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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 1
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Capitolo 1 di 14 28 min di lettura

Camicie sbottonate, pizzo nero e una fottuta erezione per la stronza perfetta

Tra aule affollate e battute ciniche per sopravvivere a Giurisprudenza, un imprevisto accidentale dietro una porta socchiusa fa crollare ogni certezza. Scoprire cosa si nasconde sotto l'armatura della perfezione accenderà il desiderio più sbagliato e fastidioso di tutti.

Alessia
4 mesi fa · 1.2k letture · 4

«Stavo ammirando la tua dedizione all'allineamento degli evidenziatori. Molto clinico», sussurrai, sporgendomi un po' verso di lei.

«Si chiama ordine. Un concetto che immagino tu abbia incontrato solo nel dizionario. E forse nemmeno lì.»

«Io credo nell'ispirazione del caos. L'ordine uccide la creatività giuridica.»

Questa volta si voltò. Quegli occhi castani mi trafissero a distanza ravvicinata. Potevo quasi sentire il calore della sua pelle accaldata sfiorarmi.

«Tu credi nelle scuse che ti inventi per giustificare la tua pigrizia. E se non togli il tuo codice dal mio perimetro visivo entro tre secondi, lo denuncio per abuso edilizio.»

Sorrisi, sentendo una scossa elettrica, un attrito nervoso e caldissimo, corrermi lungo la spina dorsale. Anna era il mio esatto opposto. Era il rigore contro l'improvvisazione. Era il muro di cemento contro cui mi stavo appena schiantando a duecento all'ora.

E, fottutamente, prometteva di essere una rottura di palle meravigliosa.

Il professor Nardi aveva un talento particolare: riusciva a trasformare l'aria all'interno dell'aula in una sostanza solida, asfissiante, capace di farti pentire di aver scelto Giurisprudenza ancor prima di aver aperto il libro.

Stava camminando avanti e indietro davanti alla cattedra, le mani incrociate dietro la schiena, disquisendo sui confini labili della responsabilità oggettiva. A un certo punto si fermò. Il silenzio calò come una mannaia. «Dunque,» esordì, scrutando la platea con la clemenza di un predatore all'apice della catena alimentare, «chi sa dirmi dove si rompe esattamente il nesso di causalità in una condotta omissiva, quando subentra un fattore eccezionale? Un esempio pratico, non voglio la filastrocca del manuale.»

Trecento studenti smisero improvvisamente di respirare. Centocinquanta abbassarono lo sguardo sui banchi, sperando di mimetizzarsi con il legno. L'altra metà iniziò a fissare il soffitto con un interesse architettonico improvviso.

Io, naturalmente, non avevo aperto il manuale. La mia preparazione sull'argomento si fermava al titolo del capitolo, letto di sfuggita la sera prima mentre aspettavo che la pizza si scongelasse nel microonde. Ma poi il mio sguardo scivolò due file più in basso. Val si stava mordicchiando il cappuccio della penna, le sopracciglia leggermente aggrottate in un'espressione confusa e adorabile, come se stesse cercando di evocare una risposta dal nulla.

Non so se fu il desiderio di non sembrare l'ennesimo cadavere accademico in quell'aula, o semplicemente l'istinto animale di fare la ruota del pavone davanti alla ragazza che desideravo da anni. Fatto sta che, prima che il mio cervello razionale potesse fermarmi, alzai la mano.

Nardi inarcò un sopracciglio. «Prego.»

Mi schiarii la voce, appoggiandomi allo schienale con una finta rilassatezza. Non avevo la nozione tecnica, ma avevo il quadro clinico. Intuii il punto. «Il nesso si rompe quando il fattore eccezionale non è solo imprevedibile, ma riscrive completamente la sceneggiatura dell'evento,» dissi, usando un tono disordinato, mezzo sarcastico, ma stranamente calmo. «Se io non riparo i freni della mia auto, sono responsabile se investo qualcuno. Ma se, mentre l'auto non frena, un meteorite cade esattamente su quel pedone... beh, la mia omissione diventa irrilevante. Il meteorite ha, per così dire, rubato la scena al mio reato. Non posso rispondere di omicidio solo perché ero un pessimo meccanico in una giornata apocalittica.»

Un mormorio sommesso attraversò l'aula. Nardi rimase in silenzio per tre lunghissimi secondi, pesandomi con lo sguardo. Poi, l'angolo della sua bocca ebbe un minuscolo cedimento. «Un'immagine molto cinematografica, e giuridicamente un po' grezza. Ma concettualmente... ineccepibile. Ha colto l'essenza della causalità interrotta. Bene.»

Tirai un respiro impercettibile. Mi ero appena salvato la vita usando una cazzata cosmica mascherata da ragionamento logico. Guardai giù. Val si era voltata a metà, gli occhi chiari che brillavano di divertimento puro. Mi regalò un sorriso largo, caldo, uno di quelli che ti fanno sentire come se avessi appena vinto alla lotteria.

Poi guardai di lato.

Poco più indietro, Vittoria, che era entrata alla spicciolata dieci minuti dopo di me. alzò gli occhi al cielo in modo così teatrale che temetti le si bloccassero le pupille, scuotendo la testa con quel cinismo domestico che conosceva perfettamente ogni mia scorciatoia.

Ma fu la reazione di Anna a gelare l'aria. Era seduta poco distante, e la vidi irrigidirsi. La sua postura, già perfetta, divenne marmorea. La mano con cui impugnava la penna si strinse fino a farle sbiancare le nocche. Anna era ordinata, metodica, ambiziosa; lei studiava davvero, sottolineava codici, costruiva schemi e non sopportava l'improvvisazione. Potevo quasi sentire i suoi ingranaggi mentali macinare rabbia. Lei aveva capito esattamente cosa avevo appena fatto. Aveva visto il mio intuito, il mio carisma, la mia brillantezza. Ma aveva visto anche la verità: li stavo usando come una volgare scorciatoia. Questo era esattamente ciò che la mandava in bestia. Detestava chi, come me, sprecava il proprio talento e, per giunta, veniva pure premiato dal sistema. Il caos, per lei, non aveva nulla di affascinante: era semplicemente una patetica mancanza di rispetto.

La ignorai, crogiolandomi in quel successo immeritato. Ero abbastanza intelligente da cavarmela in ogni situazione, il che era, fondamentalmente, il motivo esatto per cui non mi impegnavo mai davvero in nulla.

Dieci minuti dopo, la pausa liberò l'aula come una valvola di sfogo. Il bar della facoltà era un girone dantesco in cui il caffè costava ottanta centesimi e le chiacchiere sugli esami imminenti avevano il tono disperato di chi discute di malattie croniche terminali.

Mi feci largo a spallate tra i tavolini alti, l'odore di miscela bruciata e croissant scaldati che mi riempiva le narici, finché non la trovai.

Val era appoggiata al bancone, in attesa del suo macchiato. Aveva quel fascino curato, luminoso, da "bionda elegante ma provocante", capace di calamitare gli sguardi senza fare il minimo sforzo. I capelli lunghi e voluminosi, biondo miele, le ricadevano su una spalla in modo naturale.

Mi affiancai a lei. Il calore del suo corpo, vicinissimo al mio in quello spazio ristretto, era una sensazione tangibile. Fisicamente era slanciata, con una corporatura femminile, morbida ma per nulla pesante. Indossava un top chiaro, leggermente scollato, che valorizzava in modo naturale il busto pieno e il décolleté rotondo ed evidente. Ma non c'era traccia di volgarità in lei; la sua sensualità era pulita, i dettagli del suo corpo attiravano l'occhio in modo quasi innocente, filtrati da un'eleganza che la rendeva irresistibile.

«Ehi, avvocato del meteorite,» mi salutò, passandosi una mano tra i capelli mossi. Il suo viso ovale, armonioso, si illuminò in un sorriso.

«Prego, chiamami solo Maestro,» replicai, appoggiandomi al bancone e godendomi la sua vicinanza.

Lei ridacchiò, un suono spontaneo, goffo e bellissimo. Le sue labbra carnose si piegarono in un'espressione divertita. «Tu hai capito davvero quello che hai detto là dentro?»

La guardai negli occhi. Chiari, penetranti, capaci di farti sentire completamente esposto ma al sicuro allo stesso tempo. «Ho capito il concetto generale.»

«Cioè?» mi incalzò, le dita che tamburellavano leggere sul piattino del caffè.

«Che sembravo molto più preparato di quanto fossi in realtà.»

Val scoppiò a ridere di nuovo. «Quello era evidente a mezza aula. Ma Nardi se l'è bevuta alla grande.» Non c'era giudizio nella sua voce. Non mi stava condannando come faceva Anna. Mi stava smontando con una leggerezza disarmante. Con lei non c'era bisogno di fingere, non c'erano armature da indossare.

Ed era per questo che ero fottutamente innamorato di lei. Non era solo per la linea morbida del suo collo, per le clavicole visibili sotto il tessuto leggero o per la vita stretta che potevo circondare con le mani. Era perché, in quel mare di ansia accademica e competizione tossica, con Val io respiravo. Con lei c'era complicità vera, le battute avevano il sapore di casa e il calore della passione genuina e affettuosa. Con lei, vivere l'università smetteva di essere una guerra.

Mentre ridevamo insieme, abbassai lo sguardo per un istante. Fu allora che la vidi passare. Anna sfrecciò dietro di noi, fendendo la folla con l'agilità di uno squalo. Teneva in mano un bicchiere di carta di caffè americano. Aveva lo sguardo fisso dritto davanti a sé, il volto serio, i lineamenti fini e la mascella leggera contratti in un'espressione calcolatrice. Ma c'era un dettaglio fuori posto. Sulla sua immacolata camicia di seta chiara, all'altezza del petto, c'era una piccola, evidentissima macchia marrone di caffè. Una sbavatura. Un errore nel sistema. Una microscopica crepa nella sua estetica di controllo assoluto.

Seguii quella macchia con gli occhi finché non scomparve tra gli studenti. Per un momento, il rumore del bar sembrò ovattato. Poi Val mi toccò il braccio, riportandomi bruscamente alla realtà, al calore della sua pelle e alla comodità del nostro piccolo mondo luminoso.

Quando tornammo in aula, l'atmosfera era diversa. L'aria pesante della teoria aveva lasciato spazio a un brusio elettrico.

Il professor Nardi si schiarì la voce al microfono, battendo un plico di fogli sulla cattedra per richiamare l'attenzione. «Bene, signori. Abbiamo parlato a sufficienza. Ora è il momento di vedere se avete il fegato di applicare ciò che studiate o se resterete confinati nella teoria per il resto delle vostre vite.» Sorrise, ma i suoi occhi rimanevano freddi. «A partire dalla prossima settimana, prenderà il via il laboratorio di Processo Simulato.»

L'aula mormorò. Era la competizione più attesa del semestre. Nardi spiegò le regole in modo asciutto e spietato. L'università aveva preparato un caso fittizio: fascicoli, indizi, chat private manipolate. Saremmo stati divisi in squadre da due. Accusa contro Difesa. Avremmo dovuto studiare le prove, interrogare testimoni simulati, reggere il controinterrogatorio, fino all'arringa finale davanti a un verdetto emesso da veri magistrati e docenti. Nessun tecnicismo esasperato: contavano la logica, l'intuizione, la capacità di distruggere l'avversario sul piano argomentativo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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