Deglutisco. Sostengo il suo sguardo. "Sì."
La parola cade tra di noi come un blocco di cemento. Erika chiude gli occhi per un secondo, incassando il colpo. Poi li riapre. "Chi è?"
Faccio un respiro tremante. Sento la mia anima lacerarsi mentre mi preparo a pronunciare la sua condanna a morte. "Io... io mi sono innamorato di lei da un bel po' di tempo, Eri. Ho cercato di combatterlo. Ho cercato di nasconderlo. Pensavo fosse solo una sbandata, una follia, ma l'ho capito solo di recente. Non è solo un'altra." Mi fermo, la voce che mi muore in gola. "È Giada."
Il tempo nel parcheggio si congela. Erika non urla. Non subito. Mi fissa con un'espressione di puro, assoluto orrore, come se le fosse appena cresciuta una seconda testa davanti agli occhi. Il suo viso sbianca. Il sorriso amaro scompare, sostituito dal disgusto più profondo che abbia mai visto sul volto di un essere umano.
"Giada," ripete, la voce un sussurro vuoto. "Mia cugina. Giada."
"Mi dispiace, Erika, io—"
"Taci!" esplode, la sua voce acuta come una coltellata nel silenzio dell'abitacolo. Si scaglia verso di me, colpendomi il petto con i pugni chiusi, una volta, due volte. Non faccio nulla per fermarla. Me li merito tutti. "Fai schifo! Fai fottutamente schifo!" urla, le lacrime che ora le rigano il viso come fiumi di rabbia. "Tutto questo tempo... tutta l'estate! Quando venivi dentro di me, quando mi giuravi amore... tu pensavi a lei! Siete due mostri. Due fottuti mostri sociopatici!"
Si ritira contro il suo sportello, respirando a fatica, guardandomi come si guarda uno scarafaggio schiacciato. "Lo sapevo," sibila, la voce carica di un veleno che non le ho mai sentito addosso. "L'ho sempre sospettato, nel profondo. Quel modo in cui vi guardavate alla villa. Quel suo sorriso del cazzo quando eravate nella stessa stanza. Mi hai usata come copertura. Mi avete presa in giro tutti e due, mentre vi scopavate alle mie spalle!"
"Erika, non è iniziato come credi..." cerco di difendermi, disperatamente, ma le mie parole suonano patetiche.
"Non me ne frega un cazzo di come è iniziato!" urla lei, afferrando la maniglia dello sportello. Lo spalanca. L'aria fredda invade la macchina, spazzando via il calore residuo del nostro ultimo incontro. Scende dall'auto con le gambe tremanti, ma prima di sbattere la portiera, si china a guardarmi un'ultima volta. Il suo viso è una maschera di dolore e odio puro.
"Mi hai distrutta," mi dice, la voce che si incrina, spogliata ormai da ogni difesa. "Ti odio, Franci. Odio te e odio lei. Siete marci dentro, entrambi."
Si passa una mano furiosa sotto gli occhi, raddrizzando la schiena con una dignità straziante. "Eppure," aggiunge, in un sussurro che taglia più dei pugni, "vi auguro di essere felici. Perché se dopo aver fatto questo a me non lo siete... allora tutto questo dolore non avrà avuto un fottuto senso. Addio."
Sbam. Lo sportello si chiude con violenza.
Resto nell'abitacolo buio, paralizzato, mentre guardo la sua figura minuta allontanarsi a piedi sotto i lampioni del parcheggio, finché non scompare nella nebbia di settembre.
Il sipario è calato. Ho appena distrutto la ragazza più dolce del mondo. Sono solo, al buio, con il petto squarciato dal senso di colpa e dalle sue ultime parole che mi rimbombano nel cranio.
Il rumore dello sportello sbattuto da Erika riecheggia nel parcheggio deserto, per poi spegnersi nel silenzio freddo di settembre. Resto immobile, le mani ancora strette sul volante di pelle ghiacciata. Porterò il peso delle sue ultime parole per un bel po'. Ho fatto soffrire Erika in un modo che non meritava, ho umiliato Giulia, ho calpestato la fiducia di una famiglia intera. Dovrei sentirmi tormentato. Dovrei piangere, spaccarmi le nocche contro il cruscotto, odiarmi.
Ma la verità, la crudele e fottuta verità, è che mentre accendo il motore e ingrano la marcia come un automa, nella mia testa c'è solo un nome. Un solo volto. Una sola ossessione che mi sta consumando vivo.
Giada.
Infilo la macchina nel traffico diradato della tangenziale. Sono due giorni che non la sento. Due giorni da quella lacrima nel piazzale dell'università, da quella telefonata in cui mi ha respinto con una voce che sembrava cenere. Afferro il telefono, lo collego al bluetooth dell'auto e faccio partire la chiamata. Uno squillo. Tre squilli. Cinque. Sto per tirare un pugno al volante, quando la linea scatta.
"Pronto." La sua voce è un sussurro raschiato, privo di qualsiasi inflessione. "Giada," dico d'un fiato, il cuore che mi martella in gola. "Scendi giù. Sono quasi sotto casa tua. Devo parlarti, è urgente. Ho fatto una cosa, ho chiuso con—"
"Non sono a casa, Franci," mi interrompe lei. Il suo tono è vuoto. Freno leggermente, confuso. "Dove sei? Ti vengo a prendere. Dimmi dove sei."
Dall'altra parte del telefono sento un sospiro lungo, tremante. Sento il rumore del vento in sottofondo. "Non puoi." "Giada, cazzo, dimmi dove sei!" alzo la voce, la disperazione che inizia a incrinarmi il controllo. "Ho bisogno di vederti ora."
"Avevo bisogno di stare da sola," mormora lei, e per una frazione di secondo sento la sua corazza spezzarsi di nuovo, rivelando la ragazza terrorizzata che si nasconde dietro. "Non riuscivo più a stare a casa. Non riuscivo più a respirare. Sono... sono venuta alla casa in montagna."
Il respiro mi si blocca nei polmoni. Alla villa. Dove tutto è iniziato. Dove ci siamo distrutti e creati a vicenda. "Giada, ascoltami—" "Non venire a cercarmi, Franci. Lasciami in pace."
Clic. La linea muta riempie l'abitacolo.
Guardo lo schermo nero del telefono per un istante infinito. E poi, l'epifania mi colpisce con la violenza di un incidente frontale. Sono stato un coglione. Un mostro, egoista e cieco. Ho passato un mese e mezzo a convincermi che a lei andasse bene così. Che fosse la solita Giada, forte, spietata, inattaccabile. Pensavo che questa doppia vita non la scalfisse, che si divertisse a giocare nell'ombra. E invece la stavo dilaniando dentro. Giorno dopo giorno. Ogni volta che la salutavo per tornare da Erika, le piantavo un coltello nello stomaco. E io cosa facevo? Mi godevo l'adrenalina. Mi godevo le stupide, incredibili scopate notturne in macchina con lei, per poi tornare a fare il fidanzatino perfetto alla luce del sole. Mi nutrivo del mio ego, senza capire che la donna che amavo stava sanguinando in silenzio pur di non perdermi.
Fanculo tutto.
Schiaccio il piede sull'acceleratore. Il motore ruggisce mentre imbocco violentemente lo svincolo per l'autostrada in direzione nord. Non me ne frega niente dei limiti di velocità, non mi frega niente della stanchezza. Inizio a guidare verso le montagne, inghiottito dalla notte nera.
Mentre i chilometri scorrono sull'asfalto e i fari bucano il buio, la mia mente è un vortice di ricordi sensoriali che mi infiammano il sangue. Ricordo la nostra ultima notte. Il modo in cui mi stringeva con le gambe, spingendo il suo bacino contro il mio con una foga disperata, le unghie piantate nella mia schiena. Ricordo il sapore della sua pelle sudata sotto la mia lingua, il calore umido e strettissimo in cui mi immergevo ogni volta per dimenticare il resto del mondo. Ricordo il suono del mio nome ansimato dalla sua bocca, non come un ordine da dominatrice, ma come una supplica d'amore.
Voglio sentirla gemere di nuovo sotto di me, ma questa volta non in una macchina scomoda, non rubando ore al sonno e nascondendoci dal mondo. La voglio possedere in quella cazzo di villa dove mi ha fatto impazzire la prima volta. Voglio spogliarla di ogni insicurezza, voglio leccarle via il dolore dal corpo, centimetro per centimetro, fino a farle dimenticare che io sia mai stato di qualcun'altra. Il mio cazzo è già duro contro la cerniera dei jeans al solo pensiero di averla nuda, vulnerabile e finalmente e inequivocabilmente mia.
L'autostrada lascia spazio ai tornanti bui della montagna. I pini scuri sfrecciano ai lati della strada. Il freddo inizia a penetrare dai finestrini. Curve strette, frenate brusche, la mente completamente annebbiata dall'urgenza. Dopo due ore di corsa disperata, le gomme della mia auto stridono contro la ghiaia del vialetto.
Freno di colpo. Spengo i fari. La villa si staglia nel buio, enorme e silenziosa. L'unica luce accesa è quella del salotto al piano terra, che filtra debolmente dalle grandi vetrate. La sua macchina è parcheggiata sotto il porticato.
È lì. È dentro. Apro lo sportello e scendo, l'aria gelida della montagna che mi schiaffeggia il viso sudato.
L'aria di montagna a settembre, nel cuore della notte, è una lama di ghiaccio che ti taglia la pelle. Sono sceso dalla macchina a mezze maniche, i muscoli contratti per il freddo pungente, ma non me ne frega assolutamente niente. Sto gelando, tremo, ma il fuoco che mi divora dentro è cento volte più forte della temperatura esterna.
Ignoro la porta principale. Faccio il giro della villa, camminando sull'erba umida di brina, fino al porticato. La porta finestra del salotto è accostata, come se non avesse avuto nemmeno la forza di chiuderla a chiave. La spingo ed entro. Il silenzio della casa è assordante. È lo stesso silenzio che ci ha visti complici e carnefici poche settimane fa, ma stasera ha un sapore diverso. Salgo i gradini di legno due a due, cercando di fare meno rumore possibile. So esattamente dove trovarla.
