screenshot. Terzo: la testimonianza della collega, che presenta evidenti bias di conferma.»

Era perfetta, tecnica, inattaccabile. E incredibilmente noiosa. Il tutor annuiva, ma i suoi occhi stavano già scivolando verso il pacchetto di crackers.

Mi sporsi in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo. «Secondo me, tutto questo è bellissimo, ma non basta.»

Anna si voltò verso di me con uno scatto così rapido che temetti si fosse incrinata una vertebra. Il tutor smise di masticare.

«Il punto non è solo dimostrare che le chat siano false,» continuai, ignorando lo sguardo omicida della mia partner. «Se attacchiamo solo i tabulati, l'accusa, che è furba, ci riporterà sulle motivazioni. Noi dobbiamo rovesciare il tavolo. Dobbiamo dimostrare che tutti in quell'aula avevano un disperato bisogno che quelle chat sembrassero vere. La reputazione della presunta vittima era già compromessa. Gli screenshot non sono la pistola fumante, sono il capro espiatorio. Non ci serve dimostrare l'innocenza assoluta del nostro cliente. Ci basta infettare la narrazione dell'accusa con un dubbio enorme: a chi conveniva davvero questa bugia?»

Il silenzio scese nella stanza, rotto solo dal ronzio del neon sul soffitto. Vidi Anna irrigidirsi. La sua mascella leggera, solitamente rilassata sotto la pelle chiara, si contrasse. Il suo petto si alzò in un respiro trattenuto. Odiava la mia risposta. La odiava visceralmente perché non c'era traccia di giurisprudenza in quello che avevo detto, ma c'era puro intuito. E, cosa ancora peggiore, sapeva che funzionava.

Il tutor ingoiò il cracker. «È una prospettiva... insidiosa. Ma vi ricordo che il processo simulato è una questione di diritto, non si vince solo con il carisma.»

Prima di andare avanti…

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