Osservai le reazioni intorno a me. Val si era sporta in avanti. Si morse il labbro inferiore, gli occhi accesi di un interesse reale e spontaneo. Fece una battuta a mezza voce alla sua vicina di banco, ma allungò subito la mano per prendere il modulo di iscrizione che stava girando tra le file.
Cercai Anna con lo sguardo. Era già concentrata in modo quasi letale. La macchia di caffè sulla camicia sembrava sparita dalla sua coscienza; aveva gli occhi incollati sul professore e la schiena dritta. Aveva l'aria di chi aveva già smontato il caso, preparato la difesa e deciso come umiliare chiunque si fosse seduto al banco opposto.
Il mio telefono vibrò nella tasca dei jeans. Lo sfilai sotto il banco. Un messaggio da Vittoria: "Iscriviti. Voglio proprio vedere se riesci a difendere qualcuno senza mentire per una volta."
Roteai gli occhi, bloccando lo schermo. Per me, tutto quello sbattimento extra era solo una gigantesca perdita di tempo. Significava pomeriggi in biblioteca, stress inutile, confronto con squali assetati di voti. Stavo già allontanando mentalmente il modulo verso il collega alla mia sinistra, quando mi bloccai.
Val stava firmando. Si era chinata sul banco, la penna tra le labbra per un istante, il volto incorniciato da quelle onde morbide e chiare. Sembrava concentrata, viva, incredibilmente sexy nella sua genuina goffaggine.
E in quel preciso istante, ogni logica accademica e ogni istinto di sopravvivenza andò a farsi fottere. Se Val era dentro, dovevo esserci anch'io.
Afferrai il modulo, tirai fuori la mia penna mezza mezza rotta e scarabocchiai il mio nome e la mia matricola sul foglio, sentendo l'adrenalina mischiarsi a un desiderio fisico e sconsiderato.
Mi iscrissi per amore della giustizia. La giustizia, in quel momento, aveva i capelli biondi e rideva con una penna in bocca.
L’aula a gradoni si svuotò con la lentezza disperata tipica della fine di una lezione di procedura penale. Mi incamminai verso l'uscita affiancato da Val, sentendomi addosso quell’esaltazione stupida e immeritata di chi sa di aver appena truffato il sistema e ne è uscito illeso.
Feci per infilarmi le mani nelle tasche del giubbotto, ma le mie dita incontrarono solo il vuoto. Niente power bank. Niente cavo.
Mi bloccai in mezzo al corridoio principale. «Cazzo.» Val si voltò, facendomi un sorriso interrogativo. «Truffato anche tu dal tuo stesso genio?» «Ho lasciato il caricabatterie sul banco. O forse nell’auletta laterale dei tutor dove mi sono appoggiato prima di entrare.» In quel momento, un flash mi attraversò la mente. La pausa al bar. Io che mi volto di scatto per seguire Val, urto distrattamente una spalla, sento un sibilo infastidito e continuo a camminare. La macchia di caffè sulla camicia di seta di Anna. Cristo. Ero stato io. «Vai pure avanti,» dissi a Val, facendole un cenno con la mano. «Recupero la mia dignità elettronica e ti raggiungo fuori.» Lei annuì, allontanandosi con quel passo leggero che le faceva ondeggiare i capelli chiari sulla schiena.
Invertii la marcia, risalendo la corrente degli studenti. Il corridoio che portava all'auletta dei tutor era immerso in una penombra silenziosa. La porta a vetri smerigliati era socchiusa, uno spiraglio di luce bianca che tagliava il pavimento. Ero sicuro che fosse vuota. Non stavo andando a spiare. Stavo solo cercando un maledetto filo di plastica bianca.
Spinsi la porta con la spalla, senza nemmeno bussare, ed entrai.
Mi bloccai. L'ossigeno mi morì letteralmente nei polmoni.
Anna era lì. La giacca scura era abbandonata sulla sedia accanto a lei. Dava le spalle alla porta per metà, posizionata davanti a un piccolo specchio appeso alla parete, intenta a tamponare la macchia di caffè sulla sua camicia con un fazzoletto inumidito. Per farlo, si era sbottonata.
Non stava facendo nulla di esplicitamente provocante, non era una messa in scena. Eppure, l'impatto visivo fu un pugno allo stomaco di una violenza inaudita. La camicia di seta scivolava morbidamente lungo le braccia sottili e le spalle strette, aprendosi completamente sul davanti e rivelando tutto ciò che la sua armatura di perfezione nascondeva ogni giorno.
Il mio sguardo cadde lì, incapace di obbedire al comando razionale di voltarsi. Sotto la seta chiara, Anna indossava un reggiseno di pizzo nero a balconcino. L'intrico scuro e delicato del tessuto contrastava in modo disarmante con la sua pelle chiara, dal tono caldo e leggermente dorato. Il taglio del balconcino sollevava ed esaltava un seno incredibilmente sodo, pieno, rotondo. La linea del busto, che da fuori sembrava solo elegante e delicata, in quell'intimità rubata si rivelava di una sensualità prepotente e carnale. I bordi di pizzo le accarezzavano le curve con una precisione chirurgica, mettendo in risalto la morbidezza femminile del petto che scivolava poi verso l'addome piatto e la vita finissima.
I suoi capelli castani, di solito portati in pieghe inattaccabili, ora erano sciolti, leggermente mossi, e le ricadevano lungo la curva nuda del collo fino a sfiorarle la clavicola. C'era un'intimità così cruda, così elegante e visceralmente erotica in quella visione privata, che il mio battito cardiaco accelerò fino a farmi ronzare le orecchie.
Era troppo poco per sentirmi davvero un predatore colpevole. Era fottutamente troppo per potermi assolvere del tutto.
Il rumore del mio respiro, o forse il cigolio della porta, la fece voltare di scatto. Il fazzoletto le rimase a mezz'aria. Anna non urlò. Non fece nessuna scenata teatrale, non si coprì con gesti disperati. Si immobilizzò. La sua corporatura asciutta ma femminile si tese come la corda di un arco. Con un movimento rapido, secco, chiuse i lembi della camicia sul petto, stringendoli con una mano. I suoi occhi grandi, castani e luminosi, si piantarono nei miei. Non c'era la solita calma distaccata, ma una freddezza tagliente, quasi vibrante.
Il vero climax di quel momento non fu il suo corpo. Fu il crollo istantaneo della sua immagine. Fino a un secondo prima, Anna era ordine, controllo metodico, appunti sottolineati. Ora, l'avevo vista in un momento privato, imperfetto, irrimediabilmente umano. E potevo sentire fisicamente l'odio che provava per me in quell'istante, perché avevo appena violato la regola più importante del suo mondo: avevo visto una crepa nella sua armatura.
«Esci.» La sua voce fu una lama sottile nel silenzio della stanza. Feci un passo indietro, inciampando sulle mie stesse parole. «Anna, io non... avevo dimenticato il...» Le sue labbra carnose, quel dettaglio lucido e sensuale che poco prima avevo fissato in aula, si strinsero in una linea dura. «Esci.»
Arretrai, richiudendomi la porta alle spalle. Mi ritrovai nel corridoio vuoto, appoggiato con la schiena al muro freddo. Ero imbarazzato. Ero confuso. E, per la prima volta da quando avevo memoria, il mio cinismo di riserva non si degnò di fornirmi una battuta pronta per smorzare la tensione. Ero semplicemente un idiota colpevole con il respiro corto.
Passò un minuto, forse meno. La porta si aprì. Anna uscì. Era perfettamente ricomposta. La camicia era abbottonata fino all'ultimo bottone utile, la giacca scura era tornata al suo posto sulle spalle strette, i capelli erano sistemati. Il suo sguardo era di nuovo quieto, distante, inavvicinabile. Era tornata la Perfettina. Ma non importava quanto cercasse di nasconderlo. Io ormai avevo visto l'altra versione. Quella sotto il pizzo nero.
Fece per superarmi camminando a testa alta, ignorandomi completamente. «Anna, senti,» dissi, staccandomi dal muro, cercando disperatamente di recuperare il controllo della situazione. «Io non volevo... non l'ho fatto apposta, mi dispiace.»
Lei si bloccò. Si voltò lentamente verso di me. Mi squadrò da capo a piedi, e il suo sguardo fu più umiliante di uno schiaffo. «Infatti,» disse, con una voce così piana e chirurgica da farmi quasi male. «Il problema è proprio questo. Tu non vuoi mai niente. Non scegli. Tu lasci solo che le cose ti capitino intorno, e poi ti giustifichi, vero?»
La frase mi colpì esattamente al centro del petto, sbriciolando ogni mia difesa. Aveva ragione. Vivevo esattamente così: galleggiando, non scegliendo mai per non sbagliare, lasciando che il caos facesse il lavoro sporco per poi assolvermi con una battuta. E lei l'aveva capito.
Senza aggiungere una sillaba, si voltò e se ne andò lungo il corridoio, i tacchi che battevano regolari e inesorabili sul marmo, finché non sparì svoltando l'angolo. Io restai lì, immobile, come uno stupido.
Mentre mi incamminavo lentamente verso l'uscita principale della facoltà, il telefono mi vibrò di nuovo in tasca. Lo tirai fuori. Era un'email automatica della segreteria del dipartimento.
Oggetto: Laboratorio di Processo Simulato - Aggiornamento. Si avvisano gli iscritti che le coppie e i ruoli per il processo simulato verranno comunicati domani alle ore 09:00.
Fissai lo schermo illuminato. Mi ero iscritto pensando alla ragazza che volevo. Mi ero iscritto per Val, per la sua risata, per quel senso di respiro e leggerezza che mi prometteva. Il destino, però, che evidentemente aveva studiato Procedura Penale molto più di me, aveva un senso dell'umorismo contorto. Invece della goffaggine solare di Val, l'unica prova che mi era rimasta addosso, bruciandomi sotto la pelle in modo fastidioso, irritante e totalmente sbagliato, aveva la voce fredda di Anna, il suo pizzo scuro e una porta socchiusa alle spalle.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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