Ho passato l'ultimo mese, e prima ancora i giorni in montagna, a barricarmi dietro la scusa della lussuria. Credevo che ridurre tutto a un vizio carnale, a una sottomissione fisica, mi avrebbe protetto. Avevo il terrore di parlarle davvero, di chiederle del più e del meno, perché sapevo esattamente cosa avrei trovato. Sapevo quanto siamo fottutamente compatibili. Mentre la sua mano riposa sulla mia coscia, calda e familiare, e il suo respiro mi sfiora il collo, l'illusione crolla. La passione mi ha accecato, ma non è solo quello. Sotto le macerie del nostro gioco perverso, io provo delle cose per Giada. Un'attrazione mentale che è cento volte più pericolosa di quella fisica.
Mi giro leggermente verso di lei. Le sue labbra sono ancora gonfie per i nostri baci, il vestito scuro leggermente sollevato sulle cosce perfette. L'istinto di far scivolare la mano lungo la sua gamba, di tirarla sopra di me e perdermi di nuovo in lei proprio qui, in questa macchina, è un ruggito quasi assordante.
E poi, un ronzio breve e secco rompe l'incantesimo. Il display del mio telefono, appoggiato nel portabicchieri, si illumina, gettando una luce spettrale sui nostri volti.
È un messaggio di Erika. Il cuore mi fa un balzo nel petto. Esito un secondo, con gli occhi di Giada che seguono il mio movimento, poi sblocco lo schermo.
Erika: "Sono appena crollata a letto. Ho ancora il sapore del mare e il tuo profumo addosso. Grazie per stasera, Franci. Sentirti mio, sotto quel cielo, mi fa credere che possiamo davvero superare tutto. Ti amo da impazzire. Buonanotte amore mio."
Quelle parole sono un'ancora gettata nel mare in tempesta, che si aggancia sul fondo e mi strattona indietro, verso la superficie, verso la via giusta. Guardo le parole di Erika, così pure, così cariche di una speranza che ho appena contribuito a ricostruire, e poi guardo Giada.
La dicotomia della mia vita è tutta qui. Faccio un respiro profondo, l'aria condizionata che improvvisamente mi sembra ghiacciata. Tolgo delicatamente la mano di Giada dalla mia gamba e mi raddrizzo sul sedile, allontanandomi di qualche centimetro.
"Giada..." inizio, la voce mi esce un po' raschiata. Le prendo il viso tra le mani. I miei pollici le accarezzano gli zigomi. È un tocco sensuale, carico di tutto l'affetto che ho appena scoperto di provare per lei, ma è anche il preludio di un'esecuzione. "Ascoltami."
Lei mi guarda, e per una frazione di secondo vedo l'ansia attraversarle le pupille dilatate. Lo sente. Sente che l'atmosfera è cambiata.
"Questa notte... parlare con te, ridere con te, scoprire chi sei davvero... è stato bellissimo," le dico, non staccando gli occhi dai suoi. "Mi fai provare cose che non so gestire. Ma devo dirti la verità. La verità assoluta, anche se farà male a entrambi."
Deglutisco. È come ingoiare vetro. "Io amo Erika."
Le parole le arrivano addosso come un pugno dritto nello stomaco. Lo vedo fisicamente: il suo corpo sussulta appena, le spalle si irrigidiscono, e la morbidezza che le aveva addolcito il viso nell'ultima ora svanisce, risucchiata via da un dolore muto. I suoi occhi si velano per un istante, e la regina di ghiaccio fa capolino, pronta a riprendere il controllo per non sanguinare.
Fa per girare la testa, per sottrarsi alla mia presa, ma io la tengo ferma, dolcemente. "Non scappare, ti prego," sussurro, avvicinando la fronte alla sua. "Io la amo, e sto cercando di ricostruire una vita con lei. Non posso mentirle, non posso fare la doppia vita e distruggere di nuovo tutto. Ma..."
Mi fermo, il respiro che si mischia al suo. La vicinanza è una tortura bellissima. "...ma con te sto bene. Troppo bene. Questa connessione che abbiamo noi, questa chimica... non voglio perderla, Giada. Non voglio che tu sparisca dalla mia vita, e non voglio tornare a farci la guerra o a usarci a vicenda."
Le accarezzo il labbro inferiore con il pollice, un gesto intimo che le fa socchiudere gli occhi. "Se ti va... se te la senti... possiamo continuare a vederci. A parlare. A essere amici. Voglio la Giada che ha riso con me stasera, non il fantasma che mi ha perseguitato per un mese. Puoi farlo?"
Il silenzio che riempie l'abitacolo è pesante, carico di un'elettricità irrisolta. Giada apre gli occhi. Mi fissa a lungo. La vulnerabilità di prima sta lottando ferocemente con l'orgoglio e con l'istinto di autoconservazione che l'ha tenuta in vita fino ad oggi.
Lentamente, solleva una mano e copre la mia, che le sta ancora accarezzando il viso. Non mi allontana. Si sporge appena, sfiorandomi la guancia con le labbra. Un bacio leggerissimo, che sa di addio e di promessa allo stesso tempo.
"Amici," sussurra lei, la voce un velluto oscuro che mi fa vibrare la pelle. Si ritrae, appoggiandosi al sedile e sistemandosi i capelli con un'eleganza che ha del soprannaturale. Un piccolo, indecifrabile sorriso le increspa le labbra. "Certo, Franci. Se è questo che vuoi per stare tranquillo con la tua coscienza... saremo ottimi amici."
Abbassa la maniglia e apre lo sportello. L'aria calda della notte milanese entra di prepotenza nell'auto. "Buonanotte," mi dice, scendendo dall'abitacolo con la grazia di una pantera. Chiude la portiera senza fare rumore.
Resto seduto nell'auto spenta, le mani strette sul volante, mentre la guardo allontanarsi sul marciapiede illuminato dai lampioni. Ogni passo che fa è un rintocco che mi rimbomba nel petto. Il mio cervello mi urla di mettere in moto. Mi urla che ho fatto la cosa giusta, che mi sono salvato la vita, che Erika è la luce e questa è la fine dell'incubo.
Ma il mio corpo... il mio corpo non risponde alla logica. Il mio petto fa un male cane. L'idea di vederla girare l'angolo e sparire, portandosi via quella parte di me che ha appena risvegliato, è fisicamente insopportabile.
E d'impeto, il filo della ragione si spezza.
Non penso più. Spalanco la portiera e scendo in strada. Faccio due falcate silenziose e veloci. La raggiungo da dietro proprio mentre sta per svoltare l'angolo del palazzo. Le afferro il polso. Non con la violenza di un padrone, ma con la disperazione di chi sta affogando.
Giada sussulta e si volta di scatto, gli occhi sgranati per la sorpresa. Non le do nemmeno il tempo di parlare. La tiro a me, le mie mani le incorniciano il viso e premo le mie labbra sulle sue.
È un bacio di una dolcezza straziante. Niente morsi, niente sfide. È una confessione silenziosa. Le mie labbra accarezzano le sue con una tenerezza che la fa sciogliere all'istante contro il mio petto. Sento le sue mani esitanti salire lungo le mie braccia, per poi aggrapparsi alla mia maglietta, come se avesse paura di cadere.
Mentre assaporo il suo respiro, la consapevolezza mi travolge come un'onda anomala. Cazzo. Non uscirò mai da questa situazione. È una verità assoluta e innegabile. Non posso scegliere, perché il mio cuore, fottutamente diviso a metà, appartiene a entrambe. Amo la purezza di Erika, amo il porto sicuro che è la nostra vita. Ma amo anche Giada. Amo la sua complessità, le sue ferite nascoste, il modo in cui mi capisce senza che io debba aprire bocca. Sono innamorato di due donne, e questa consapevolezza mi condanna e mi libera allo stesso tempo.
Il bacio cambia. La dolcezza si fonde con una passione divorante. Schiudo le sue labbra e la mia lingua cerca la sua in una danza disperata e affamata. Giada risponde con un gemito che le vibra in gola, stringendosi a me, annullando ogni distanza.
Mi stacco di un millimetro, giusto per respirare, le nostre fronti appoggiate l'una all'altra. "A casa mia non c'è nessuno," le sussurro, la voce roca, spezzata dall'emozione. I miei genitori sono via per il weekend.
I suoi occhi neri, lucidi e spalancati, mi scrutano. Poi annuisce, un gesto minuscolo ma carico di una fiducia totale.
Le prendo la mano. Le nostre dita si intrecciano in modo naturale, intimo. Non siamo più padrona e schiavo. Siamo solo Franci e Giada. Saliamo le scale del mio palazzo in silenzio, i cuori che battono all'unisono.
Quando chiudo la porta del mio appartamento alle nostre spalle, l'aria diventa elettrica, ma è un'elettricità nuova. Non c'è la furia animale della montagna, non ci spingiamo contro i muri per strapparci i vestiti. C'è un'urgenza disperata, sì, ma intrisa di una dolcezza che tra di noi non c'è mai stata.
La guido fino alla mia camera da letto. La stanza è illuminata solo dal bagliore ambrato dei lampioni che filtra dalle tapparelle socchiuse. Mi fermo davanti al letto e la guardo. È così bella, così vulnerabile in questa penombra. Sollevo le mani e inizio a spogliarla. Lentamente. Faccio scivolare le spalline del suo vestito scuro, lasciandolo cadere sul pavimento con un fruscio leggero. Giada trema impercettibilmente sotto il mio tocco, chiudendo gli occhi.
Le accarezzo le spalle nude, le clavicole, scendendo fino a sfiorare il pizzo del suo reggiseno. "Sei un'opera d'arte," le mormoro, sganciando il ferretto con delicatezza. I suoi seni perfetti si liberano, e io mi chino a depositare un bacio morbido proprio al centro del suo petto, proprio dove so che batte il suo cuore.
"Franci..." ansima lei, una mano che va a intrecciarsi nei miei capelli, mentre l'altra mi stringe la spalla.
