Il professor Nardi, in piedi dietro la cattedra, interruppe la spiegazione a metà di una frase sul dolo eventuale. Abbassò gli occhiali sulla punta del naso e mi fissò con la calma assassina di un uomo che ha visto passare decine di generazioni di studenti inutili, e aveva già deciso che io ero il presidente del loro fan club.
«Prego, si accomodi. Stavamo proprio aspettando che il diritto si adeguasse ai suoi ritmi biologici», mormorò al microfono.
Ero il ritratto dell'inadeguatezza: i capelli spettinati dalla corsa, il respiro affannoso, il giubbotto mezzo aperto. Mormorai delle scuse che suonarono come un rantolo, mi infilai nella prima fila laterale libera, pestai la scarpa firmata a un tizio in camicia azzurra e, nel tentativo di sedermi, feci cadere il Codice Civile sul banco di legno con un tonfo che suonò come una martellata. Altri sospiri di insofferenza si levarono intorno a me.
Mi passai una mano sulla faccia, pronto a sprofondare. Ma poi, prima ancora di aprire lo zaino, alzai lo sguardo.
E vidi Val.
Era seduta due file più avanti e leggermente spostata verso il centro. Stava ridendo. Aveva appena fatto cadere una penna e, nel tentativo di riprenderla al volo, aveva quasi rovesciato l'astuccio della ragazza accanto a lei. Aveva una faccia così deliziosamente colpevole e buffa che mi bloccò il respiro in gola.
Val era esattamente questo: familiarità pura. Quando la guardavi, non vedevi una principessa di ghiaccio irraggiungibile; vedevi una ragazza viva. E, maledizione, quanto era bella.
Possedeva un fascino che potevi definire solo come "bionda elegante ma provocante". Anche di prima mattina, incastrata tra i banchi di un'aula universitaria, aveva un aspetto curato, luminoso, capace di monopolizzare il campo visivo con un magnetismo assoluto. Il suo viso era ovale, di un'armonia perfetta, con lineamenti morbidi ma netti: gli zigomi delicati, il naso sottile, e quelle labbra carnose, ben disegnate, che teneva sempre increspate in un'espressione appena accennata, quasi fosse sempre consapevole dell'effetto che faceva su chiunque la guardasse.
Mentre si raddrizzava sulla sedia, incrociò il mio sguardo. I suoi occhi chiari, freddi e penetranti, si accesero per un istante. Avevano quell'ombra un po' altezzosa, capace di darle un'aria raffinata e distante, ma con me c'era sempre una sfumatura diversa. Mi sorrise, un sorriso vero e complice.
I capelli lunghi, di quel biondo miele intenso con la radice più scura, le scendevano in modo naturale e voluminoso sulle spalle e sul petto. La incorniciavano rendendola incredibilmente femminile, con un'aria estiva ed elegante che non si poteva insegnare.
Mi appoggiai allo schienale, dimenticandomi di colpo Nardi, l'imbarazzo e la tachicardia. Fisicamente, Val era slanciata, proporzionata, con una figura morbida ma per nulla appesantita. Si sfilò la sciarpa leggera, scoprendo le spalle delicate, il collo lungo e le clavicole visibili sotto la luce bianca dei neon dell'aula. Indossava un top bianco aderente, molto semplice, che le segnava la vita stretta e valorizzava in modo prepotente il busto pieno.
Era impossibile non notare la sua sensualità, ma non c'era mai niente di volgare o aggressivo in lei. Il suo décolleté era rotondo, morbido ed evidente, ma sempre inserito in una figura così curata ed elegante che i dettagli sembravano fatti apposta per attirare l'occhio senza mai gridare per avere attenzione. Era una bellezza pulita. Il bianco del top le addolciva i lineamenti, facendo risaltare la pelle chiara in un contrasto meraviglioso con i capelli dorati sciolti su una spalla.
Mi accorsi che stavo fissando la linea del suo respiro sotto la stoffa tesa, il modo in cui il tessuto assecondava le sue curve con una sicurezza tranquilla e sfacciata.
Respira, mi dissi. Con Val era così: mi faceva l'effetto di una casa piena di finestre spalancate. Una casa luminosa, che ti accoglie e ti fa sentire al sicuro, lontanissima dalle pareti domestiche e cariche di verità taglienti che condividevo con Vittoria.
Val si voltò di nuovo verso la cattedra, sistemandosi una ciocca dietro l'orecchio. Rideva come se la vita, ogni tanto, potesse anche non essere una truffa. Io, naturalmente, ero la prova contraria. Ma finché potevo guardare la curva dolce del suo collo e sapere che, tra trecento sconosciuti, aveva sorriso proprio a me, il ritardo e lo studio arretrato sembravano magicamente gestibili.
Distolsi lo sguardo da Val con la fatica fisica di chi si sta staccando da una bombola d'ossigeno. Il problema di arrivare in ritardo in un’aula a gradoni non è solo l’ingresso trionfale, è che poi devi effettivamente trovare un posto dove sederti senza sembrare un profugo alla deriva.
Individuai uno spazio vuoto a metà di una fila centrale. Mi feci strada mormorando scuse a mezza bocca, scavalcando zaini, ginocchia e un paio di codici penali lasciati a terra come mine antiuomo. Arrivai al posto, feci scivolare lo zaino e mi bloccai.
Il banco accanto al mio sedile vuoto non era un banco. Era una sala operatoria. C’era un Codice aperto, intonso, con le pagine tenute ferme da un fermacarte. C'erano appunti scritti con una grafia così perfetta da sembrare stampata, tre penne allineate millimetricamente e due evidenziatori paralleli. Al centro di questo ecosistema di pura nevrosi accademica, sedeva lei.
Anna. La collega sbagliata.
Non alzò lo sguardo quando mi fermai accanto a lei. Non rideva, non cercava attenzione. Aveva una postura così dritta e controllata che mi fece sentire improvvisamente l'urgenza di farmi visitare da un ortopedico.
La fissai per un secondo di troppo, colpito, mio malgrado, da quell'immagine. Anna aveva un fascino molto pulito, elegante e un po' sfuggente. Il suo viso era un ovale perfetto, delicato, scolpito da lineamenti fini: una fronte ampia e pulita, un naso sottile e regolare, zigomi morbidi ma presenti e una mascella leggera che le conferiva un'aria nobiliare.
«Scusa, è libero?» chiesi, indicando la sedia con un cenno della testa.
Anna non si mosse. Finì di sottolineare una riga di testo con un righello trasparente — un righello, cristo santo —, chiuse il tappo dell'evidenziatore con un clic secco e, solo allora, sollevò il viso verso di me.
I suoi occhi castani, grandi e luminosi, mi puntarono con uno sguardo calmo ma spaventosamente diretto. Non c'era traccia di aggressività nella sua espressione, ma piuttosto un'aria tranquilla, quasi distaccata, capace di farti sentire un minuscolo fastidio amministrativo, una fastidiosa pratica da archiviare in fretta. Era un'indifferenza così radicata da risultare pericolosamente intrigante. Le sopracciglia naturali, definite senza essere troppo marcate, incorniciavano quello sguardo glaciale con una precisione chirurgica.
«Era silenzioso», rispose, con una voce limpida, fredda, priva di qualsiasi inflessione amichevole.
Rimasi interdetto. «Quindi... sì?»
«Quindi lo era», ribatté, prima di abbassare di nuovo quegli occhi enormi sui suoi appunti, chiudendo la conversazione con l'autorità di un giudice della Suprema Corte.
Mi sedetti, lasciando cadere il mio codice sul tavolo con un tonfo sgraziato che la fece impercettibilmente irrigidire. Per lei, io ero chiaramente una perdita di tempo con le gambe.
Appoggiai il gomito sul banco di legno, invadendo lo spazio invisibile che ci separava. Con un movimento lento, calcolato, Anna afferrò il suo quaderno e lo spostò esattamente di due centimetri verso di sé. Come se stesse delimitando un confine nazionale per proteggersi da un'invasione batterica.
Non potei fare a meno di sorridere, un sorriso storto e cinico. Era insopportabile. Una rottura di palle di dimensioni bibliche. Eppure, mentre fingevo di ascoltare la lezione di Nardi, il mio sguardo continuava a scivolare di lato, attratto da quel magnetismo glaciale che la avvolgeva.
Fisicamente appariva snella e proporzionata, con una corporatura asciutta ma inequivocabilmente femminile. Indossava una camicetta di seta chiara, abbottonata con un rigore che sfidava le leggi della fisica, ma che non riusciva a nascondere le sue forme. Aveva spalle strette, braccia sottili e una vita fine sotto cui si intuiva un addome piatto e rigoroso. La linea del busto era delicata, rivelando un décolleté presente ma non dominante: un dettaglio infinitamente più elegante che appariscente, che costringeva l'occhio a immaginare più di quanto potesse effettivamente vedere. Sotto il tessuto dei pantaloni sartoriali scuri, i fianchi sembravano morbidi e naturali, abbastanza marcati da regalare alla sua figura una silhouette bellissima e inaspettata.
I capelli castano scuro, lunghi e morbidi, oggi cadevano lisci e ordinati dietro le spalle. Quella piega perfetta le conferiva un'aria estremamente raffinata e controllata, come se non permettesse a nulla, nemmeno all'umidità, di sfuggire al suo dominio.
Ma il vero disastro, il dettaglio che mandava in cortocircuito tutta quella rigidità, era la sua bocca. Le sue labbra erano evidenti, carnose, lucide, dalla forma piena ma non eccessiva. Anche ora, mentre teneva un'espressione seria, neutra, vagamente infastidita dalla mia esistenza, quelle labbra davano al suo volto una nota profondamente sensuale, un richiamo fisico involontario che cozzava violentemente con la sua freddezza.
Mi accorsi di starle fissando la bocca mentre lei muoveva la penna. La sua pelle chiara aveva un tono caldo, naturale, ed era leggermente arrossata dal sole, un dettaglio minuscolo che le dava un aspetto fresco e disarmantemente realistico, strappandola dall'iperuranio della perfezione per riportarla sulla terra.
Non era una sensualità "urlata" o volgare, la sua. Era l'esatto opposto. Era una sensualità da ragazza raffinata, distante, che ti colpiva proprio per il modo naturale in cui portava il suo corpo snello, la sua pelle luminosa e quello sguardo quieto. Anna aveva quell'aria da persona che non ha bisogno di cercare di provocare nessuno; risultava magnetica per il semplice, infuriante fatto di esistere e di ignorarti.
«Se il mio metodo di studio ti affascina così tanto, posso farti un diagramma di flusso», mormorò lei all'improvviso, senza smettere di scrivere e senza nemmeno voltarmi la testa.
