Erika si blocca. Si stacca lentamente da me, fissando la sorella con gli occhi spalancati. "Scusa? Ma che ti prende?"
"Mi prende che siete patetici!" sibila Giulia, incrociando le braccia. "Siete sempre appiccicati, è disgustoso. Entri in cucina e fai la padrona, come se tutto girasse intorno a te e alla tua cazzo di relazione perfetta!"
Il panico mi sale in gola. Giulia sta perdendo il controllo. Se continua così, butterà tutto all'aria in preda a un raptus di gelosia. La fisso dritto negli occhi. Le do un calcio netto da sotto il tavolo, uno strattone silenzioso e brutale. Fermati."Giulia, dacci un taglio. Adesso," le ordino, abbassando il tono di voce in un ringhio avvertitorio che solo lei può comprendere davvero.
Giulia incassa il mio colpo, i suoi occhi guizzano sui miei, lucidi di frustrazione. Ha capito l'antifona. Sa di essersi spinta troppo oltre, ma la rabbia cieca che ha dentro deve sfogarsi in qualche modo. Così, afferra la prima scusa idiota che le passa per la testa, dirottando la litigata.
"E non dirmi di darci un taglio!" urla Giulia, sbattendo i palmi sul tavolo di legno. Fissa Erika con rabbia. "E tu sei un'egoista insopportabile! Stamattina sei entrata nel mio bagno, hai usato il mio bagnoschiuma nuovo e l'hai lasciato vuoto nella doccia! Pensi che le mie cose siano automaticamente tue? Pensi di poter prendere sempre quello che ti pare solo perché sei la sorella maggiore?"
È una scusa pietosa. Una cavolata colossale. Ma l'aggressività con cui la vomita addosso a Erika è reale, alimentata dal fuoco di quello che le ho fatto io la notte prima.
Erika, che era rimasta sulla difensiva, esplode a sua volta. "Ma sei impazzita?! Stai facendo questa scenata isterica per un fottuto bagnoschiuma? Sei una ragazzina viziata, ecco cosa sei!"
"Non chiamarmi ragazzina!" urla Giulia, la voce che si spezza, scattando in piedi e facendo stridere violentemente le gambe della sedia sul pavimento. "Non hai idea di niente, Erika! Tu non vedi un cazzo di niente!"
"Vedo una bambina capricciosa che ha un disperato bisogno di crescere!" le urla di rimando Erika, alzandosi anche lei. La dolcezza di stamattina è svanita, sostituita dalla rabbia viscerale tra sorelle. "Vedi di darti una calmata, perché hai rotto le palle a tutti in questa casa!"
Giada, silenziosa e perfetta nella sua vestaglia di seta, osserva la scena sorseggiando il suo caffè. Le labbra incurvate in un sorriso di puro godimento. Ha acceso il fiammifero e ora si gode l'incendio, ammirando il modo in cui le due sorelle si stanno sbranando a causa mia.
Giulia fissa Erika per tre lunghissimi secondi, il respiro affannato, i pugni stretti lungo i fianchi. C'è un istante di terrore puro in cui penso che lo urlerà. Che le dirà: Io me lo sono scopato mentre tu dormivi. Ma poi si gira di scatto, tirando un calcio alla sedia Il tonfo sordo della sedia riecheggia in cucina. Giulia aveva fatto per correre di sopra, ma si blocca a metà scala con un ringhio strozzato. Torna indietro come una furia, afferra il cellulare che aveva lasciato sul tavolo con un gesto stizzito e va a buttarsi sul divano in soggiorno, le braccia incrociate al petto e il viso scuro come la pece. Rifiuta di cedere il campo.
Erika, ancora in piedi in cucina, si passa le mani tra i capelli, esasperata. "Ma ti rendi conto?" sbotta, guardandomi con gli occhi lucidi di frustrazione. "È insopportabile. Io cerco di essere gentile, di farla sentire inclusa, e lei fa queste scenate isteriche per un bagnoschiuma! È una mocciosa viziata."
"L'adolescenza è una brutta bestia, tesoro," commenta Giada dalla sua sedia, rigirando il cucchiaino nella tazza con una calma che rasenta la psicopatia. "Ha gli ormoni a mille. O magari... ha solo bisogno di attenzioni che non sta ricevendo."
Giada mi lancia un'occhiata tagliente, carica di doppi sensi.
Sto per rispondere, ma il rumore metallico di una chiave che gira nella toppa della porta d'ingresso ci congela tutti. "Ragazze! Franci! Sono tornata, la fila alla cassa era infinita!" La voce allegra della zia risuona dall'ingresso, seguita dal fruscio delle borse della spesa.
Erika chiude gli occhi, massaggiandosi le tempie. "Non ho la forza di fare finta di niente davanti a mia madre adesso. Sarei capace di urlare ancora."
"Vieni con me," le sussurro, mettendole un braccio attorno alle spalle. Faccio la parte del fidanzato perfetto, il rifugio sicuro. "Andiamo in camera tua. Lasciala sbollire, non pensarci più."
Lancio una singola, fulminea occhiata al soggiorno. Giulia mi fissa dal divano, gli occhi carichi di un risentimento bruciante, mentre Giada le si avvicina con un sorriso da predatore, pronta a banchettare con le insicurezze della cuginetta rimasta sola con lei.
Guido Erika su per le scale, lontano dal campo minato, e ci chiudiamo la porta della sua stanza alle spalle.
L'atmosfera cambia all'istante. Il silenzio della camera da letto è un balsamo. Erika si lascia cadere sul bordo del materasso, sospirando profondamente. La rabbia lascia il posto alla stanchezza emotiva. Mi siedo accanto a lei, prendendole le mani. "Scusa per la scenata, amore," mi sussurra, appoggiando la testa sulla mia spalla. "Non volevo rovinare la mattinata. È solo che a volte... a volte mi fa sentire una cattiva sorella, ma io ci provo, giuro che ci provo."
"Ehi, guardami," le dico, la voce morbida, accarezzandole una guancia. L'ironia malata di questa situazione mi stringe lo stomaco in una morsa. Sto consolando la ragazza a cui ho appena distrutto la vita alle spalle. "Tu sei perfetta. È lei che è una ragazzina confusa. Vuole fare la grande, ma non ha gli strumenti per farlo. Tu non hai sbagliato niente."
Erika mi guarda, un sorriso dolce e grato che le illumina il viso. "Cosa farei senza di te? Sei l'unico che riesce sempre a calmarmi."
"Allora lascia che ti aiuti a rilassarti davvero. Spegni il cervello," le sussurro.
La spingo dolcemente all'indietro, facendola sdraiare sulle lenzuola. Le bacio la fronte, poi le palpebre, poi scendo lungo il collo. Sento i suoi muscoli tesi iniziare ad allentarsi sotto il mio tocco. Le sfilo i pantaloni della tuta con lentezza, un gesto di una devozione quasi disperata.
Mi posiziono tra le sue gambe. L'adrenalina della mattinata, il senso di colpa, la tensione con Giada e Giulia... tutto confluisce in un'urgenza carnale, intensa. Non c'è la fretta rubata della notte scorsa, c'è solo la volontà di possederla con una dolcezza che maschera il tradimento.
Inizio a baciarle l'interno coscia, risalendo lentamente. Erika trattiene il fiato, le sue mani scivolano tra i miei capelli. E quando finalmente mi dedico alla sua intimità, lo faccio con una foga e una dedizione totali. La mia lingua traccia percorsi precisi, esigenti, caldi. È un ritmo incalzante, un'attenzione febbrile che la travolge completamente. Non le do il tempo di pensare a niente, né alla sorella, né alla madre di sotto.
"Franci..." ansima lei, inarcando la schiena, la voce spezzata dal piacere puro. Le sue dita si stringono convulsamente tra le mie ciocche, guidandomi, implorandomi silenziosamente di non fermarmi.
Uso ogni movimento per farle perdere il controllo, spingendo sull'intensità, nutrendomi dei suoi gemiti soffocati contro il cuscino. È un atto di adorazione e al tempo stesso l'apice dell'ipocrisia: le sto regalando il paradiso, mentre la mia mente è ancora intrappolata nell'inferno che ho scatenato al piano di sotto.
Il suo respiro si fa sempre più corto, il suo corpo freme sotto il mio tocco esperto, abbandonandosi totalmente a me.
Siamo al sicuro nella bolla della camera di Erika, ma giù in salotto è rimasta una bomba a orologeria innescata.
La mia lingua danza sulla sua pelle, esplorando la delicatezza della sua fessura, umida di desiderio. C'è la lieve ruvidità di una ricrescita che non ho ancora assaggiato, una grinta tenera che mi eccita ulteriormente. Accarezzo con il labbro inferiore quel pelame che cresce, sentendolo frizzare contro di me prima di immergermi di nuovo, più a fondo. L'odore del suo eccitamento mi pervade, intenso e speziato, un aroma che mi fa impazzire.
"Sei...cavolo amore!" geme lei, il suono che si trasforma in un gemito sordo contro il cuscino mentre cerca di soffocarlo. La sua schiena si inarca in un ponte perfetto, le natiche si stringono. Le sue gambe tremano intorno alla mia testa, una prigione che non ho alcuna voglia di lasciare. So che ha paura che sua madre o sua sorella sentano, e quella paura la rende ancora più vulnerabile, più bagnata, più mia.
