La squadrai dall'alto in basso, senza battere ciglio. «Ti fa sembrare una persona che dovrebbe smettere di farmi domande.»
Giulia assottigliò lo sguardo. «Quindi piccola.»
«Quindi insopportabile,» ribattei, imperturbabile.
Lei mise il broncio, stizzita. «Non era tra le opzioni.» Si girò sui talloni e tornò nel camerino, tirando la tenda verde con un gesto rabbioso. Non sopportava di non avere il controllo della mia reazione.
Passarono due minuti. Poi, il bordo della tendina si aprì appena, rivelando solo il suo viso e una spalla nuda. «Franci...» sussurrò, la voce improvvisamente flebile. «Mi aiuti? Il laccetto dietro si è incastrato. Non riesco a slacciarlo.»
Sapevo benissimo che era una trappola. Un trucco vecchio come il mondo. Ma il richiamo di quello spazio chiuso era troppo forte. Mi guardai intorno: una commessa stava sistemando dei parei a due metri di distanza. Feci un passo veloce e scivolai dentro il camerino.
Giulia richiuse la tenda di scatto dietro di me. Lo spazio era minuscolo. Sapeva di tessuto nuovo e del suo sudore leggero. La luce fredda rimbalzava sugli specchi, triplicando l'immagine dei nostri corpi incollati. Eravamo troppo vicini.
Mi appoggiò le mani sul petto, alzando il viso verso di me con un sorriso furbo, trionfante. «Questa è l'ultima volta che mi metti in mezzo per fare la donna davanti agli altri,» le sibilai a un millimetro dal viso, afferrandole i polsi prima che potesse accarezzarmi.
Lei fece la sfrontata, alzando il mento. «Però sei entrato.»
Ed era vero. Cazzo se era vero. Senza lasciarle il tempo di assaporare la vittoria, la feci girare su se stessa con una mossa decisa, schiacciandole la schiena contro il mio petto e costringendola a guardare la nostra immagine riflessa nello specchio davanti a noi. Le tenni le braccia bloccate lungo i fianchi. Trovai il famoso laccetto del costume, che ovviamente non era affatto incastrato, e glielo sistemai con lentezza, facendo scorrere le dita sulla sua schiena nuda e bollente.
Giulia iniziò a tremare. Pensava di comandare la scena, di avermi intrappolato, ma si rese conto all'improvviso che era esattamente il contrario. Era chiusa in trappola con me. Provò a voltarsi, a cercare la mia bocca, ma io la tenni ferma lì, di fronte allo specchio.
«Guardati,» le sussurrai all'orecchio, la mia voce un ringhio basso che sovrastava la musica del negozio. «Fai la grande da mezz'ora là fuori, fai la spavalda... e appena ti tocco non sai più dove mettere gli occhi.»
Il suo riflesso confermava ogni mia parola. Era rossa in viso, le labbra socchiuse, il respiro irregolare che faceva alzare e abbassare il piccolo seno contro la stoffa del costume. Aveva perso la battuta. La sua maschera era crollata nel giro di cinque secondi.
Spostai la mano destra, portandola davanti a lei. Afferrai il suo seno, stringendolo e impastandolo con foga attraverso la lycra sottile. La stoffa tesa mise in risalto il capezzolo turgido tra le mie dita. Giulia emise un gemito acuto, strozzato, mordendosi il labbro per non farsi sentire fuori. La sua testa cadde all'indietro contro la mia spalla.
Approfittando di quel suo smarrimento, la mia mano sinistra scese giù, lungo il suo stomaco piatto, per poi infilarsi senza esitazione sotto l'elastico dello slip del costume.
La trovai già completamente bagnata. Il suo stesso gioco l'aveva eccitata a dismisura. Trovai il clitoride e lo premetti con il pollice, compiendo un movimento circolare, secco e deciso.
Giulia inarcò la schiena, le ginocchia che le cedevano leggermente. «Franci... oddio, siamo in un negozio...» piagnucolò, la voce che si spezzava per il piacere e il terrore di essere scoperti.
«Ricordatelo, mocciosa,» le mormorai contro il collo, aumentando il ritmo delle mie dita giù in basso, mentre continuavo a stritolarle il seno con l'altra mano. I nostri sguardi rimasero incatenati nello specchio: io, dominatore e inflessibile, lei, completamente in balìa delle sensazioni, sottomessa e vinta dalla sua stessa inesperienza. «Sei tu che hai voluto le regole. Sono io che decido come, dove e quando. Io comando. Non dimenticarlo mai.»
All'improvviso, la voce della commessa risuonò forte e chiara appena fuori dalla nostra tenda, a pochi centimetri da noi. «Tutto bene lì dentro? Serve una taglia diversa?»
Giulia si irrigidì come una statua, gli occhi sbarrati dal panico assoluto nello specchio, il fiato bloccato in gola. Io estrassi la mano dai suoi slip in un lampo, lasciando anche la presa sul suo seno. Mi staccai da lei, sistemandomi la maglietta in un battito di ciglia.
«No, grazie! Va benissimo questo!» rispose Giulia con una voce stridula e falsamente allegra, anche se tremava da capo a piedi.
Feci scorrere la tendina per uscire. Prima di andarmene, mi fermai un istante sulla soglia. La guardai: era sudata, rossa in viso, le gambe molli, il costume stropicciato e una macchia umida inconfondibile che si stava allargando sul tessuto all'altezza dell'inguine.
«Compra questo,» le ordinai sottovoce, con un sorriso freddo. «Questo fine settimana al mare voglio vedere se sai comportarti.»
Giulia deglutì a fatica, appoggiandosi alla parete del camerino per non cadere. «E se non so?» sussurrò, con l'ultimo briciolo di sfida che le restava.
«Peggio per te,» risposi.
La lasciai lì, richiudendo la tenda alle mie spalle. Uscii dal negozio con le mani in tasca, camminando sotto le luci al neon, con la certezza matematica che quel fine settimana al mare sarebbe stato un fottuto, meraviglioso disastro.
Il tragitto in macchina dal centro commerciale a casa sua fu un incubo di tensione inespressa. Giulia teneva la busta di carta con il costume stretto sulle ginocchia, le nocche bianche per la forza con cui la stringeva. Fissava il finestrino ostinatamente. Non aveva spiccicato parola da quando eravamo usciti dal negozio. Il climax abortito nel camerino non aveva risolto nulla; l'aveva solo caricata a molla, lasciandola frustrata, bagnata e sudata sotto i vestiti.
«Miracolo. Silenzio,» dissi, tenendo gli occhi sulla strada.
«Non ho niente da dire,» rispose lei, secca, senza voltarsi.
«Quindi stai per dire una cazzata enorme.»
Quella provocazione fece saltare il tappo. Giulia si girò di scatto, gli occhi neri che lanciavano scintille di rabbia e desiderio insoddisfatto. «Mi hai fatto entrare in testa una cosa, mi hai toccata in quel modo in mezzo a un negozio, e poi pretendi che io stia tranquilla e muta sul sedile del passeggero? Non funziona così, Franci.»
«Funziona come dico io,» ringhiai, stringendo il volante.
«No!» esplose lei, la voce che vibrava di una ribellione feroce. «Funziona finché ti fa comodo. Mi accendi quando ti pare per sentirti il padrone della situazione, e poi mi spegni perché hai paura.»
Incassai il colpo. Sapevo che aveva ragione, ed era proprio questo che mi mandava in bestia. Volevo gestirla, ma lei si rifiutava di essere solo un burattino.
Accostai l'auto. Non in una stradina buia o in un parcheggio isolato. Accostai esattamente sotto il portone di casa sua, in pieno giorno. Intorno a noi c'era il rumore del traffico pomeridiano, i motorini che sgasavano, i vicini con le finestre aperte per il caldo. Una banalità opprimente, l'antitesi di qualsiasi atmosfera romantica o clandestina.
Spensi il motore. Giulia si ammutolì, guardandomi con un misto di attesa e confusione. Forse pensava che volessi baciarla, che volessi scusarmi. Invece, allungai una mano, le presi la busta del costume e gliela sbattei di nuovo con forza sulle cosce.
«Ascoltami bene,» le dissi, la voce dura, glaciale. «Questo fine settimana al mare, niente scenate. Niente battute strane davanti agli altri. Niente sguardi da gatta morta mentre sono con Erika. Niente giochetti provocatori davanti a tua madre. Devi essere invisibile.»
Giulia strinse i denti, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. «E io cosa dovrei fare per tre giorni? Stare ferma in un angolo come una bambola?»
«No. Come una persona che sa mantenere un cazzo di segreto.»
Lei mi guardò, per un istante genuinamente ferita dalla mia freddezza. Poi, l'istinto di sopravvivenza e la sua natura manipolatrice ripresero il sopravvento. «E se ci riesco?» sussurrò, inclinando appena la testa.
