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Erotika
La mia Ragazza & sua Cugina · Cap. 14
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Capitolo 14 di 15 22 min di lettura

una scopata senza sentimenti

è difficile scegliere tra due ragazze che si amano eppure, alcuni segnali non si possono ignorare.

Alessia
7 mesi fa · 783 letture · 5

L'istinto territoriale di Erika si accende all'istante. La dolcezza lascia spazio a una competitività sfacciata. Posa i bicchieri sul muretto e mi corre incontro. Ignora quasi del tutto Giada, puntando dritta su di me. "Sorpresa, amore!" esclama, la voce un po' più alta del normale.

Prima che possa reagire, Erika mi getta le braccia al collo. Non è il bacio a stampo che ci diamo di solito in pubblico. È un bacio profondo, umido, esplicito. La sua lingua cerca la mia, le sue mani scivolano sui miei fianchi, premendo il suo petto contro il mio con una foga studiata. Mi accarezza la nuca, passandosi le dita tra i capelli – gli stessi capelli che Giada stava stringendo dieci minuti fa.

"Mi mancavi da impazzire oggi," sussurra Erika contro le mie labbra, a voce abbastanza alta da farsi sentire chiaramente. Poi si stacca, mantenendo però le braccia intrecciate dietro il mio collo, e si volta finalmente verso sua cugina con un sorriso che gronda finta innocenza. "Ciao Giada! Non sapevo aveste finito insieme. Gli ho fatto una sorpresa per festeggiare il primo esame."

Io mi sento paralizzato. Il mio cervello, fino a un secondo fa convinto di dominare tutto, va in tilt. Resto avvinghiato a Erika, ma il mio sguardo scivola oltre la sua spalla, per cercare Giada.

Mi aspetto il suo solito sorrisetto diabolico. Mi aspetto l'occhiata voyeuristica, quella che mi lanciava attraverso il vetro della finestra in montagna mentre Erika cercava di eccitarmi. Mi aspetto la regina di ghiaccio che si diverte a vedere la cuginetta dimenarsi per niente.

Ma quello che vedo mi gela il sangue nelle vene.

La maschera di Giada è andata in frantumi. Non c'è malizia sul suo viso, non c'è arroganza. C'è solo un dolore puro, crudo e devastante. I suoi occhi neri, solitamente fieri, sono sgranati e lucidi. La sua mascella è contratta per lo sforzo immane di non crollare. Le sue mani, che tengono distrattamente la tracolla dello zaino, tremano.

Vedere Erika che mi bacia, che mi chiama "amore", che mi rivendica con quella dolcezza pubblica e inattaccabile, l'ha distrutta. La gelosia che la divora non è per il mio corpo, è per l'intimità alla luce del sole che io posso dare a Erika e che a lei, l'amante clandestina, è negata.

I nostri occhi si incrociano per un istante infinito. E in quello sguardo c'è tutta la consapevolezza del nostro fallimento. Le ho promesso che le cose sarebbero cambiate, ma la verità è che lei è lì, in piedi da sola sul piazzale, mentre io stringo la mia fidanzata ufficiale.

"Sì... abbiamo appena finito," balbetta Giada. La sua voce è incrinata, quasi un sussurro roco, del tutto priva del suo solito magnetismo. Deglutisce a fatica, distogliendo bruscamente lo sguardo da noi.

"Beh, se volete prendiamo un caffè tutti e tre!" propone Erika, crudele nella sua totale inconsapevolezza, stringendomi ancora più forte a sé.

"No," risponde Giada troppo in fretta. Fa un passo indietro, inciampando quasi sui suoi stessi piedi. Alza una mano per sistemarsi i capelli, ma il gesto serve solo a coprirsi per metà il viso. Una lacrima solitaria e non invitata le sfugge dalle ciglia, rigandole il trucco sotto l'occhio.

"Io... io devo scappare. Ho un treno. Ciao."

Non aspetta risposta. Si volta di scatto e si allontana a passo svelto, quasi correndo verso i cancelli dell'università, con la testa china per nascondere il viso ai passanti.

"Che le prende?" chiede Erika, un po' perplessa, staccandosi leggermente da me per guardare la cugina che si allontana. "Era strana."

"Non lo so," mento, la voce che mi esce come polvere.

Il mio petto si stringe in una morsa asfissiante. Mentre Erika riprende i caffè e mi bacia di nuovo la guancia, felice della sua piccola vittoria territoriale, io continuo a fissare il punto in cui Giada è scomparsa. L'illusione è finita. Il mio castello di carte è crollato sotto il peso di una singola lacrima.

Il rumore dei passi di Giada che si allontanano sull'asfalto mi rimbomba nel cranio come un martello pneumatico. Erika continua a parlare, aggrappata al mio braccio, ma la sua voce mi arriva ovattata, come se fossi sott'acqua.

All'improvviso, l'aria scompare. Il piazzale dell'università inizia a girare. Sento un sudore freddo scivolarmi lungo la schiena, il cuore mi batte così forte nel petto che mi fa male la gabbia toracica. Mi fermo di colpo, appoggiandomi al muretto con una mano, cercando disperatamente di incamerare ossigeno. Quella lacrima... l'ho vista. Ho visto la sua corazza spezzarsi per colpa mia.

"Franci? Amore, che hai? Sei pallido," mi chiede Erika, il sorriso che le muore sulle labbra, sostituito da una sincera preoccupazione. "Niente..." sbotto, passandomi una mano tremante sul viso. "Un calo di pressione. Il caldo... andiamo a casa mia, per favore."

Il tragitto verso il mio appartamento è un incubo. E il resto del pomeriggio è una vera e propria tortura psicologica. Appena chiudo la porta di casa alle nostre spalle, Erika, ancora carica per l'adrenalina della "sorpresa" e per l'istinto territoriale che l'ha infiammata, mi spinge contro il muro del corridoio.

"Ti faccio passare io il calo di pressione," mi sussurra, baciandomi il collo con una foga che, fino a un mese fa, mi avrebbe fatto impazzire. Le sue mani scendono rapide, slacciandomi la cintura dei jeans.

Mi lascio trascinare in camera da letto come un automa. Erika si sfila la maglietta e i pantaloncini in un attimo, rimanendo solo con l'intimo di pizzo nero. È bellissima, radiosa, convinta di avere il mondo tra le mani. Mi spinge sul bordo del letto e si mette a cavalcioni su di me.

"Fammi tua, Franci," ansima, baciandomi con disperazione, guidando le mie mani sui suoi seni caldi e pieni.

Il suo odore, un mix di vaniglia e della sua pelle bagnata dal sudore, mi avvolge, ma è un profumo che non mi appartiene più. Le sue labbra, morbide e calde, cercano le mie, insistenti. Le stringo i fianchi, sento la morbidezza della sua pelle sotto i palmi, la sua elasticità di donna piena e sicura. Ma è solo una sensazione fisica. Un'eco.

"Sento che stai pensando a me," mi sussurra, mordicchiandomi il lobo. "Dammi tutto, amore. Tutto te stesso."

Non sa quanto sia vera quella frase. Tutto me stesso, sì. Ma il tutto, ora, è altrove.

La spoglio con un gesto brusco, quasi impaziente. Le spinge indietro le spalle e stacco il gancio del reggiseno. I suoi seni rotondi e pieni si liberano, oscillando leggermente al mio gesto. Li accarezzo, li stringo, le dita si affondano in quella morbidezza perfetta, ma non sento nulla. È come toccare un cuscino. Funzionale, ma inerte.

"Più forte," geme lei, spingendosi contro le mie mani. "Sfregami. Fammi male."

Inizio a massaggiare il suo clitoride con il pollice, sentendolo gonfiare e indurire sotto la pressione. Lei si inarca, un gemito rauco esce dalla sua gola. "Sì, così. Lì. Non fermarti."

Le sue parole sono coltellate nella mia carne. Vogliono fede, passione, dedizione. Io le do solo tecnica. Conosco il suo corpo a menadito. So cosa le piace, dove toccarla, come farla gridare. È un manuale che ho memorizzato, non più una poesia da vivere.

Mi inginocchio tra le sue gambe. Le sue cosce piene e calde mi stringono la testa. Con la lingua, traccio un percorso lento dal suo perineo fino al clitoride, sentendola tremare sotto di me. "Dio, sì, Franci... la tua lingua... è divina," sussurra, le dita che mi afferrano i capelli.

La sua vulva è bagnata, calda, di un rosa intenso. La lecco con precisione chirurgica, alternando lenti passate della lingua e veloci colpetti sulla sua carne sensibile. Lei geme sempre più forte, il bacino che si muove in un ritmo frenetico contro la mia bocca.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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