prese la rincorsa, poi finalmente trovò il coraggio di farl e me lo disse.
“ho fatto… o-orale” riuscì a dire, “ho… usato la b-bocca su… di loro”
non aveva il coraggio di guardarmi negli occhi.
e ne aveva più di un motivo… ne aveva due di motivi!
io invece la guardavo, fisso, sembravo essere diventato alto due metri e lei essersi ridotta a quella di un bambino.
“ok” dissi, annuendo, “così prima mi dici, anzi, mi giuri che non hai fatto niente oltre a qualche bacetto con la lingua, e invece adesso scopro che hai fatto un bel pompino a tutti e due…”
alzò lo sguardo, pronta per essere… giudicata, ormai con ogni scudo abbassato e… indifendibile.
sembrava pronta per essere condotta al macello.
“spero che ne sia valsa la pena…” aggiunsi, “per loro… ma anche per te…”
non ero furioso o imbufalito o incazzato come una bestia, no, ero solo… stanco, privo di energie, e amareggiato.
non era stato un fulmine a ciel sereno, lo sapevo già, avevo visto tutto e ancor prima di vedere la foto sul telefono di Stella avevo intuito.
ma l’ammissione… forse l’ammissione era la cosa che mi faceva male: avrebbe potuto continuare a fingere, a giurare su quello che aveva più caro che io avrei… finto di crederle, ma così…
mi aveva detto tutto, forse per liberarsi di me e aspettare che davvero la cacciassi di casa, ma non ero così sicuro che fosse quello il piano, anzi, non ci credevo proprio.
preferivo credere che la sua fosse solo estrema ingenuità, e innocenza.
e… povera Gioia, pensai, chissà che peso sulla coscienza si era portata dentro: e ora finalmente se l’era tolto, scaricandosi di quel macigno che la opprimeva e la ostacolava e che le faceva cambiare continuamente idea, solo che facendolo aveva perso tutto… o almeno aveva perso me.
ma non ero arrabbiato con lei, con me stesso, o con quei due “ragazzi” o con chi ce l’aveva portata lì, e nemmeno con Stella, qualsiasi ruolo avesse.
davvero.
del resto… poche ore prima la sua grandissima amica (troia) Stella ne aveva fatto uno a me, di pompino, come avrei potuto ergermi a giudice di mia moglie se ero io il primo degli imputati?
le cose in realtà erano un po’ diverse, almeno tecnicamente, teoricamente lei aveva cominciato tutto senza alcun coinvolgimento della nostra coppia, perché di fatto io ero ancora completamente ignaro di quelle sue pulsioni, il pompino di Stella era una diretta conseguenza degli eventi, era un… accessorio, ecco, un accessorio, Stella mi aveva fatto un pompino e quel pompino era un accessorio della nostra entrata nel mondo degli scambisti.
quante balle che raccontavo, soprattutto a me stesso.
quindi Gioia in realtà era vittima degli eventi, si era lasciata trasportare, io invece… ero consapevole, e non lo potevo nascondere, anche perché… se conoscevo bene Stella, gliel’aveva già raccontato…
Stella…
saltava sempre fuori, come una moneta falsa.
e mi venne da sorridere perché… non avevo ancora capito che parte aveva in questa commedia!!!
se era qui per aiutarci, per farci… evolvere e accompagnarci verso chissà quali vette, o per distruggerci!
e non so il perché, ma improvvisamente… scese tutto, dolore, rabbia, gelosia, irritazione…
non rimase più niente.
tanto… sapevo già tutto, non avevo bisogno di quella sua confessione: e poi… la mia linea di condotta era chiara, io non volevo perdere Gioia.
una parte di lei l’avevo già persa quella sera, il resto lo volevo tenere, e conservare come si conserva la propria vita.
dovevo solo abituarmi ad un diverso modo di pensarla mia: Gioia restava mia moglie, che viveva insieme a me, rideva e piangeva insieme a me, godeva del nostro stile di vita agiato, ma non era più completamente mia, e non lo sarebbe stata mai più in esclusiva.
ci eravamo evoluti, volenti o nolenti, in una coppia aperta, una coppia moderna.
non odiavo, non disprezzavo, non… condannavo.
condannavo solo me stesso per essere così… di vedute limitate, e non aver capito che se eravamo arrivati a quel punto era stata anche colpa mia e che non potevo addossare a lei tutta la responsabilità.
e guardai Gioia, lì davanti a me, umiliata, piccola, indifesa, pronta a piegare la testa e andarsene via dalla nostra bella casa, il nostro porto sicuro dove potevamo trovarci e… stare insieme, lasciando il mondo fuori.
sentii solo un gran vuoto dentro, e l’unica persona al mondo che quel vuoto lo poteva riempire era… Gioia.
“adesso… lo sai” sussurrò, “non ho avuto il coraggio di dirtelo perché… sapevo che… sarebbe stata la nostra fine…”
tirò su con il naso.
“ma non volevo… non voglio più mentirti” continuò, “e adesso… adesso posso anche andare via, se non mi vuoi più”
mi fece una tristezza infinita: forse le balle non erano ancora finite, forse… c’era altro, non lo sapevo, ma capii che non lo volevo sapere.
ormai eravamo entrambi incanalati in una direzione ben precisa, il gioco era quello, dovevamo giocare.
provai tristezza infinita, ma anche qualcosa di più profondo che “spingeva” per venire a galla, amore infinito.
Gioia era la mia vita, la mia donna, mia moglie, la madre della nostra adorata figlia, era e sarebbe sempre stata la mia spalla nei giorni difficili come io ero la sua, era la donna che mi aveva aiutato ad uscire da una crisi che minacciava di travolgere la mia vita professionale, era la mia migliore amica e confidente, anche se spendeva più di quello che riuscivo a guadagnare e… di tanto in tanto succhiava il cazzo a qualcuno… era sempre la mia Gioia, di nome e di fatto.
“vado a preparare le mie cose” mi disse, ormai rassegnata, “chiamo una mia amica della palestra, mi faccio ospitare da lei per qualche giorno e… vado via”
inspirai profondamente.
“tu non vai da nessuna parte” le dissi, deciso.
si bloccò e mi guardò con un misto di paura (che le avrei potuto fare?) e speranza, ma anche con il timore di non aver capito bene.
“io…” cercò di dire, “io non… io…”
“tu non vai da nessuna parte” le ripetei, “perché il tuo posto è qui, vicino a me”
aprì la bocca, e il viso le diventò come di creta, pronto ad andare in mille pezzi, sgretolarsi
“non vai da nessuna parte, Gioia, questa è la tua casa, la tua famiglia, e io sono… tuo marito” le dissi, con la voce che non era più forte e sostenuta come quella di poco prima, “il tuo posto è vicino a me, e il mio è vicino a te”
cominciò a piangere a singhiozzare restando sui suoi piedi, ma mi bastò aprire le braccia perché si avvicinasse, e senza osare fare un passo di più si fermò a pochi centimetri, allora scattai e la abbracciai stringendola forte e in un istante Gioia si lasciò andare piangendo a dirotto e quasi perdendo le forze perché dovetti sorreggerla per non lasciarla cadere.
ci stringemmo forte, abbracciati, ognuno dei due piangeva a modo suo, lei buttando fuori tutto e io tenendo dentro tutto.
e quello era il nostro nuovo inizio.
ci sedemmo sul pavimento della cucina, e restammo una nelle braccia dell’altro non so per quanto, minuti, mezz’ore.
Gioia mi disse che stava impazzendo (a me lo diceva…) e che era a un passo dall’autodistruzione.
e che non voleva più avere niente a che sparire con Stella, con il club o con qualsiasi altra cosa.
ma non ero d’accordo.
“questo… è quello che volevo io” le risposi, “non quello che volevi tu, e che vuoi tu”
mi guardava senza capire.
“ci siamo dentro, Gioia, non ne usciremo facilmente” le dissi, “non ti voglio perdere un domani perché non ho permesso che tu… fossi libera di scegliere”
“ma io non…” cercò ancora di dire la sua, ma scossi la testa e sorridendole le posai un dito di traverso sulle labbra.
“giocheremo” le sussurrai, “giocheremo e vedremo come andrà a finire…”
annuì, pronta per piangere un’altra volta ma la fermai.
perché anch’io avevo qualcosa sullo stomaco.
“sai… di… Stella, di ieri sera, con me, vero?” le chiesi.
mi guardò quasi sofferente, poi annuì.
sospirai.
“te l’ha detto lei?”
annuì ancora.
“e… cosa… pensi?” le chiesi.
“me l’aveva detto… quando… tu non volevi” mormorò, “mi aveva detto che l’avrebbe fatto, mi ha chiesto… il… permesso e io ho detto sì”
sorrisi e scossi la testa.
“e… cosa… cosa ne pensi?” le chiesi, “non ti senti… tradita?”
sembrò trasfigurarsi.
“e… perché?” mi chiese, “cosa… io… no!” esclamò, “io… le ho detto che andava bene, e che se era per… farti… farti…” cercò di dire senza trovare le parole, ma le trovai io.
“...farmi cambiare idea?”
“sì…” mormorò.
“allora… sei proprio decisa?” le chiesi, “non ti vuoi più tirare indietro?”
mi guardò negli occhi e diventò… seria.
“non voglio tirarmi indietro” rispose decisa, “perché ho visto che anche tu… vuoi…”
“giocare” risposi, “io voglio giocare…”
“sì, giocare…” sussurrò.
quel pomeriggio parlammo ancora, Gioia volle assolutamente raccontarmi tutto anche se non c’era poi più molto da raccontare (se non erano altre balle, ma a quel punto era ininfluente, una in più o una in meno…), la ascoltai e la lasciai sfogare, mi giurò e rigiurò che non c’era altro, le dissi che le credevo, e… stufo di sentire le stesse cose ripetute tre volte la spedii a rilassarsi nell’idromassaggio (e rifiutai nel modo più assoluto di andare con lei), e mentre non mi sentiva provai a cercare posto nei ristoranti che le piacevano di più, e… incredibilmente trovai un posto al Koga, un ristorante di cucina fusion giapponese e italiana molto apprezzato anche all’estero, una cosa che l’aveva sempre fatta impazzire.
