"Aaaaaah... Franci... sì... lì... non smettere..." Il suo controllo crolla. Si lascia andare, un torrente di suoni che provengono dal profondo della sua gola. Gemiti rauchi, sospiri affannati, piccoli urli strozzati. Sento le sue mani scivolare dalla mia nuca alla schiena, le unghie che mi graffiano leggermente attraverso la maglietta, un riflesso involontario del piacere che la travolge. Accelero il ritmo, la mia lingua sempre più insistente, sempre più precisa, picchiando sul suo clitoride come un tamburo di guerra, sentendolo gonfiarsi e pulsare sotto il mio assalto. Voglio sentirla esplodere, voglio che il suo piacere sia così assordante da coprire il rumore dei miei peccati.
Con un ultimo urlo soffocato dal cuscino, Erika scivola languida sul letto. Il respiro le esce a singhiozzi di piacere. Mi allungo al suo fianco, soddisfatto. La bacio, facendole assaggiare il suo stesso sapore sulle mie labbra. Ha un'espressione sognante, assente, persa in una nuvola di beatitudine.
Lei si rannicchia sotto il mio braccio, un sorriso pigro e felice stampato sulle labbra. Le accarezzo il fianco, sfiorando l'elastico di cotone bianco dei suoi slip, gettati distrattamente sul piumone poco prima. E all'improvviso, con negli occhi ancora impressa l'immagine della seta nera di Giada e della sfacciataggine di Giulia, quell'intimo così innocente e banale mi urta i nervi.
"Sai, stavo pensando..." mormoro, passandomi il pizzo di cotone tra le dita. "Ogni tanto... non sarebbe male se osassi un po' di più. Mettendo qualcosa di diverso."
Erika solleva la testa dal mio petto, aggrottando la fronte con un sorrisetto divertito. "Diverso tipo? Vuoi che mi metta i mutandoni della nonna?"
"No, intendo il contrario," ribatto, cercando di mantenere un tono leggero, ma la frustrazione mi incrina la voce. "Qualcosa di più... sexy. Pizzo, trasparenze. Un intimo più eccitante, provocante. Sei bellissima, potresti valorizzarti molto di più anche sotto i vestiti."
Erika scoppia in una risata cristallina, dandomi una pacca leggera sul petto. "Ma dai, Franci! I completini di pizzo sono scomodissimi, prudono e costano un occhio della testa. E poi, a che servono? Tanto finiscono sempre sul pavimento in cinque secondi, no?" Si riappoggia a me, baciandomi il collo con leggerezza. "Sei diventato un maniaco dei merletti da film di serie B? Non ti basto io al naturale?"
La sua risata e il suo tono di scherno bonario, pur se privo di malizia, mi fanno gelare il sangue. Per lei è una battuta, ma per me è l'ennesima dimostrazione della sua totale, noiosissima innocenza. Non capisce il potere dell'erotismo, della provocazione. È vanilla fino alla nausea, mentre la sua famiglia al piano di sotto è un covo di vipere viziose. "Certo che mi basti," le rispondo a denti stretti, ingoiando l'irritazione. "Era solo un'idea."
Quando scendiamo in cucina per il pranzo, il divario tra noi è abissale. Erika è radiosa. Aiuta la zia a mettere in tavola i piatti con un'energia nuova, chiacchierando del più e del meno. Giulia è seduta al suo posto, silenziosa, lo sguardo basso sul piatto e il broncio di chi è stata messa in castigo. Non osa incrociare i miei occhi. Io, invece, maschero a fatica il mio nervosismo, tagliando la carne nel piatto con una forza eccessiva, la mascella contratta.
Il pranzo scorre in questo clima surreale. Quando finalmente la zia annuncia di aver finito, si alza pulendosi le mani col tovagliolo. "Ragazze, io porto Giulia a fare compere. Staremo fuori tutto il pomeriggio. Voi fate i bravi."
"Certo zia, tranquilla," cinguetta Erika, ignara del fatto che quelle parole siano musica per le orecchie di qualcun altro.
Appena la porta d'ingresso si chiude alle spalle della zia e di Giulia, lasciandoci soli, l'aria nella stanza cambia pressione. Giada, che fino a quel momento aveva mangiato in un silenzio regale, si appoggia allo schienale della sedia. Incrocia le braccia sotto il seno e ci lancia un'occhiata complice, abbassando la voce in un sussurro confidenziale.
"Bene. Le guastafeste se ne sono andate," mormora Giada, un sorriso malizioso che le piega le labbra perfette. "Che ne dite di rilassarci sul serio? Ho portato una cosa da casa."
Infila due dita nella tasca della vestaglia ed estrae un piccolo involucro di cellophane, appoggiandolo sul tavolo di legno. Al suo interno c'è un pezzetto di fumo scuro, compatto.
Erika sbarra gli occhi, metà sorpresa, metà affascinata. "Ma... Giada, è erba? Cioè, fumo?"
"Roba buonissima, cuginetta. Un regalo di un mio compagno di corso," risponde Giada con voce suadente. Si alza, andando a prendere le cartine dalla borsa. "Siamo soli, non c'è nessuno a giudicarci. Una bella canna forte per staccare il cervello. Vi va?"
Io fisso Giada negli occhi. So esattamente cosa sta facendo. Sta preparando il terreno. Ha visto il mio nervosismo, sa che ho bisogno di sfogare la tensione e sta per stendere un tappeto rosso verso il disastro.
Erika guarda il pezzetto scuro sul tavolo, mordendosi il labbro. La ragazza che fino a venti minuti prima mi prendeva in giro per un perizoma di pizzo, improvvisamente sembra voler dimostrare di non essere la bambina noiosa che sua sorella ha descritto. "Io... non ho mai fumato in vita mia," ammette Erika, la voce che tradisce un'eccitazione nervosa. "Ma sai che c'è? Oggi ci vuole proprio. Dopo la litigata di stamattina ho bisogno di spegnere la testa. Ci sto."
Si gira verso di me, gli occhi brillanti in cerca di approvazione. "Tu ci stai, Franci? Facciamo questa pazzia?"
Il sorriso di Giada, oltre la spalla di Erika, è il ritratto del diavolo in persona. "Ci sto," rispondo, la voce ferma, ma con il cuore che ha già iniziato a battermi a un ritmo folle. "Facciamolo."
Ci spostiamo in soggiorno. Giada chiude a metà le tapparelle, lasciando filtrare solo delle lame di luce dorata che tagliano la penombra della stanza. L'atmosfera si fa subito densa, quasi clandestina.
Erika si rannicchia su un lato del grande divano a L, abbracciandosi le ginocchia, un sorriso nervoso e infantile sulle labbra. Io mi siedo al centro, mentre Giada prende posto sul tavolino basso di fronte a noi, incrociando le gambe coperte dalla seta della vestaglia.
Con movimenti lenti e ipnotici, inizia a preparare il materiale. Estrae le cartine, sbriciola il fumo scuro e lo mescola al tabacco. Non le sfugge nulla. Mentre Erika guarda affascinata il procedimento, Giada mi lancia una rapida occhiata d'intesa: sta preparando due canne diverse. Una è carica, densa, scura. L'altra, quella che sigilla per prima, ha giusto un'ombra di fumo, pensata apposta per far sballare la cugina inesperta senza farla collassare o vomitare.
"Ecco a te, battesimo del fuoco," mormora Giada, accendendo la canna più leggera e passandola a Erika. "Tira piano. Tieni il fumo nei polmoni per tre secondi e poi butta fuori."
Erika la prende con due dita, esitante. Fa un tiro piccolo, poi un altro più profondo. Trattiene il respiro, sgrana gli occhi e scoppia a tossire disperatamente, sventolandosi la mano davanti alla faccia. Io e Giada scoppiamo a ridere. È una risata complice.
"Oddio, brucia la gola!" ansima Erika, con gli occhi che le lacrimano, ma poi inizia a ridacchiare anche lei, passandomi il giunto.
Io passo la canna leggera a Giada, che la appoggia nel posacenere. Poi, Giada accende l'altra. Quella vera. Fa un tiro lunghissimo, le guance che si scavano. Si sporge verso di me e, invece di passarmi la cartina, mi soffia il fumo denso e dolciastro direttamente sulle labbra, a un millimetro di distanza. Il contatto visivo è una scossa elettrica. "Aspira, Franci," sussurra.
Lo faccio. La botta del fumo buono mi arriva dritta al cervello, allentando la tensione muscolare che mi portavo dietro da stamattina, ma acuendo i sensi in modo spaventoso.
Nel giro di venti minuti, la stanza si riempie di una nebbia dolce e pesante. La situazione degenera con una naturalezza disarmante. Erika è sdraiata con la testa sulle mie gambe, i capelli sparsi sui miei jeans. Fissa il soffitto e non smette di ridere per ogni minima cavolata. È completamente andata, euforica, la voce impastata e allegra.
"Non pensavo... non pensavo fosse così rilassante," ridacchia Erika, allungando una mano per cercare di nuovo la canna (la sua, ormai quasi finita). "Mi sento leggera come una piuma. Giada, sei un genio. Franci, perché non lo facciamo più spesso?"
"Vacci piano, tesoro. Ti ho detto che è roba che picchia forte," le risponde Giada, la voce suadente e vellutata. "Ma sono felice che ti piaccia. Ti vedevo così... tesa, ultimamente. Tu e Franci parlate mai di cose vere, o fate solo i fidanzatini perfetti?"
