nell’impeto del sesso lo feci uscire e strusciandoglielo sopra glielo passai anche sul buco del culo, la guardai negli occhi attraverso lo specchio e la vidi… pronta a riceverlo anche lì, labbro inferiore stretto tra i denti.
e feci quella cosa che mi dava sempre un senso di… volgarità, le sputai sull’ano e usai il cazzo per spalmarle la saliva per lubrificarla, le feci abbassare la schiena e piegare bene le ginocchia e posizionandomi al meglio glielo appoggiai usando le dita come guida e poi cominciai ad applicare pressione.
“ah… sì…” mugolò di piacere quando entrai nel primo anello, ci andai piano (ma non troppo) stuzzicandola un po’ ma poi affondai e le entrai dentro dritto facendole fare un salto ma senza che mi chiedesse di fare più piano o di fermarmi, le diedi solo qualche istante per abituarsi alla presenza e poi ricominciai a muovermi prima lentamente e poi sempre più velocemente e con affondi secchi, non la guardai più negli occhi concentrandomi solo su quello che stavo facendo e fissando per l’eternità, quello volevo, l’immagine del mio affare ben piantato nel culo di Stella.
la sodomizzai per non so quanto, la parola giusta era quella perché dava l’idea di qualcosa di… subito, ma quando tornai a guardarla vidi che era davvero sofferente, stringeva i denti e ‘accusava’ ogni colpo che le infliggevo cercando di trattenere la manifestazione del suo dolore, e allora… allora mi sentii male.
mi fermai ma non glielo tolsi, Stella mi guardò attraverso lo specchio e mi accorsi che ansimava perché sicuramente aveva trattenuto il respiro per non farsi uscire nemmeno un lamento.
“oddio… scusa…” le dissi, sentendomi un verme, ma Stella non era Gioia (mi odiai per questo pensiero) e non fece altro che sorridere e dirmi “cazzo… che manzo che sei…”
non potevo continuare, non… non così, glielo tolsi lentamente e… non l’avessi mai fatto.
tutta quella stimolazione non fece del bene al suo intestino, e quando il tappo venne via… il contenuto si riversò fuori.
Stella se ne accorse subito e veloce come un gatto si mise sopra una mano per… per trattenere, rotolò giù dal letto e con una mano tra le chiappe, le cosce strette e camminando sulla punta dei piedi puntò dritta il bagno e si chiuse dentro.
“cazzo…” mormorai, anche parlando proprio con lui che era stato… testimone di qualcosa che non avrei mai voluto fargli provare…
usai l’altro bagno per darmi una lavata e quando tornai passando davanti al bagno dove c’era Stella lo trovai con la porta socchiusa (mai che fossi riuscito a sistemare la chiusura), e sbirciando dentro la vidi seduta sul bidet.
ovviamente tirai dritto e per non saper né leggere né scrivere mi rimisi boxer e maglietta e la aspettai davanti alla vetrata che dava sulla piscina, con ancora le impronte delle mie mani rimaste lì da quella sera fatidica.
e che probabilmente nessuno avrebbe più pulito fino alla fine di agosto, quando sarebbe tornata la signora Egle che ci faceva le pulizie “in grande” una volta alla settimana.
perché a quel punto dubitavo fortemente che Gioia sarebbe tornata.
e… sorrisi.
“e che cazzo ne faccio di una casa del genere, da solo?” mi chiesi, “che ci farò, ci porterò dentro un’altra donna? ci porterò Stella quando verrà a trovarmi per… spolverarmelo un po’?”
Stella tornò qualche minuto dopo mentre ero ancora immerso nei miei problemi esistenziali, silente, mi abbracciò da dietro quasi spaventandomi ed appoggiò la guancia sulla mia schiena.
ovviamente non facemmo cenno all’incidente… imbarazzante, e la nostra sfuriata sessuale si concluse così, senza né vinti né vincitori.
di lì a poco arrivò il cinese, Stella lo mangiò con gusto mentre io mi cacciai giù qualcosa per poi spingere tutto senza più appetito verso il centro della tavola, facendo restare davvero male la mia ospite.
“perché non mangi?” mi chiese delusa, “mi avevi detto che…”
“mangerò stasera” le risposi abbozzando un sorriso a cui rispose con uno identico, triste e amareggiato.
dopo che ebbi gettato via gli avanzi, alcune cose nemmeno le avevo toccate, le feci il caffé che bevemmo in piedi anche se non si fa, davanti a quella cazzo di vetrata che mi sarebbe venuto voglia di sfondare lanciandoci dentro il televisore.
“terra a mauro…” sussurrò vedendomi perso, mi mise una mano sulla schiena e me la accarezzò, appoggiando la testa sulla mia spalla.
“dai, stai tranquillo…” mi disse, “adesso è così, vedrai che tra un paio di giorni… si risolve tutto…”
“cosa si risolve, Stella?” le chiesi.
“Gioia…” rispose, “vedrai che Gioia ci penserà e…”
“e io?” le chiesi, “io ci ripenserò?”
non rispose.
“Stella, sono io il problema” dissi, “non è Gioia”
silenzio.
“il vero problema tra noi due, anzi, tra noi… quattro, sono io!” continuai, “sono io che non voglio… non riesco, non posso accettare!” esclamai.
ancora silenzio.
“io… mi sono… sforzato, te lo giuro, ci ho provato, sono anche qui con te, cazzo!” continuai a dire, teso, “ma non ci riesco, io sono… fuori contesto, sono un filo slegato, sono… fuori da questo mondo!”
“si chiama amore…” sussurrò.
la guardai, ma toccò a lei a quel punto fissare il vuoto davanti a sé.
“quello che provi, verso Gioia, si chiama amore” continuò, “se vuoi fare… quello che faccio io, quello che faccio insieme a mio marito, quando… ci… diamo a qualcuno che non conosciamo per soddisfare le nostre voglie… malate, non è amore”
c’era una nota molto amara, e dura, nelle sue parole.
“Stella, non devi…” provai a dire, ma… cosa dovevo dire? aveva solo detto la verità…
“Mauro” mi disse mettendosi proprio di fronte a me, “non avere mai paura di dire a Gioia quanto la ami, e quanto la ami, e che lei per te è tutto!”
inspirai profondamente.
“una donna… ha bisogno di questo!” esclamò, “una donna ha bisogno di qualcuno che la stringa e le dice che la ama ma non perché… ci fa sesso insieme! o perché lei… si veste come una puttana e lo provoca e lo… lo…” aggiunse, ma si fermò.
“scusa, ho un po’ perso il controllo…” ridacchiò, “ma ogni tanto… ogni tanto capita, anche a me”
l’abbracciai, stringendola, e senza che ci dicessimo altro restammo abbracciati a guardare fuori.
“pensi che possiamo farci un altro paio di orette?” mi chiese, “che ne dici?”
sorrisi.
“perché no?” le dissi, “in fondo… non è casa tua, questa?”
“risposta esatta…” sussurrò, mi posò un bacio sulle labbra e scappò via in un movimento incredibile di tettone da quarta abbondante e di chiappe tonde, per poi tornare con un altro costume di Gioia, ancora più striminzito e ancora più… esaltante.
passammo non due ma tre ore in piscina, nel frattempo restò in contatto con Enrico che la tranquillizzò su Gioia e che addirittura le mandò una foto “rubata” di lei che ascoltava attentamente il relatore, quasi assorta.
mi chiese se la volevo vedere, ma dissi di no.
se doveva esserci distacco, meglio che lo fosse in modo totale.
scrisse ancora qualcosa, ricevette risposte e poi scrisse di nuovo, sorrise e poi posò il telefono.
“stanotte si fermano a Trieste” mi disse, “tutti e quattro”
“ok…” le risposi, ostentando… indifferenza, ma non potevo ingannarla.
“non te la scopa” sussurrò, “lo conosci Enrico, giusto?”
“lo conosco sì…” le risposi ironico strappandole una risatina.
“no, tu lo sai che cosa voglio dire” continuò, “è una persona fidata, se mi ha detto che non farà niente né accetterà provocazioni o anche proposte io gli credo, ciecamente, e dovresti farlo anche tu”
“eh, già…” le risposi dandole da pensare, “il mio… problema, non è Enrico…”
inspirò profondamente e poi esalò un sospiro lunghissimo, quasi rassegnato, come il “sigh” dei fumetti.
“hai bisogno di tempo” disse, “credevo che te ne servisse di meno, ma mi sbagliavo… dovremo lavorarci ancora sopra o…”
“...o trovare una soluzione alternativa” conclusi per lei.
Stella mi guardò in modo molto… intenso.
“sono scelte assolutamente vostre e solo vostre” mi disse, seria, “ma se parti con l’idea di mollare tutto senza neanche provare a recuperare… io mi chiamo fuori, voglio che sia chiaro”
e sembrava dannatamente seria.
“se hai deciso di dare una svolta alla tua vita sei libero di farlo, ma dimmelo subito” aggiunse, “non voglio… non ho intenzione di stare a guardare mentre distruggi te stesso e il vostro matrimonio”
annuii, avevo recepito perfettamente le sue parole: non stava recitando un ruolo, magari a lei tanto caro come la “vice” di Gioia, mi stava aiutando a recuperare una normalità come uomo ma anche come membro di una famiglia.
restammo in silenzio, io guardavo i riflessi del sole sull’acqua e lei sorseggiava l’ennesimo mojito analcolico, per fortuna, mi lasciò il mio spazio per pensare e poi… e poi tornò la Stella di sempre.
“allora” mi chiese, “dove mi porti stasera?”
dovetti fare un bel giro di telefonate per trovare un buco in un ristorante che non fosse qualcosa di banale perché Stella aveva ancora sul gozzo, diciamo così, il Koga.
ma lì era impossibile trovare posto.
gliene feci vedere un paio, consultò il sito internet, le recensioni degli utenti e ogni altra possibile fonte di giudizio e me li cassò tutti.
“ma perché non lo scegli tu, allora?” le chiesi, ma quasi si offese.
“eh no caro mio” rispose, “sei tu che inviti, sei tu che decidi, sei tu che fai l’ordine… io devo solo accompagnarti, far vedere a tutti quanto sono figa e quanto tu sia potente e ricco per permetterti una donna così e un ristorante di quella categoria, ecco qual è il mio compito”
