Anna strinse il manico del trolley. «Vorrei che rimuovessi il concetto stesso di caos dalla stanza.»
«Quello paga metà dell'affitto,» ribatté Vittoria, indicandomi con il pollice. Poi afferrò il suo borsone. «Comunque, il letto ha le lenzuola pulite. La scrivania l'ho sgombrata, più o meno. Cerca di non sterilizzare i miei poster.»
Anna non rispose. Entrò nella stanza con passi misurati. Posò la valigia sul letto con una cura maniacale. La vidi aprire la cerniera e tirare fuori un laptop, due fascicoli perfettamente rilegati, un beauty case rigido e un pigiama piegato in un quadrato che sfidava le leggi della geometria euclidea.
Io e Vittoria ci scambiammo un'occhiata. La stanza aveva già cambiato temperatura. Vittoria si caricò la borsa in spalla e mi venne incontro nel corridoio. Si fermò a un millimetro da me, abbassando la voce. «Mi raccomando,» mormorò, con un ghigno che non prometteva nulla di buono. «Non fare niente che io non possa usare contro di te dopo.»
«Mi stai lasciando da solo con una donna che mi odia in camera tua.»
«Lo so. È il mio personale contributo al diritto processuale. Sopravvivi.» Mi diede una pacca sulla spalla, aprì la porta di casa e se ne andò.
Il clic della serratura rimbombò nel corridoio. Silenzio. Ero da solo in casa con Anna. Il mio bunker, il mio rifugio fatto di pigrizia, consegne a domicilio e sessioni di studio rimandate all'infinito, era appena stato invaso dal generale supremo dell'ansia da prestazione.
Passai l'ora successiva in salotto, fissando lo schermo del mio telefono senza vederlo davvero. Le mie mani tamburellavano sul tavolo della cucina. Dalla stanza di Vittoria non proveniva un solo rumore. Niente musica, niente sospiri. Solo, ogni tanto, il fruscio secco e letale di un evidenziatore sulla carta. Non lo sopportavo. La nostra totale incompatibilità era una vibrazione fisica nell'aria. Lei era il metodo, io la scorciatoia. Lei era il piano, io l'incidente.
Verso le undici, la quiete domestica mi convinse che la Perfettina fosse andata a dormire, o che stesse scaricando gli aggiornamenti di sistema. Mi alzai, mi stiracchiai e mi diressi in bagno per lavarmi i denti prima di crollare sul divano. Aprii la porta senza pensare, spingendo la maniglia con la solita inerzia distratta.
Il bagno era invaso da una leggera nuvola di vapore e dal profumo di un bagnoschiuma che non era il mio. Mi bloccai sulla soglia.
Anna era lì. In piedi, davanti allo specchio sopra il lavandino. Non era nuda, ma la botta di adrenalina che mi colpì i polmoni fu talmente violenta che avrei preferito lo fosse. Sarebbe stato più facile da gestire.
Aveva perso la sua armatura. Niente giacca scura. Niente camicia abbottonata fino alla gola. Niente codice. Indossava solo una maglietta morbida, chiara e leggermente scollata, abbinata a un paio di pantaloncini di cotone leggeri che le lasciavano scoperte le gambe snelle e le caviglie. Il tessuto sottile della maglia seguiva la linea del busto, assecondando un décolleté che, privo delle costrizioni sartoriali, risultava disarmante nella sua eleganza femminile e naturale. Le lasciava scoperte le spalle strette, rivelando le clavicole delicate e la pelle nuda.
Ma fu il suo viso a incastrarmi. Si era tolta il trucco. Il suo ovale perfetto era nudo, la pelle chiara arrossata dal calore dell'acqua, facendola apparire infinitamente più calda, più umana, più vera. I capelli, che solitamente teneva in ordini geometrici, ora erano bagnati, scuri e mossi. Le scivolavano lungo il collo in ciocche pesanti e leggermente selvagge. Aveva un asciugamano tra le mani sottili e stava strizzando le punte dei capelli, inclinando la testa di lato e scoprendo la linea vulnerabile della gola.
Fisicamente era asciutta, proporzionata, ma di una femminilità che non aveva bisogno di gridare per farsi notare. Era una sensualità raffinata, privata, che mi ammutolì all'istante.
Rimasi lì, paralizzato come un ladro colto sul fatto. Ma Anna non sussultò. Non si coprì il petto con un gesto disperato. Non lanciò un urlo. Si fermò, le mani ancora nell'asciugamano, e mi guardò attraverso lo specchio.
I suoi occhi castani incrociarono i miei nel riflesso. L'espressione era di una tranquillità glaciale, quasi innaturale. «A quanto pare, bussare resta un concetto puramente sperimentale in questa casa.» La sua voce era bassa, priva dell'eco acida delle aule universitarie, ma altrettanto affilata.
«Io... pensavo fosse libero,» balbettai, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie.
«Pensavo fosse libero,» ripeté lei, lentamente, come se stesse leggendo un capo d'accusa. «È una frase che usi spesso prima di violare uno spazio privato, o è riservata solo ai coinquilini che non sopporti?»
Feci per fare un passo indietro, afferrando la maniglia per ritirarmi nella mia tana. «Scusa, io esco—»
«No.» La parola mi inchiodò al pavimento. Non era un invito. Era un ordine. Anna lasciò cadere l'asciugamano sul bordo del lavandino. Non si voltò verso di me. Continuò a guardarmi attraverso lo specchio, costringendomi a sostenere il mio stesso sguardo colpevole accanto al suo.
Il suo non era un gioco di seduzione. Non stava cercando di provocarmi, e questa consapevolezza rendeva la scena diecimila volte più erotica. Era lei la padrona della stanza. Io ero solo un intruso goffo e disorganizzato. «Resta un secondo,» mormorò, le labbra carnose e piene che si muovevano nel riflesso, mantenendo una serietà inquietante.
«Perché?» chiesi, la gola secca.
«Perché voglio capire,» disse, abbassando le mani sul bordo di ceramica del lavandino, «se riesci a stare in una stanza con me senza trasformarti in un incidente.»
Inspirai a fondo. L'aria sapeva di shampoo e di pelle bagnata. Il contrasto tra la sua figura domestica, quasi fragile, e il controllo assoluto che stava esercitando su di me era devastante. Capii in quel momento che toglierle il tailleur non l'aveva resa più vulnerabile; l'aveva resa infinitamente più pericolosa. In casa mia, lei dettava le regole di cosa potevo vedere e cosa no.
Non seppi cosa rispondere. Non c'era nessuna battuta cinica, nessuna frase a effetto pronta a salvarmi. Aveva smontato la mia ironia semplicemente stando ferma a fissarmi da un pezzo di vetro.
Anna si staccò dal lavandino. Si voltò lentamente verso di me e si avvicinò alla porta. Io ero bloccato sulla soglia. Dovette passarmi accanto per uscire. Lo spazio era stretto. Non si ritrasse. Scivolò vicino a me, la spalla nuda che sfiorò per una frazione di secondo il cotone della mia maglietta. Sentii il calore innaturale del suo corpo dopo la doccia, il profumo denso della sua pelle umida. Fu un contatto minimo, microscopico, ma mi scatenò una fitta al basso ventre così acuta da farmi serrare i denti.
Si fermò appena oltre la soglia, dandomi le spalle. «La prossima volta che entri,» disse, senza voltarsi, la voce ferma e quieta, «assicurati di volerlo davvero.»
Poi si incamminò lungo il corridoio, scomparendo nella stanza di Vittoria e chiudendosi la porta alle spalle con un clicsecco.
Rimasi solo, in piedi in mezzo al bagno. Mi guardai nello specchio, lì dove un attimo prima c'erano i suoi occhi castani a giudicarmi. Respirai il vapore che aveva lasciato dietro di sé. Fissai la mia faccia da idiota e capii che la Perfettina aveva ragione. Il mio problema non era il disordine. Non era ciò che mi capitava intorno. Il mio vero, fottuto problema, era che io fingevo sempre che mi capitasse per caso, per non avere il coraggio di ammettere cosa volevo. E in quel momento, con la sua assenza che bruciava nell'aria del mio bagno, quello che volevo era fottutamente spaventoso.
Poco dopo.
Il tavolo della cucina era stato colonizzato. Non c’era più spazio per il caffè, né per la mia vita, solo per il fascicolo. Anna aveva creato una tabella di marcia che copriva l’intero piano d’appoggio, una griglia di scadenze, prove incrociate e riferimenti normativi che mi faceva sentire non solo impreparato, ma moralmente inadeguato.
Ero seduto di fronte a lei, cercando di far finta che il ricordo del pizzo nero non mi stesse distraendo come un allarme antincendio. Anna, dal canto suo, non dava segno di ricordarsi nemmeno del bagno. Era tornata a essere il generale. I capelli erano raccolti in una coda bassa che le scopriva il collo sottile, un dettaglio che, nel riflesso della finestra, mi costringeva a serrare la mascella.
«Hai letto la testimonianza della collega della vittima?» esordì, senza alzare lo sguardo dal foglio. «Sì,» risposi, cercando di concentrarmi sui fatti. «Allora dimmi cosa c’è che non torna.»
Mi sforzai di seguire il filo, la mente che correva veloce, un talento naturale che usavo come scusa per non dover mai sudare davvero sui libri. «L’orario,» dissi, indicando con la punta della penna il documento. «Quello della cancellazione. Se ha eliminato la chat dopo aver avuto conferma della selezione, com’è possibile che nella registrazione audio, che è di mezz'ora prima, lei sembri già al corrente del danno reputazionale subito? È un controsenso temporale. O lei è una veggente, o qualcuno ha manipolato la sequenza degli eventi.»
