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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 2
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Capitolo 2 di 14 25 min di lettura

Anna, il Bagno e la Condanna

Assegnato alla collega più insopportabile del corso, Alessandro si ritrova costretto a condividere con Anna fascicoli, silenzi e una casa troppo stretta. Tra porte aperte per sbaglio, interrogatori notturni e desideri negati, la difesa diventa molto più pericolosa dell’accusa.

Alessia
3 mesi fa · 958 letture · 2

Spostai lo sguardo più in basso, nella colonna Squadra Accusa. Val e Vittoria.

«Oddio. Ti hanno dato Anna.»

La voce di Val mi esplose accanto all'orecchio, accompagnata da una risata argentina e cristallina che mi fece venire voglia di piangere. Mi voltai. Era lì, luminosa, allegra, con una scintilla di pura perfidia accademica in quegli occhi chiari e penetranti.

«Non "dato",» sussurrai, con il tono di un uomo a cui hanno appena diagnosticato una malattia incurabile. «Condannato.»

Val scoppiò a ridere di nuovo, passandosi una mano tra i capelli voluminosi, biondo miele, che le ricadevano morbidamente sulle spalle. Il suo fascino estivo e spontaneo mi sembrò improvvisamente lontanissimo, dall'altra parte della barricata. «Sarà divertente batterti,» mi provocò, con un'espressione consapevole e adorabile.

«Io l’avevo detto che prima o poi il sistema giudiziario ti avrebbe punito.»

Vittoria emerse dalla calca, piazzandosi accanto a Val. Aveva le braccia incrociate e un sorriso da predatore soddisfatto. Tra lei e la mia cotta storica c'era un abisso: Val era il sole, Vittoria era la casa che ti giudica dal divano, ma insieme formavano un'accusa che mi avrebbe ridotto in polvere.

Feci per ribattere, per usare la mia solita ironia come scudo, ma l'aria intorno a noi si raggelò.

Anna era arrivata. Non rideva. Non sembrava divertita dall'ironia della sorte. Fissava il foglio in bacheca con la mascella leggera serrata e un'espressione che faceva sembrare il mio nome un debito formativo vivente. La sua camicia di seta era abbottonata con un rigore castigato, i capelli castano scuro erano una cascata liscia e ordinata che non ammetteva imperfezioni. Eppure, io non riuscivo a non pensare a cosa ci fosse sotto quel cotone impeccabile.

«No,» disse Anna, la voce bassa, piatta, rivolta al foglio.

«Tecnicamente credo sia un sì amministrativo,» provai a dire, cercando il suo sguardo.

Lei si voltò lentamente. I suoi occhi grandi e luminosi mi puntarono addosso un fastidio chirurgico. «Tecnicamente è una punizione.»

Mezz'ora dopo, la punizione prese la forma di un plico di seicento pagine tenuto insieme da un elastico. Eravamo seduti a un tavolo isolato della biblioteca. Il caso era un capolavoro di ambiguità: uno studente accusato di aver manipolato chat private e messaggi per distruggere la reputazione di una collega e soffiarle un posto a una selezione universitaria. Apparenza contro verità. Manipolazione emotiva. Una roba che ci calzava a pennello.

Il fascicolo conteneva decine di screenshot stampati, la trascrizione di una registrazione audio compromettente, una testimonianza traballante e un'analisi forense sugli orari di invio e cancellazione dei messaggi.

Sfogliai le prime tre pagine con aria vaga, sperando di trovare un riassunto. Anna, di fronte a me, aveva già estratto una confezione di linguette adesive colorate e stava sezionando il documento con la precisione di un anatomopatologo. L'odore del suo profumo, pulito e aspro, invase il mio spazio. Abbassai gli occhi. Il viso di Anna era un ovale perfetto, i lineamenti fini piegati in una concentrazione assoluta. Ma le sue labbra, carnose e lucide, erano schiuse di un millimetro, un richiamo sensuale involontario che contrastava violentemente con la sua freddezza.

«Prima regola,» esordì, senza alzare lo sguardo dai fogli, la penna a scatto che ticchettava tra le sue dita sottili. «Niente improvvisazione.»

«È la prima regola o la tua religione?» chiesi, appoggiando i gomiti sul tavolo.

«Seconda regola,» continuò lei, imperterrita, piazzando un post-it rosso su un'incongruenza della testimonianza, «niente battute inutili.»

«Quindi questa conversazione è già illegittima.»

Lei mi ignorò. Piantò la penna sul tavolo, sollevò il mento e mi trafisse con quegli occhi castani. Sotto il tessuto della camicia, il suo petto si alzò per un respiro profondo. L'ombra del pizzo nero che avevo visto il giorno prima mi lampeggiò nel cervello, bruciandomi i pensieri. Il ricordo del suo décolleté delicato, ma insospettabilmente pieno, mi strinse la gola.

«Terza regola,» disse, la voce fredda come marmo. «Quello che è successo ieri non esiste durante il lavoro.»

Incontrai il suo sguardo. Cercai una crepa, un cedimento, un po' di quell'umanità imperfetta che l'aveva resa così sfacciatamente eccitante nell'auletta. Niente. «Anna, per quello…» iniziai, sporgendomi verso di lei, provando a usare un tono sincero.

«Non mi interessano le scuse,» mi interruppe, glaciale, la corporatura snella tesa in una linea difensiva invalicabile. «Mi interessa che tu legga il fascicolo.»

La logistica del processo simulato ci costrinse a un summit inter-squadre ai tavolini del bar della facoltà. Val e Vittoria erano sedute da un lato, io e la Perfettina dall'altro. Una linea del fronte tracciata a colpi di caffè macchiato.

«Allora, l'accusa e la difesa non possono preparare il caso nello stesso fottuto soggiorno senza spiarsi gli appunti,» decretò Vittoria, appoggiandosi allo schienale con quell'aria da padrona del mondo. Aveva le gambe accavallate e un sorriso diabolico sulle labbra. «Io e Val ci trasferiamo da lei per qualche giorno.»

Mi strozzai con il caffè. «Scusa?»

«Dobbiamo preparare l’accusa,» continuò Vittoria, lisciandosi una ciocca bionda con naturalezza assassina. «E tu e la Perfettina dovete preparare la difesa senza contaminarci con la vostra tristezza.»

Anna si irrigidì sulla sedia. «Perfettina è presente.»

«Lo so,» rispose Vittoria, guardandola negli occhi. «Era per farle capire subito il tono della casa.» Prese una pausa teatrale, godendosi il momento. «Anna può prendere la mia stanza.»

Il silenzio cadde sul tavolino come un macigno. Fissai Vittoria come se avesse appena proposto un'invasione militare. Io e Anna. Da soli. Nel mio appartamento. Nel mio caos fatto di piatti da lavare e magliette sparse.

«No.» La risposta di Anna fu istantanea. Tagliente. «Non dormirò nella stanza della tua coinquilina.»

«Tecnicamente è una stanza,» fece notare Vittoria, implacabile.

«Tecnicamente è una scena del crimine.»

Vittoria ignorò l'insulto e sciorinò il suo piano con una logica inattaccabile. «Anna, tu abiti fuori città e i treni di notte sono un miraggio. La biblioteca chiude alle otto. Il fascicolo è di seicento pagine e dovrete lavorarci di notte. Val ha una stanza degli ospiti per me. Il nostro appartamento diventa il vostro bunker difensivo. Semplice.»

Guardai Val, sperando in un intervento diplomatico. Ma Val, che sotto quell'aria solare e goffa nascondeva una mente brillante e un'etica del lavoro impeccabile, annuì con convinzione. «In effetti è comodo,» disse, sorridendomi. «Noi prepariamo l’accusa da me. Voi la difesa da voi. È l'unica soluzione per non rubarci le idee a vicenda.»

Ero in trappola. Guardai Anna, che stava processando le informazioni. Odiava l'idea. Odiava me. Ma, più di tutto, Anna odiava perdere. E Vittoria le aveva appena offerto l'efficienza logistica perfetta.

L'ovale del suo viso si indurì. Le labbra piene si strinsero in una linea sottile. «Accetto per ragioni esclusivamente logistiche.»

Appoggiai la schiena alla sedia, rassegnato. La ragazza che volevo si stava trasferendo fuori casa mia. Quella che mi irritava e mi bloccava il respiro ci stava entrando. «Certo,» mormorai, guardandola negli occhi. «Anche io sono nato per ragioni esclusivamente logistiche.»

Anna sostenne il mio sguardo, un sopracciglio perfettamente definito che si alzava appena. «Questo spiegherebbe molto.»

La stanza di Vittoria sembrava reduce da una perquisizione della Guardia di Finanza condotta da agenti molto nervosi.

Era sera, e la mia coinquilina stava preparando un borsone per trasferirsi da Val. Il suo concetto di "fare i bagagli" consisteva nel lanciare tessuti a caso verso un contenitore aperto, sperando che la gravità facesse il resto.

Incrociai le braccia, appoggiato allo stipite della porta, mentre lei cercava di chiudere la cerniera di un borsone sportivo sedendocisi sopra. «Dimentichi il caricabatterie,» le feci notare. «Ne ruberò uno a Val. È così buona che probabilmente mi ringrazierà per averle permesso di essermi utile.»

In quel preciso istante, il campanello suonò. L'aria nel corridoio sembrò improvvisamente più fredda, come se il termostato avesse percepito l'arrivo dell'inverno demografico. Andai ad aprire.

Anna era sulla soglia. Indossava un trench scuro dal taglio perfetto e teneva in mano un piccolo trolley rigido, di quelli che si usano per i viaggi di lavoro in cui si licenzia la gente. Aveva un fascino pulito, elegante e un po' sfuggente, con i capelli castano scuro perfettamente lisci e ordinati dietro le orecchie. Mi guardò come si guarda un modulo compilato male. «Buonasera.»

«Benvenuta nel caos,» dissi, spostandomi per farla entrare.

La guidai verso la stanza di Vittoria. Anna si fermò sulla soglia, i suoi occhi castani, grandi e luminosi, che scannerizzavano l'ambiente con uno sguardo calmo ma spaventosamente diretto. Si posarono su un reggiseno di pizzo rosso che Vittoria aveva abbandonato sullo schienale della sedia, poi su una pila di appunti di Diritto Privato usati come sottobicchiere. L'espressione di Anna fu di puro, totale orrore amministrativo.

Vittoria, che si stava infilando la giacca, le sorrise con una naturalezza disarmante. «Scusa per il disordine. Vuoi che tolga altro?»

Prima di andare avanti…

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