La porta della sua camera è socchiusa. La spingo lentamente. La luce dell'abat-jour proietta ombre lunghe sui muri. Giada è lì. È seduta sul tappeto, ai piedi del letto, le ginocchia tirate al petto. Indossa un maglione a dolcevita nero, stretto, coperto da una felpa enorme, aperta sul davanti, con la zip verde. È la mia felpa, quella che le avevo prestato una sera in cui aveva freddo, un secolo fa. Ha i piedi nudi, le dita smaltate di scuro che spuntano dall'orlo dei jeans sbiaditi.
Ha lo sguardo perso nel vuoto. Gli occhi sono gonfi, arrossati, e sulle guance ci sono le tracce lucide e secche di lacrime che ha smesso di asciugare. La regina di ghiaccio, la dominatrice inarrivabile, non esiste più. C'è solo una ragazza distrutta, avvolta nel mio odore per cercare conforto.
Faccio un passo nella stanza. Il pavimento scricchiola. Giada sussulta. Alza la testa di scatto e, quando mi vede, il suo respiro si blocca. I suoi occhi si sgranano, increduli, per poi riempirsi immediatamente di una rabbia difensiva, l'istinto di un animale ferito.
"Che cazzo ci fai qui?" sibila, la voce rotta dal pianto. Si alza in piedi di scatto, stringendosi la mia felpa verde addosso. "Ti avevo detto di lasciarmi in pace! Vattene, Franci. Voglio stare da sola!" Fa un passo verso di me, posandomi le mani sul petto gelato per spingermi verso la porta. Ma non ha forza. Le sue mani tremano contro la mia maglietta fredda.
Invece di assecondarla, non riesco a trattenermi: rido. È una risata bassa, dolce, un respiro di puro sollievo per averla finalmente trovata, per aver capito tutto. "Franci, non c'è un cazzo da ridere!" urla lei, colpendomi debolmente la spalla. "Vattene a casa dalla tua fidanzatina perfetta e lasciami morire qua dentro!"
Le afferro dolcemente i polsi, fermando i suoi colpi. Le mie mani sono congelate, ma il tocco la fa zittire all'istante. "Fammi parlare un secondo. Solo uno," la supplico, la voce roca e carica di un'emozione che mi fa tremare.
La guido verso il letto. Si lascia cadere seduta sul bordo del materasso, sconfitta, lo sguardo basso. Mi siedo accanto a lei. Le nostre cosce si sfiorano. Il suo calore contrasta con la mia pelle gelata. Senza dire una parola, infilo la mano nella tasca dei jeans. Le prendo la mano sinistra, quella con le dita affusolate e perfette.
"Te l'avevo promesso," sussurro.
Apro il palmo e le metto davanti l'anello. Non è un diamante pacchiano, non è niente di esagerato. È una fascetta sottile di metallo nero, elegante e scura, con incastonata una piccola pietra nera, sfaccettata e graziosa. Quando l'ho visto in quella vetrina, ci ho visto lei. La sua eleganza, la sua anima oscura e bellissima. "L'ho comprato il giorno dopo che ti ho dato quello di cartone in macchina," le confesso, la voce che mi trema. "Ce l'ho in tasca da settimane. Aspettavo solo... di avere il coraggio di capire cosa significasse."
Giada guarda l'anello sul mio palmo. Smette di respirare. I suoi occhi neri si riempiono di nuove lacrime, che questa volta traboccano, scivolandole lungo le guance. Alza lo sguardo su di me, le labbra che le tremano. "È bellissimo..." singhiozza, la voce che le si spezza in gola.
Improvvisamente, il muro crolla. Non ce la fa più a trattenersi. Si getta letteralmente addosso a me, nascondendo il viso nell'incavo del mio collo, le sue mani calde che si aggrappano disperatamente alle mie spalle. "Io non riesco ad andare avanti così, Franci," piange contro la mia pelle, le parole che le escono in un fiume in piena, cariche di tutto il dolore represso di quel mese e mezzo. "Non ci riesco. Ti amo. Ti amo da impazzire e mi fa schifo doverti dividere. Non voglio più farlo! Ho bisogno di averti tutto per me. Voglio poter dormire con te, tutta la notte, senza che tu debba scappare via alle quattro del mattino per non farti scoprire."
Alza il viso, guardandomi negli occhi con una disperazione totale. "Voglio abbracciarti alla luce del sole. Voglio che ci svegliamo insieme e facciamo colazione senza avere fretta. Voglio starmene sul divano con te a guardare le serie tv e farci le coccole tutto il fottuto giorno, senza il terrore che lei ci chiami! Sono stanca dell'ombra, Franci. Sono stanca di essere il tuo segreto sporco!"
Il suo sfogo mi investe in pieno. È tutto ciò che ho sempre sognato di sentirle dire. La regina della trasgressione che implora per una colazione la domenica mattina. La donna fatale che piange perché vuole le coccole sul divano. È la cosa più fottutamente romantica e straziante che abbia mai vissuto.
La guardo. Le accarezzo i capelli arruffati. E poi, una risata felice, cristallina e irrefrenabile mi scoppia nel petto. Sorrido, un sorriso enorme, che mi arriva fino agli occhi.
Giada mi guarda confusa, quasi ferita dalla mia reazione. "Perché ridi?" tira su col naso, offesa.
"Mh, okay," le dico, usando un tono ironico, fingendo di rifletterci su. "È impegnativo, devo ammetterlo... Però, sai com'è, ho un bel po' di tempo libero adesso." Mi avvicino al suo viso, fino a sfiorare le sue labbra con le mie. "Mi sono da poco lasciato."
Giada si immobilizza. Il tempo nella stanza si ferma. Le sue pupille si dilatano. Mi fissa, cercando nel mio sguardo anche solo l'ombra di uno scherzo, di una presa in giro. Ma non trova niente. Trova solo una devozione assoluta e la verità più pulita che le abbia mai detto.
"Tu... cosa?" sussurra, il fiato che le muore sulle labbra. "È finita, Giada. Le ho detto tutto stasera. O meglio, quasi tutto," le dico, accarezzandole lo zigomo con il pollice. "Non c'è più nessuna doppia vita. Non c'è più nessun'altra. Ci siamo solo noi. Per sempre."
Il gemito che le esce dalla gola non è umano. È un suono di liberazione totale. Mi afferra il viso con entrambe le mani e si schianta contro la mia bocca. Non è un bacio, è un'esplosione. Le sue labbra sanno di sale, di lacrime e di una passione che è rimasta repressa per troppo tempo. La sua lingua mi invade la bocca con una fame disperata, possessiva, come se volesse fondersi con me.
La spingo all'indietro, facendola cadere sul materasso, e mi ci butto sopra. Le mie mani, ancora gelide, scivolano sotto l'orlo del suo maglione a dolcevita. Lei sussulta a contatto con il freddo, ma invece di ritrarsi inarca la schiena, spingendo i seni contro i miei palmi. Sfilo la felpa verde e il maglione in un unico, frenetico movimento, gettandoli sul pavimento.
Il suo seno è perfetto, pallido nella penombra. Mi chino a baciarle la pelle, mordicchiando dolcemente i capezzoli già turgidi, mentre lei intreccia le dita nei miei capelli, tirandomi verso di sé con forza. "Sei mio," ansima, la voce impastata di lussuria e lacrime di gioia. "Giuramelo, cazzo. Giuramelo che ora sei solo mio." "Sono tuo. Dalla prima sera in questa casa," le ringhio contro il collo.
Le slaccio i jeans, sfilandoglieli
Rimane solo con quel perizoma di pizzo nero che si annida perfettamente tra le sue chiappe sode e con il reggiseno a balconcino, sempre nero, che le solleva e offre il seno come una coppa prelibata. Sembrerebbe quasi una foto di Playboy, se non fosse per il sorriso sornione e complice che le illumina il viso. È la felicità della predatrice che ha finalmente catturato la sua preda più ambita. Io. Mi spinge via con una forza inaspettata, mi fa rotolare sul fianco e si piazza sopra di me, una dea pagana nella gelida penombra della camera.
"Voglio scoparti tutta la notte," sussurra all'orecchio, la voce roca e carica di una promessa che mi vibra nelle ossa.
"Non dormiremo," le rispondo, afferrandole le anche e tirandola forte contro di me.
Il mio cazzo, duro come il marmo, le preme contro il pube, ancora protetto dai jeans che indosso. Lei impasta le sue tette attraverso il reggiseno, strizzandole i capezzoli tra dita implacabili mentre si dondola, una lenta, torturante danza sfregatrice. Il tessuto ruvido dei miei jeans e delle mutande contro il mio cazzo, separati solo dal sottile strato del pizzo dello slip, è una tortura celeste. Il respiro le sfugge a singhiozzi ogni volta che la punta del mio glande sfiora il punto giusto.
"Sei duro... così cazzo di duro," geme, chiudendo gli occhi. Non aspetta una risposta. Si china e mi bacia, una lingua che esplora, che reclama. La bacio indietro con la stessa furia, le mie mani che scivolano lungo la sua schiena sudata fino ad affondare tra le sue chiappe. La pressione attraverso il denim e il pizzo è un incendio. È un bacio che sa di vittoria, di sale e di una notte che promette di non avere fine.
Ci rotoliamo sul letto, un groviglio di arti e bisogni. Finisco sopra di lei, le sue gambe si avvolgono attorno alla mia vita, premono, mi incatenano a sé. Le sue unghie mi graffiano la schiena attraverso la maglietta, un dolore acuto e godurioso.
