Anna si bloccò. Il ticchettio frenetico della penna contro il tavolo cessò all'improvviso. Sollevò gli occhi, grandi, luminosi e incredibilmente castani, fissandomi con una concentrazione che mi fece quasi dimenticare come si respira. «Hai ragione,» ammise, con una nota di riluttanza che la rendeva ancora più irritante. «È un'incongruenza logica che non avevo ancora isolato.»
«Sembri delusa,» la presi in giro, con un mezzo sorriso cinico. «Ti aspettavi che la tua tabella Excel avesse già previsto tutto?»
«Sono disturbata dal metodo con cui ci sei arrivato,» ribatté, chiudendo il fascicolo con una forza eccessiva. «Tu non leggi le prove, tu cerchi la falla nel sistema. È un modo pigro di fare le cose. È irritante.»
«Si chiama intuito, Anna. Potresti provare a usarlo al posto di passare la serata a ricalibrare i bordi dei tuoi fogli.»
Lei mi fulminò. Si sporse in avanti, il busto che si tendeva sotto la camicia di seta bianca, rivelando la linea delicata del décolleté in un modo che mi fece scordare la logica del processo. «Il mio ordine è quello che ci farà vincere. La tua improvvisazione ci farà solo perdere tempo.»
Il mio telefono, appoggiato sul bordo del tavolo, vibrò con insistenza. Un vocale di Val. Lo aprii, sapendo che Anna mi stava osservando come se avessi appena estratto un coltello.
La voce di Val riempì la cucina, limpida, allegra, una ventata di ossigeno puro. «Noi accusa abbiamo già una teoria di ferro, caro avvocato. Preparati, meteorite. Ti faremo a pezzi.» E, in sottofondo, la voce di Vittoria che si intrometteva ridendo: «Digli che la sua difesa farà schifo!»
Val scoppiò a ridere. Quella risata mi arrivò dritta allo stomaco. Era complicità. Era calore. Era la prova che, da qualche parte in questa città di merda, esisteva ancora un posto dove potevo sentirmi a casa senza dover superare un esame di ammissione ogni volta.
Anna mi fissava con un'espressione neutra, ma i suoi occhi castani sembravano aver perso quella calma distaccata per caricarsi di qualcosa di più denso. «È per lei che ti sei iscritto, vero?»
«Non sono affari tuoi,» risposi, chiudendo il vocale più bruscamente del necessario.
«Lo sono eccome,» replicò lei, con una freddezza che tagliava come il ghiaccio. «Perché devo lavorare con qualcuno che guarda l’accusa — e quindi il mio fallimento — come se fosse la sua assoluzione personale. Non sei qui per il processo. Sei qui per fare lo spettatore in una vita che non ti appartiene.»
La sua voce era bassa, ma il tono era un'accusa diretta alla mia pigrizia, al mio continuo scivolare tra le dita delle persone senza mai fermarmi. Mi irrigidii. «Non sai niente di me,» dissi, la tensione tra noi che diventava palpabile, densa, quasi erotica nel suo scontro frontale.
«So che hai talento da buttare,» concluse, voltandosi di nuovo verso le sue carte con quella sua aria di superiorità che mi faceva venire voglia di scuoterla e di baciarla allo stesso tempo. «Ora, vedi di concentrarti sul caso. Non posso permettere che la mia reputazione venga trascinata nel fango dalla tua incapacità di scegliere cosa vuoi essere.»
Ero in trappola. Anna era l'attrito che non potevo evitare, e ogni volta che mi guardava, sentivo il bisogno bruciante di dimostrarle che si sbagliava, o forse di farle perdere quel controllo che la rendeva così inavvicinabile.
La stanza di Vittoria, trasformata in un bunker per la difesa, aveva un’atmosfera densa, quasi elettrica. I poster di viaggi, i vestiti lasciati in giro e l’aria sbarazzina di Vittoria erano stati soffocati da una rigorosa disciplina accademica. I fascicoli formavano una sorta di trincea sul letto matrimoniale, un confine fisico tra me e Anna.
Lei era seduta sul bordo, perfettamente composta, le gambe accavallate con un rigore che mi irritava e mi ipnotizzava allo stesso tempo. La camicia morbida che aveva rubato al caos della stanza le cadeva sulle spalle, lasciando scoperto un tratto di collo pallido e le clavicole delicate. I capelli, sciolti ma disciplinati, le ricadevano con una precisione studiata che strideva col disordine circostante.
«Devi imparare a rispondere senza fare teatro,» esordì, la voce priva di qualsiasi inflessione. «Sono nato per fare teatro, Anna. È nel mio DNA,» replicai, cercando di alleggerire il peso di quella vicinanza. «Si vede. È per questo che perdi credibilità ogni volta che apri bocca.»
Anna ignorò la mia replica, allungando una mano sottile per scorrere i fogli sparsi sul materasso. Le sue dita, affusolate e agili, sfiorarono il bordo di un documento, un gesto che mi costrinse a deglutire. «Nome,» disse, senza guardarmi, il tono che scivolava nel ruolo di chi conduceva l'interrogatorio. «Mi sembra un dato già acquisito dalla cronaca, visto che mi hai appena insultato,» risposi. «Nome.» «Alessandro.» «Bene. Proviamo a non perdere subito la causa.»
Iniziò l'interrogatorio. Le domande erano precise, lame che tagliavano dritto al nocciolo della questione. Quando ha ricevuto le chat? Chi aveva accesso? Perché l'orario di cancellazione era illogico? Ogni volta che provavo a virare verso una risposta brillante o sarcastica, lei mi bloccava. «Non sedurre la domanda,» mi intimò, avvicinandosi appena, il respiro che si faceva più nitido. «Rispondi.»
Non eravamo più all'università. Eravamo in una bolla calda, illuminata solo dalla lampada sul comodino che proiettava ombre lunghe e morbide sui nostri volti. Anna non si spogliava, ma la sua vicinanza era una pressione costante. Ogni volta che si muoveva, il tessuto della camicia scivolava sulla sua pelle, rivelando ombre di un seno sodo, sorretto dal pizzo nero che avevo intravisto il giorno prima, e la linea curva di una schiena dritta e imperiosa.
«Quando sei entrato nell'auletta, cosa cercavi?» mi chiese, la voce che si era fatta più lenta, bassa, quasi un sussurro che mi graffiava i timpani. «Il caricabatterie.» «Risposta completa.» «Il mio caricabatterie,» dissi, fissandola negli occhi. I suoi occhi castani, grandi e luminosi, sembravano inchiodarmi al materasso. «E cosa hai trovato?» Il tono era cambiato. Non era più solo lavoro. Era una sfida. «Anna…» «Rispondi alla domanda.»
Provai a giocare l'ultima carta dell'ironia. «Tecnicamente ho trovato una situazione processualmente delicata.» Anna non sorrise. Si sporse ancora, finché il suo ginocchio nudo non sfiorò la mia coscia. Fu un contatto elettrico, fulmineo. La sua mano si abbatté sul fascicolo tra noi, bloccandolo, le dita che stringevano la carta come se volessero strapparla. Il profumo di shampoo pulito che le arrivava dai capelli bagnati avvolse tutto. «Tecnicamente stai evitando la risposta,» disse, il viso a pochi centimetri dal mio. «Tu non sei pericoloso perché desideri, Alessandro.» Sentii il respiro mancarmi. «Ah no?» «No. Sei pericoloso perché fingi che il desiderio ti sia caduto addosso. Come se fossi una vittima degli eventi.»
Il cinismo mi abbandonò. Per la prima volta, non avevo una risposta pronta. La guardai, vedendo oltre il controllo, oltre la camicia ordinata, oltre l'armatura. «E tu?» chiesi, con una verità che non sapevo di avere. «Tu controlli tutto perché non desideri, o perché hai paura di farlo male?»
Il silenzio che seguì fu assordante. Anna si immobilizzò. La sua mano sul fascicolo ebbe un tremito impercettibile, la mascella si contrasse per una frazione di secondo. Per quel battito di ciglia, il generale era sparito. C'era solo una donna che sentiva il peso delle proprie barriere. Poi, si riprese. Con una fluidità quasi spaventosa, tornò a essere di ghiaccio. Si avvicinò al mio viso, fino a sfiorarmi l'orecchio. «Non confondere una domanda buona con una vittoria,» mormorò.
Si alzò dal letto, raccolse i fascicoli e mi indicò la porta con un cenno minimo. Non era una richiesta. Uscii senza trovare una battuta abbastanza decente da salvarmi. Un secondo dopo, Anna chiuse la porta della stanza di Vittoria alle mie spalle.
La casa era immersa in un silenzio irreale. Il mio telefono vibrò sul tavolo della cucina. Val: “Come va la difesa?”Accanto, un messaggio di Vittoria: “Non hai ancora rovinato tutto, vero?”
Guardai la porta chiusa di Anna, poi il nome di Val sul display. Non risposi subito. Scrivendo a Vittoria un semplice “Sto lavorando”, mi resi conto di una verità che mi bruciava le dita. Anna non era entrata in casa mia solo per occupare una stanza. Era entrata per trasformare ogni mia scusa, ogni mio comodo alibi di "ragazzo a cui le cose capitano", in una domanda a cui, prima o poi, avrei dovuto rispondere con la verità.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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