Ma è quando il sole tramonta che la mia vera vita inizia. Giada e io abbiamo trovato un equilibrio folle e bellissimo. Non facciamo solo sesso. Ci viviamo.
Spesso, verso le due o le tre di notte, sgattaiolo fuori di casa e la passo a prendere all'angolo del suo palazzo. Le strade sono deserte, un deserto d'asfalto che appartiene solo a noi. La nostra intimità si consolida nelle cose più banali, che con lei diventano elettriche. Una notte, alle tre e mezza, siamo parcheggiati in un piazzale industriale alla periferia della città. I finestrini sono abbassati per far entrare un filo d'aria.
Siamo seduti sui sedili anteriori, mangiando un kebab unto che abbiamo preso in un chiosco notturno. Giada indossa solo una mia vecchia t-shirt grigia e un paio di shorts inguinali, i capelli legati in uno chignon disordinato. Un filo di salsa piccante le è rimasto all'angolo della bocca.
"Hai sporcato il sedile, fai schifo," la prendo in giro, rubandole una patatina dal cartoccio. "Taci, che tu ti sei sbrodolato la maglietta cinque minuti fa," ribatte lei con la bocca mezza piena, ridendo di gusto.
Vederla così—lontana anni luce dalla femme fatale inarrivabile della montagna, sporca di salsa, che ride a crepapelle in una Fiat parcheggiata—mi fa stringere il cuore. Finito di mangiare, buttiamo i cartocci dal finestrino nel cestino più vicino. Giada tira fuori dal cruscotto un mazzo di carte stropicciato.
"Ti straccio a briscola," mi sfida, incrociando le gambe nude sul sedile. "Se perdi, ti togli la maglietta," la provoco, appoggiandomi al volante. "E se perdi tu, mi devi dire esattamente cosa le hai detto oggi pomeriggio per farla sorridere in quel modo in foto," sibila lei. Il suo sorriso rimane, ma i suoi occhi neri si fanno seri per un istante. La gelosia per la dolcezza che riservo a Erika è sempre lì, un fuoco che cova sotto la cenere.
Perdo io, ovviamente. Lei bara, ne sono sicuro. "Le ho detto che è bella," mormoro, abbassando lo sguardo.
Giada butta le carte sul cruscotto. In un secondo, il gioco finisce. L'atmosfera nell'abitacolo cambia, diventando densa, satura. Scavalca il tunnel centrale dell'auto con un'agilità felina e si mette a cavalcioni sulle mie gambe, costringendomi ad abbassare il sedile all'indietro.
"Guardami," mi ordina, la voce che si fa roca, possessiva. Afferra il colletto della mia maglietta e mi tira verso di sé. "Dimmi che io sono meglio. Dimmi che con me bruci."
"Con te vado a fuoco, Giada," confesso, la voce che trema, arrendendomi a lei.
Le sue labbra si schiantano sulle mie, sanno di spezie, di notte e di desiderio assoluto. Le mie mani scivolano sotto la t-shirt che indossa, trovando la sua pelle nuda, calda e morbida. Le stringo i fianchi, sollevandola leggermente per baciarle il collo, proprio lì dove pulsa la sua vena. Lei ansima, inarcando la schiena e premendo la sua intimità, separata da me solo da un velo di cotone, contro la mia erezione dura come la pietra.
Sfilo via la t-shirt, gettandola sui sedili posteriori. Giada è bellissima illuminata solo dal cruscotto dell'auto. Le sbottono gli shorts, aiutandola a liberarsi dell'intimo in quello spazio ristretto. Faccio lo stesso con i miei jeans.
Quando scende su di me, accogliendomi dentro di sé con un unico, fluido movimento, l'abitacolo si riempie di un suono umido e dei nostri respiri spezzati. "Franci... cazzo, sì," geme, gettando la testa all'indietro, le mani piantate sul mio petto per darsi la spinta.
I suoi movimenti sono selvaggi ma profondamente intimi. Non c'è bisogno di parlare. Le accarezzo i seni turgidi, stringendo i capezzoli tra le dita per farla impazzire, accompagnando il ritmo del suo bacino con le mie mani sui suoi fianchi. "Mia," le sussurro contro il petto nudo, baciando la valle tra i suoi seni. "Sei mia." "Solo tua," risponde lei, le unghie che mi affondano nelle spalle mentre aumenta il ritmo, sfregando il suo clitoride contro di me ad ogni affondo, fino a quando non esplodiamo entrambi in un orgasmo violento, disperato, che ci lascia senza fiato, aggrovigliati e sudati in una macchina alle quattro del mattino.
Fine Agosto. Il mese e mezzo passa così. Un pendolo che oscilla tra il paradiso rassicurante e l'inferno meraviglioso. Ma l'estate sta finendo. E so, con la certezza di una condanna a morte, che questa doppia vita non può durare per sempre.
Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Settembre è alle porte, l'università e la routine stanno per ricominciare.
Settembre. Settembre porta con sé l’aria frizzante del mattino e l'illusione di un nuovo inizio, ma per me è solo il palcoscenico perfetto per continuare la mia doppia vita.
Giada non è più fuorisede. Ha trasferito i suoi corsi qui, alla mia stessa università, e le nostre giornate si sono intrecciate in modo viscerale. Tra una lezione e l'altra, il campus è diventato il nostro terreno di caccia privato. E io? Io mi sento invincibile. Sto camminando su un filo spinato sospeso nel vuoto, ma sono convinto di avere l'equilibrio perfetto. Erika è felice e rassicurata, e Giada è la mia dose quotidiana di adrenalina pura. Credevo davvero che potesse funzionare per sempre.
È un martedì pomeriggio. I corridoi dell'ala est della biblioteca sono deserti. Ho appena finito la mia ultima lezione e Giada mi ha trascinato nell'ultimo stanzino degli archivi, chiudendo la porta a chiave alle nostre spalle.
La penombra odora di carta vecchia e polvere, ma viene subito spazzata via dal suo profumo di vaniglia e pelle calda. Senza dire una parola, mi spinge contro una delle scaffalature metalliche. Il suo zaino cade a terra con un tonfo sordo. "Avevi gli occhi addosso a me per tutta l'ora di Diritto," mi sussurra, premendo il suo corpo contro il mio. Indossa una gonna di jeans corta e un maglioncino leggero che le fascia i seni.
"È difficile guardare il professore quando tu ti accavalli le gambe in quel modo a due banchi di distanza," le ringhio in risposta. Le afferro i fianchi, sollevandola di peso per farla sedere sul bordo freddo del tavolo da lettura. Mi metto tra le sue gambe, che si aprono docilmente per accogliermi. Le sue mani corrono subito ai miei capelli, tirandoli indietro con quella possessività che ormai amo alla follia, mentre le mie labbra si avventano sul suo collo.
"Fammi sentire che ci sei," ansima lei, la voce che si spezza mentre scivolo con le mani sotto la sua gonna. La sua pelle è bollente. Sfioro l'elastico dei suoi slip di pizzo, trovandola già umida, bagnata di quell'eccitazione clandestina che ci divora entrambi. Inizio a stimolarla attraverso il tessuto, con movimenti decisi e ritmici. Giada getta la testa all'indietro, mordendosi il labbro inferiore per non urlare, i respiri che le escono spezzati. "Sì... Franci... cristo, non fermarti."
L'attrito, la fretta, il rischio che qualcuno possa girare la maniglia da un momento all'altro rendono tutto follemente intenso. Le bacio le labbra, soffocando i suoi gemiti nella mia bocca, assaporando il sapore del suo desiderio. Premo il mio bacino contro il suo, facendole sentire quanto sono duro contro la cerniera dei miei jeans. Quando i suoi fianchi iniziano a sussultare contro le mie dita, in preda agli spasimi dell'orgasmo, la stringo forte a me, cullandola in questo nostro vizio segreto.
Ci ricomponiamo pochi minuti dopo, i respiri ancora affannosi, scambiandoci sorrisi complici. Tutto sembra perfetto. Sono il burattinaio della mia stessa felicità.
Ma la vita ha un modo crudele di presentare il conto quando pensi di aver fregato il banco.
Usciamo dal portone principale, inondati dalla luce dorata del tardo pomeriggio. E poi, il mio cuore si ferma.
Appoggiata al muretto davanti all'ingresso, con due caffè da asporto in mano e un sorriso radioso, c'è Erika. Non mi aveva detto che sarebbe passata. È una sorpresa. E appena i suoi occhi incrociano i nostri, il suo sorriso vacilla per una frazione di secondo nel vedere chi c'è al mio fianco.
