Capitolo 8 - Tre Ore da Fidanzata
Una notte sospesa tra ricatto, desiderio e normalità rubata porta Giulia nel letto di Franci. Tra oggetti lasciati da Erika e attenzioni proibite, il confine tra gioco e scelta diventa sempre più pericoloso.
Guidai verso casa con il respiro corto e le mani incollate al volante, le nocche bianche per la tensione. L'aria condizionata dell'abitacolo mi ghiacciava il sudore sulla fronte, ma dentro stavo bruciando di un'ansia acida, corrosiva.
Non c'era eccitazione. C'era solo il terrore puro e matematico di un conto alla rovescia. Il mio cervello era incastrato in un loop di variabili mortali: Erika, ignara in corsia, con il telefono spento nel suo armadietto fino a mezzanotte. Giulia, con il dito sospeso su quel fottuto tasto Elimina per tutti, l'unico interruttore in grado di disinnescare la fine della mia vita. Quella singola, grigia spunta di WhatsApp. E io che stavo tornando nel mio appartamento, consapevole di stare per far entrare il nemico nel santuario.
Il telefono, abbandonato sul sedile del passeggero, non sembrava più un oggetto. Sembrava una sentenza con lo schermo acceso.
Appena aprii la porta di casa, venni investito dall'aria viziata del mio stesso appartamento. Feci due passi in corridoio e mi fermai sulla soglia della camera da letto. Il mio sguardo si inchiodò sul comodino. La boccetta azzurra del lubrificante era ancora lì. L'aveva lasciata Erika, con la tranquillità di chi sa di poter tornare. Era il simbolo della sua fiducia, e ora, in quella stanza silenziosa, mi sembrò un monumento osceno alla mia ipocrisia.
Il suono acuto del citofono mi fece sobbalzare. Premetti il pulsante per aprire il portone senza chiedere chi fosse. Sapevo già tutto.
Lasciai la porta d'ingresso socchiusa e aspettai. Sentii i suoi passi leggeri sulle scale. Quando Giulia comparve sulla soglia, l'immagine mi colpì allo stomaco. Non era la solita seduttrice sfrontata. Non aveva l'aria di chi è venuta per una scopata clandestina. Era un disastro umano. I suoi occhi scuri erano gonfi e arrossati, il trucco sbavato sotto le ciglia inferiori. I capelli neri erano sistemati male, e sulla guancia il rossore del mio schiaffo era sbiadito ma ancora tragicamente visibile. Aveva l'aria di chi ha pianto tutte le sue lacrime in un parchetto squallido, ma ora era lì per prendersi la sua fottuta vittoria.
Rimasi immobile, la mascella contratta. «Cancellalo,» fu la prima cosa che dissi, la voce dura, tesa.
Giulia non fece un passo. Rimase ferma sul pianerottolo. «No.»
«Giulia,» ringhiai, esasperato e in trappola.
Lei mi guardò dritto negli occhi, stringendo il telefono al petto come uno scudo. «Prima mi fai entrare come fai entrare lei.»
La frase mi gelò il sangue. Il tono non era provocatorio. Era una richiesta disperata, pesantissima. Restai spiazzato, aggrottando la fronte. «Che cazzo significa?»
«Significa che non voglio stare sulla porta come una cosa sbagliata,» rispose, la voce che tremava appena, ma carica di una dignità ferita. «Non voglio infilarmi dentro come un segreto sporco. Fammi spazio.»
Sapevo che stavo firmando la mia condanna, ma mi feci da parte. Le aprii la porta, accogliendola.
Appena varcò la soglia, Giulia non cercò la camera da letto. Iniziò la sua recita, e lo fece in un modo tossico, fastidioso, ma che nascondeva un bisogno infantile che mi disarmò.
Si guardò intorno nell'ingresso, stringendo la cinghia della sua borsa. «Lei dove mette la borsa?» chiese, studiando il mobilio.
Sospirai, passandomi una mano sul viso. «Non iniziare, Giulia.»
«Rispondi.»
«Sul divano, di solito,» cedetti, sentendomi ridicolo e in ostaggio.
Giulia annuì lentamente. Camminò fino al piccolo soggiorno e appoggiò la sua borsa esattamente al centro del cuscino del divano. Un gesto minuscolo, ma che segnava la conquista del primo centimetro di territorio. Si voltò verso di me. «Quando arriva, le chiedi se vuole bere?»
«Giulia...»
«Chiedimelo,» ordinò, gli occhi neri fissi nei miei.
Ingoiai il nodo che avevo in gola. Ero nervoso, frustrato, ma la guardai. «Vuoi bere qualcosa?»
Lei sorrise. Fu un sorriso appena accennato, malinconico e vittorioso. «Visto? Non era difficile.» Era tutto fottutamente malato. Voleva le attenzioni elementari della normalità, voleva la banale routine che io riservavo a sua sorella.
Senza aspettare che le portassi qualcosa, si diresse verso la cucina. Aprì il frigorifero, la luce fredda che le illuminava il viso segnato, e scrutò i ripiani mezzi vuoti. «Lei sa cosa tieni in frigo?» chiese, senza voltarsi.
«Non siamo a un quiz,» sibilai, appoggiandomi allo stipite della porta.
«Le fidanzate queste cose le sanno,» ribatté Giulia. Prese una bottiglia d'acqua minerale mezza vuota. Non prese un bicchiere. Svitò il tappo e bevve direttamente dal collo, deglutendo lentamente. Non cercava di fare la vamp; voleva solo comportarsi come se quella fosse casa sua, come se avesse il diritto di bere dalla mia stessa bottiglia.
Richiuse l'anta del frigo e tornò in soggiorno. Si sedette sul divano, proprio accanto alla sua borsa, incrociando le gambe. Si guardò intorno, studiando la prospettiva del televisore spento. «È qui che guardate i film?»
Non risposi. Fissai il pavimento, pregando che il tempo passasse in fretta.
«Mi dà fastidio immaginarla qui,» mormorò Giulia, la voce che si abbassava.
«Allora smettila di pensarci,» sbottai.
«No.» Alzò lo sguardo su di me. «Voglio stare esattamente dove è stata lei.» Era questa la sua natura. Non scappava dal dolore, non distoglieva lo sguardo. Ci si sedeva esattamente sopra, per consumarlo o per farsi consumare.
Si alzò di nuovo. Iniziava a muoversi con più sicurezza. Si diresse verso il bagno, accendendo la luce. La seguii a distanza. Si fermò davanti allo specchio sopra il lavandino. Si scostò una ciocca di capelli neri, inclinando il viso per esaminare la guancia sinistra sotto la luce cruda della lampada. Il segno rosso delle mie dita era un livido leggero, ma inequivocabile.
La guardò per lunghi secondi, in silenzio. «Si vede ancora?» chiese, rivolta al mio riflesso nello specchio.
Strinsi i denti, sentendo il senso di colpa montarmi nello stomaco. «Sì.»
Giulia sorrise al suo stesso riflesso, un sorriso spezzato. «Bene.»
«Non dire bene,» ringhiai, facendo un passo nel bagno, odiando me stesso per averle lasciato quel segno.
Lei si voltò verso di me, gli occhi carichi di una dipendenza oscura e disperata. «È l'unica cosa tua che posso far vedere.»
La frase mi tagliò il respiro. Era tossica, malata, ma rivelava il fondo del suo abisso. Per il mondo lei non era la mia ragazza, non era niente. Era il segreto chiuso a chiave, la voce soffocata. Quel livido era una prova di esistenza, il marchio fisico di un possesso sbagliato che preferiva pur di non avere nulla.
Il telefono non sparì mai dalla scena. Giulia lo teneva in mano, lo appoggiava sui mobili, lo riprendeva, sbloccava lo schermo per controllare l'orario e quella fottuta singola spunta grigia. Non lo usava solo come un'arma da puntarmi alla tempia; lo usava come garanzia. Era il suo scudo contro la mia indifferenza.
Mentre usciva dal bagno, fissai l'apparecchio luminoso stretto tra le sue dita. «Cancella il messaggio, Giulia,» le intimai di nuovo, la voce tesa.
Lei si fermò nel corridoio, sollevando appena una spalla. «Quando smetto di sentirmi ospite.»
«Sei un'ospite.»
Giulia fece un sorriso freddo, senza traccia di gioia. «No. Gli ospiti non vengono nel tuo letto con il potere di rovinarti la vita.»
Era una frase cattiva, affilata, e assolutamente perfetta. Mi ammutolì, inchiodandomi alla realtà dei fatti. Non era un'ospite. Era la padrona assoluta del mio destino per le successive tre ore.
Si avvicinò a me, fermandosi a un palmo dal mio petto. Il suo profumo, dolce e sudato, mi invase le narici. «Per tre ore voglio fare finta,» sussurrò, guardandomi dal basso verso l'alto.
«Finta di cosa?» chiesi, diffidente.
«Che quando entri in casa sei contento di vedermi,» rispose, e per un attimo la sua voce tremò, rivelando la voragine di solitudine che si portava dentro. «Che mi chiedi com'è andata la giornata. Che mi tocchi i capelli senza controllare se hai messaggi. Che se mi siedo sul tuo letto non sembra un reato, un fottuto segreto da nascondere.»
Rimasi zitto, il respiro bloccato in gola. Lei indurì lo sguardo, aggiungendo la lama finale: «Voglio vedere cosa ha lei quando non ci sono io.»
Una rabbia sorda mi montò nel petto. Non sopportavo che usasse Erika come metro di paragone per misurare il proprio valore. «Tu non vuoi me,» le sputai addosso, duro. «Tu vuoi solo dimostrare di poter essere lei.»
Giulia scosse la testa, un movimento secco. «No. Voglio dimostrare che posso essere scelta anche se non sono lei.»
Quella risposta mi disarmò. Chiariva il suo vero, disperato desiderio: non voleva sostituire la sorella al cento per cento. Voleva semplicemente smettere di essere lo scarto, l'ombra, la cosa laterale e sbagliata da usare nei ritagli di tempo.
Mi oltrepassò, camminando verso la camera da letto. La seguii, come trascinato da un filo invisibile.
Appena entrò, Giulia vide il letto intatto. Poi, i suoi occhi scattarono sul comodino. Fece due passi, allungò la mano e prese la boccetta azzurra del lubrificante di Erika.
«Questo è suo,» constatò, la voce piatta.
«Mettilo giù,» le ordinai, sentendo una fitta di vergogna.
Giulia non lo buttò. Lo riappoggiò sul legno con estrema delicatezza. Poi, prese il suo telefono, con lo schermo acceso sulla chat, e lo posò esattamente lì accanto. Il lubrificante e il messaggio non consegnato. La fiducia e il ricatto. Era l'altare grottesco del nostro triangolo malato, illuminato dalla luce giallastra della lampada.
«Lei ti ha lasciato una promessa,» mormorò Giulia, fissando i due oggetti. «Io ti ho lasciato una scadenza.» Si voltò a guardarmi, gli occhi lucidi. «Però lei può lasciarti le cose. Io devo minacciarti per farmi aprire la porta.»
Era tossica. Era manipolatrice. Ma era fottutamente, tragicamente umana.
Si voltò verso il materasso. «Quando lei viene qui, dove si mette?» chiese.
«Giulia, basta.»
«No. Voglio saperlo.»
Feci un respiro profondo, esasperato. Feci un cenno con il mento verso la parte sinistra del letto, quella più vicina alla finestra. Giulia non esitò. Si avvicinò e si sedette proprio lì, al centro esatto dello spazio di sua sorella, le mani appoggiate sulle cosce. «E tu cosa fai?»
«Dipende,» risposi, restando in piedi, rigido.
«Allora fai una cosa normale,» mi sfidò, la voce che si incrinava appena.
«Normale?»
«Sì. Una cosa da fidanzato.»
Mi sentii un pezzo di merda. Ero abituato a prenderla con forza, a zittirla, a piegarla negli angoli bui. Non ero abituato alla tenerezza alla luce del sole. Mi avvicinai lentamente. Mi sedetti sul bordo del letto, accanto a lei. L'aria condizionata della sala non arrivava bene in camera, e il calore dei nostri corpi iniziò a fondersi. Allungai le mani e le sfilai le scarpe da ginnastica, gettandole sul tappeto. Poi, alzai una mano. Esitai un istante prima di affondare le dita nei suoi capelli neri e scompigliati. Glieli accarezzai, spostandoli dal collo madido di sudore.
Giulia si irrigidì all'istante sotto il mio tocco. I suoi muscoli si tesero come corde di violino; non era abituata a essere sfiorata senza provocazione, senza rabbia o lussuria cruda.
E infatti, il suo istinto di difesa scattò per rovinare tutto. «Con lei ti viene più facile?» sussurrò, velenosa.
La guardai. Ma non risposi alla provocazione. Spostai la mano dai suoi capelli al suo viso. Il mio pollice sfiorò, con una delicatezza che non sapevo di avere, il segno rosso e livido che le avevo lasciato sulla guancia. La colpa mi invase, densa e opprimente. L'avevo colpita. Avevo segnato la sua pelle perfetta.
Giulia chiuse gli occhi al mio tocco, il respiro che si faceva tremante. «Non guardare quello,» sussurrò.
«L'ho fatto io.»
«Lo so.» Riaprì gli occhi, fissando i miei. Il veleno era sparito, sostituito da una nudità emotiva devastante. Abbassò la voce, quasi implorando. «Però adesso guardami come se non fosse l'unica cosa che vedi.»
Era tornata in sé. Non voleva essere il ricatto. Non voleva essere lo schiaffo. Non voleva essere il messaggio in sospeso. Voleva solo essere guardata. Voleva essere lei.
E io la guardai. Feci scivolare entrambe le mani lungo il suo collo, accarezzandole la gola, e mi chinai su di lei. Le mie labbra sfiorarono le sue, chiuse, in un bacio casto, esitante. Giulia emise un piccolo sospiro, socchiudendo la bocca, e io mi presi lo spazio che mi offriva.
Non ci fu l'impeto violento delle altre volte. Fu un bacio profondo, lento, sensuale. Le nostre salive si mescolarono in un ritmo intimo e prolungato che sapeva di sale e di resa. La spinsi dolcemente all'indietro, facendola stendere sul materasso, seguendo il suo corpo con il mio.
Le baciai il mento, la linea della mascella, scendendo sul collo, assaporando il gusto della sua pelle accaldata. Le mie mani non la strattonarono. Iniziarono a esplorare il suo corpo con una reverenza che la fece gemere sommessamente.
Sfilai il bordo della sua canottiera, accarezzando la pelle piatta del ventre, risalendo fino a sfiorare il pizzo del reggiseno. Lo slacciai con un movimento fluido, liberando i suoi seni piccoli, alti e sodi, dai capezzoli già turgidi e reattivi. Li presi tra i palmi, stringendoli con fermezza ma senza brutalità, massaggiando la carne giovane mentre la mia bocca tornava a impossessarsi della sua.
Giulia ansimava contro le mie labbra, le braccia morbidamente avvolte attorno alle mie spalle. Scivolai con una mano lungo il suo fianco, accarezzando la curva della vita per poi scendere sui suoi jeans. Le afferrai una natica, stringendo il culo sodo e perfetto attraverso il tessuto, impastando la carne con un movimento circolare che la fece inarcare contro il mio bacino.
«Franci...» sussurrò, il mio nome che le usciva come una preghiera laica.
Mi staccai dalle sue labbra per guardarla. Era bellissima, stesa sulle lenzuola di casa mia, gli occhi semichiusi, il respiro corto, il petto che si alzava e si abbassava sotto i miei tocchi lenti e carichi di desiderio. Per la prima volta, non si stava nascondendo. Non stavamo lottando contro il tempo, contro lo spazio o contro l'ombra di qualcun altro.
Le stavo dando esattamente ciò che aveva ricattato per avere. La stavo toccando come se fosse l'unica donna al mondo. Come se fosse la mia fidanzata. E l'erotismo di quella finta normalità era la droga più potente e letale che avessimo mai provato.
Il respiro di Giulia si era fatto pesante sotto le mie mani. La stavo accarezzando con una lentezza che non ci apparteneva, assecondando la sua disperata richiesta di normalità, ma il mio cervello non riusciva a spegnersi. Mentre le baciavo il collo, scendendo verso la clavicola, i miei occhi scattarono oltre la sua spalla, puntando di nuovo verso il comodino. Verso lo schermo nero del suo telefono, appoggiato accanto alla boccetta azzurra.
Giulia si irrigidì. Sentì il mio corpo distrarsi, sentì il mio sguardo scivolare via dalla sua pelle. Mi spinse leggermente il petto con i palmi, allontanandomi di qualche centimetro.
«Stai ancora pensando al messaggio,» constatò, la voce che tremava di una delusione amara. Prima, in corridoio, avrebbe goduto di quel potere. Ora, invece, le faceva solo male.
Non provai a mentirle. Eravamo andati troppo oltre per le bugie di circostanza. «È difficile non farlo, Giulia.»
Lei incassò il colpo sbattendo le palpebre. Guardò il soffitto per un secondo, poi riportò i suoi occhi scuri sui miei. «Quindi sei qui per quello.»
«No,» risposi d'istinto.
«Bugia.»
Era una crepa insanabile. Giulia aveva appena capito la trappola in cui si era rinchiusa da sola: il ricatto mi aveva costretto ad aprirle la porta di casa, ma finché quell'arma restava sul comodino, le avrebbe sempre impedito di sapere se la stavo toccando perché la volevo davvero, o solo per salvare la mia fottuta vita. Il messaggio aveva smesso di essere il suo scudo ed era diventato il suo ostacolo.
Si tirò su a sedere, allontanandosi dal mio corpo. Allungò il braccio verso il comodino e prese il telefono. Il mio stomaco si strinse in una morsa di panico. Pensai che stesse per premere invio, per far saltare in aria tutto visto che non riuscivo a darle l'attenzione totale che pretendeva.
Invece, sbloccò lo schermo. Aprì la chat con Erika. Mi guardò dritta negli occhi e il suo pollice premette sullo schermo.Elimina per tutti.
Il messaggio, la foto della sua guancia, la frase velenosa. Sparì tutto. Cancellato per sempre. Lo schermo tornò sulla lista delle chat. Lei bloccò il telefono e lo buttò sul pavimento, lontano dal letto.
Il silenzio nella stanza divenne assoluto. Rimasi senza parole, il cuore che mi batteva nel cranio. «Perché?» sussurrai, incapace di credere a quello che aveva appena fatto.
Giulia mi fissò, vulnerabile e bellissima. «Perché se resta lì, non saprò mai se mi stai scegliendo o se stai solo salvando lei.» Fece un respiro profondo, il petto nudo che si alzava. «Adesso non hai più una scusa.»
Era il punto di non ritorno. La dinamica era appena stata ribaltata. Non aveva più l'arma, non aveva più il controllo. Si era messa completamente, disperatamente nelle mie mani.
«Adesso puoi cacciarmi,» mormorò, abbassando lo sguardo sulle lenzuola stropicciate.
«Lo so.»
«E allora?»
Non risposi con le parole. Le presi il viso tra le mani e la baciai. E in quel bacio c'era il vero, imperdonabile tradimento. Non l'avrei mandata via. Potevo farlo, ero salvo, eppure restavo. Sceglievo lei.
La spinsi all'indietro sul materasso, mettendomi tra le sue gambe. Le slacciai i jeans e glieli sfilai facendoli scivolare lungo le caviglie, portandomi via anche l'intimo. Invece di risalire, rimasi inginocchiato ai piedi del letto. Le afferrai le cosce, morbide e calde, e gliele allargai. Giulia sussultò, il viso che le diventava di colpo rosso fuoco per l'imbarazzo e l'eccitazione di trovarsi così esposta, nella luce della mia camera, senza filtri.
Mi chinai su di lei, affondando il viso nella sua intimità. La sua pelle profumava di giovinezza e di sudore ansioso. La mia lingua scattò in avanti, leccandola con movimenti ampi, dal basso verso l'alto. Giulia emise un gemito acuto, strozzato, e istintivamente le sue cosce scattarono, stringendo con forza la mia testa in una morsa disperata. Non mi fermai. Usai le mani per tenerle aperti i fianchi e iniziai a succhiare il suo clitoride gonfiato, accarezzandolo con la punta della lingua in modo circolare, bagnandolo con la mia saliva. L'aiutai con due dita, scivolando dentro di lei. Era bagnata, ma tesa. I miei movimenti si coordinarono: la bocca implacabile sul suo centro di piacere e le dita che la massaggiavano dall'interno.
«Franci... ah... Dio...» urlò di piacere, inarcando la schiena così tanto che i suoi seni si sollevarono dal materasso. Le sue mani si aggrapparono alle lenzuola sopra la quale dormo con Erika, stringendole fino a far sbiancare le nocche.
Mi sollevai, spostandomi sopra di lei. Giulia, ansimante e con gli occhi annebbiati dal desiderio, allungò una mano verso la mia erezione, provando a stringermi e a segarmi, ma la fermai dolcemente per il polso. Allungai la mano verso il cassetto del comodino. Lo aprii e tirai fuori un preservativo. Era la stessa marca che usavo con Erika. Quelli che compravamo insieme al supermercato. Infilarmelo davanti agli occhi di sua sorella aveva un peso psicologico devastante.
Mi posizionai tra le sue gambe, appoggiandomi al suo ingresso. Provai a spingere con una pressione lenta. Giulia trattenne il fiato, stringendo i denti. Era tesa, il turbine emotivo della giornata le aveva irrigidito i muscoli, e l'attrito del lattice sulla sua pelle ci fece fermare quasi subito.
Giulia guardò oltre la mia spalla. Guardò la boccetta azzurra sul comodino. «Adesso voglio una cosa sua,» mormorò.
Mi bloccai. «Giulia...»
«No.» Alzò il viso verso di me, gli occhi limpidi. «Non per farle male. Perché voglio che anche una cosa lasciata da lei mi tocchi senza farmi sentire fuori posto. Voglio che per stanotte sia mio.»
Era un desiderio di appartenenza storto e bellissimo. Allungai la mano, presi la boccetta e versai il gel freddo sulle mie dita. Glielo spalmai delicatamente, massaggiando il suo ingresso, e poi ne aggiunsi sul lattice.
Mi riposizionai. Questa volta, complice il lubrificante di sua sorella, scivolai dentro di lei con una fluidità perfetta. Giulia lanciò un sospiro lungo, vibrante, le pareti della sua figa, strettissime, che avvolgevano il mio cazzo aderendo come un guanto caldo. «Così...» sussurrò, le lacrime che le inumidivano di nuovo le ciglia.
Iniziai a muovermi. Lento, dolce. Non c'era la foga rabbiosa del sesso punitivo. C'era un'intimità spaventosa. Le baciai le guance, le palpebre, il naso, per calmarla, per rassicurarla. Piano piano, l'intensità iniziò a salire. Il suono umido dei nostri corpi che sbattevano riempì la stanza. Il sudore ci incollava la pelle. Affondavo in lei fino in fondo, ritraendomi e spingendo di nuovo, il lubrificante che rendeva ogni movimento uno schiocco osceno e perfetto. I suoi gemiti diventarono più alti, ritmici.
Mentre il piacere ci spingeva verso il limite, Giulia mi strinse le spalle, conficcandomi le unghie nella carne. «Dillo,» ansimò, guardandomi dritto negli occhi.
«Cosa?» risposi, il fiato corto.
«Che adesso non stai pensando a lei.»
Esitai, una frazione di secondo in cui il ritmo delle mie spinte si fece più profondo.
«Non ti chiedo domani,» continuò lei, la voce rotta dal piacere imminente, stringendomi il viso tra le mani. «Non ti chiedo per sempre. Ti chiedo adesso.»
La guardai. Guardai la sua guancia impercettibilmente segnata, i suoi occhi in cui stavo annegando, il suo corpo che accoglieva il mio. E la barriera crollò. «Adesso voglio te,» le dissi, la voce roca e ferma, spingendo dentro di lei con tutta la forza che avevo.
Quella frase la spezzò in due. Non era una sostituzione. Era un desiderio diretto, puro, rivolto a lei. L'orgasmo di Giulia esplose in quell'istante. Gridò il mio nome, le sue pareti si contrassero attorno a me in spasmi violentissimi e serrati, un climax intenso, totale, che mi trascinò con sé oltre l'orlo del precipizio. Venni nel preservativo dentro di lei con un lamento sordo, svuotandomi completamente, lasciandomi cadere sul suo petto sudato, il cuore che mi rimbombava nelle orecchie.
Rimanemmo in silenzio per un tempo indefinito. L'aria della stanza si stava rinfrescando. Eravamo un groviglio di gambe e lenzuola stropicciate. Giulia era rannicchiata contro il mio fianco, la testa posata sul mio petto. Il suo respiro solleticava la mia pelle.
Non c'era panico, non ancora. C'era uno spazio sospeso, un minuto in cui Giulia stava provando davvero a vivere la sua fantasia.
«E adesso cosa fate di solito?» chiese all'improvviso, la voce morbida, pigra.
Sospirai, accarezzandole distrattamente la spalla. «Chi?»
«Tu e lei.»
Deglutii. Ma decisi di assecondarla, di restare in quel gioco di ruolo. «A volte parliamo. A volte lei è stanca per i turni in ospedale e si addormenta quasi subito.»
Giulia si strinse un po' di più contro di me. «Allora parla.»
«Di cosa?»
«Di una cosa normale.»
Era devastante. Aveva avuto il sesso, il potere, aveva scatenato un inferno psicologico, ma ora, in quel letto, voleva solo una cosa fottutamente normale.
Feci un respiro. E le raccontai dell'amministratore del condominio, di un vecchio del terzo piano che si era messo a urlare per l'orario in cui veniva passata l'aspirapolvere sulle scale, e della bolletta del Wi-Fi che stavano cercando di addebitarmi due volte. Una storia noiosissima, banale, stupida.
Lei ascoltò in silenzio. Teneva gli occhi chiusi, e per tre, lunghissimi minuti, sembrò davvero la mia ragazza, distesa nel mio letto dopo aver fatto l'amore, mentre la città fuori continuava a girare. Era un quadro di domesticità perfetta, eppure irrimediabilmente marcio alla radice.
Quando finii di parlare, calò di nuovo il silenzio. Giulia aprì gli occhi. Si sollevò sui gomiti e mi guardò. Non c'era malizia, non c'era rabbia. C'era un'incertezza infantile e dolorosa. «Franci...» sussurrò. «Con me ti annoieresti?»
La domanda di Giulia rimase sospesa nell'aria fresca della camera. Con me ti annoieresti? C'era una vulnerabilità così disarmante in quegli occhi scuri che, per un attimo, dimenticai tutto il resto. Dimenticai l'audio, il ricatto, la sorella che stava lavorando a pochi chilometri di distanza.
Feci un sorriso lento, scuotendo la testa. «Non mi annoierei mai con te, mocciosa,» le sussurrai, la voce roca. «Sarebbe fisicamente impossibile.»
Per dimostrarglielo, ribaltai improvvisamente le posizioni. Con un movimento fluido, la feci rotolare sulla schiena, bloccandole i polsi sopra la testa con una sola mano, mentre mi posizionavo a cavalcioni sui suoi fianchi. Giulia sussultò, gli occhi che si accendevano di una luce nuova, un misto di sorpresa e pura lussuria.
«Che fai?» ansimò, il petto che si alzava velocemente.
«Ti faccio passare la noia,» mormorai, abbassando il viso sul suo collo. Iniziai a baciarla, alternando morsi leggeri a leccate lente e umide lungo la linea della clavicola, facendola fremere. La mia mano libera scivolò giù, accarezzando la curva del suo fianco nudo, per poi risalire e chiudersi attorno al suo seno piccolo e sodo. Le massaggiai la carne, pizzicando il capezzolo turgido tra il pollice e l'indice. Giulia inarcò la schiena, un gemito lungo e vibrante che le sfuggì dalle labbra dischiuse.
Scesi con i baci lungo il suo sterno, tracciando la linea piatta del suo addome con la lingua. I suoi muscoli si contraevano a ogni mio tocco. Quando arrivai all'elastico invisibile della sua intimità, le mie dita iniziarono a stuzzicarla, sfiorando appena il clitoride ancora sensibile, scivolando sul bagnato che avevamo creato prima. Lei si divincolò sotto la mia presa, stringendo forte le cosce contro i miei fianchi. «Franci... mh... basta giocare...» piagnucolò, cercando di alzare il bacino per cercare una frizione più profonda.
«Sei tu che avevi paura di annoiarti,» la presi in giro, soffiando aria calda sulla sua pelle umida, prima di far scivolare due dita dentro di lei, lente e inesorabili, riprendendo a esplorare il suo corpo con una dedizione che la faceva letteralmente impazzire. Era un gioco erotico di potere e complicità, fatto di sospiri, pelle d'oca e risate soffocate contro i cuscini. Per quasi un'ora, le feci dimenticare ogni insicurezza, amandola con il corpo in modo totale, carnale e sfacciato.
Quando l'energia si esaurì, lasciando spazio a una stanchezza appagata, ci ritrovammo seduti sul letto. Io mi ero infilato i boxer e stavo cercando la mia maglietta sul pavimento. Giulia era seduta a gambe incrociate, i capelli neri arruffati, coperta a malapena dal lenzuolo.
Si passò una mano tra i capelli, cercando di districare un nodo. Si sfilò l'elastico nero di spugna dal polso, passandoselo tra le dita. Guardò il comodino, poi guardò me. L'ombra della realtà stava tornando a oscurare la stanza.
«Lei lascia cose qui?» mi chiese, la voce improvvisamente più bassa, quasi timida.
Mi fermai con la maglietta a mezz'aria. La guardai. «A volte,» risposi, sincero.
Giulia continuò a torturare l'elastico tra le dita, senza incrociare il mio sguardo. «Io no, vero?»
Il mio petto si strinse. Sapevo quanto quella risposta le avrebbe fatto male, ma eravamo tornati nel mondo reale. «Meglio di no, Giulia.»
Lei sorrise. Fu un sorriso spezzato, amaro, un tentativo di fare la dura che le riuscì solo a metà. «Certo. Segreto di stato.»
Mi voltai per un secondo, per raccogliere i suoi jeans gettati vicino alla porta e passarglieli. In quella frazione di secondo in cui le davo le spalle, Giulia prese la sua decisione. Non voleva lasciare una bomba a orologeria. Non voleva che Erika trovasse qualcosa e facesse una scenata. Era un gesto da fidanzata fallita, un atto di pura, disperata malinconia. Sollevò appena l'angolo del mio cuscino, quello su cui avevo dormito io, e ci fece scivolare sotto l'elastico nero. Lo coprì bene.
Quando mi girai a porgerle i pantaloni, lei era impassibile. Ma dentro di sé, si aggrappava a quel minuscolo pezzo di stoffa nascosto nel buio. Qualcosa di mio è rimasto lì. Una reliquia silenziosa per ricordarle che quella notte, per quelle tre ore, quel letto era stato suo.
La bolla si ruppe definitivamente mezz'ora dopo. Eravamo sdraiati, Giulia indossava solo una mia vecchia t-shirt grigia che le arrivava a metà coscia. Il profumo del detersivo si mescolava a quello del nostro sesso. Poi, lo schermo del mio telefono si illuminò. E questa volta, la suoneria ruppe il silenzio.
Erika.
Giulia smise di respirare. Io afferrai il telefono, il cuore che riprendeva a battere all'impazzata. «Pronto?» risposi, cercando di schiarirmi la voce.
«Ehi, amore,» rispose Erika. Aveva la voce stanca, impastata dalla stanchezza del pronto soccorso, ma stranamente calma. «Ho appena finito il turno. Mi cambio e arrivo. Mezz'ora e sono da te.»
«Okay. Ti aspetto,» dissi, la voce piatta, sentendo gli occhi di Giulia bruciarmi sulla pelle.
«A dopo,» chiuse Erika.
Abbassai il telefono. La scadenza era arrivata. Mi aspettavo che Giulia facesse una scenata. Mi aspettavo che si mettesse a piangere, che mi rinfacciasse che l'avevo usata, che minacciasse di nuovo di non andarsene e di farsi trovare lì da sua sorella.
Invece, Giulia fece una cosa che mi spiazzò completamente. Si alzò dal letto. L'orlo della mia maglietta le sfiorò le cosce nude. Si guardò intorno, raccolse i suoi jeans, il reggiseno e la canottiera. Si tolse la mia t-shirt sfilandola dalla testa con un movimento fluido e aggraziato, restando nuda per un istante sotto la luce della stanza, bellissima e fiera.
Si vestì in silenzio. Io la guardavo dal letto, incapace di muovermi, schiacciato dal senso di colpa e dalla tensione. «Giulia...» provai a dire.
«Non dire niente, Franci,» mi interruppe lei, allacciandosi il bottone dei jeans. Infilò le scarpe, si passò le mani sui vestiti per sistemarli. Poi, mi guardò. E nel suo sguardo non c'era l'ombra della ragazzina capricciosa.
C'era una lucidità inquietante. Nel suo essere infantile e ossessiva, aveva appena fatto un salto di consapevolezza. Sapeva che tra mezz'ora Erika avrebbe varcato quella porta. Sapeva che Erika si sarebbe stesa su quel letto, che mi avrebbe baciato, che io le avrei sorriso e avrei finto che fosse tutto perfetto. Ma Giulia sapeva anche un'altra cosa. Sapeva che la fame cruda, la disperazione, la passione violenta e la vulnerabilità che le avevo mostrato quell'ora prima, Erika non le avrebbe avute.
Erika aveva la facciata. Ma Giulia si era presa il fondo oscuro della mia anima. Una parte di me, la più vera, taciuta e spaventosa, ora era sua. Non di sua sorella, non della fidanzata perfetta. Solo ed esclusivamente sua.
Prese la borsa dal divano. Si fermò un secondo sull'uscio, girandosi a guardarmi per l'ultima volta. «Apri le finestre,» mi disse, con un piccolo, diabolico sorriso sulle labbra. «O capirà subito che mi hai scopata a morte.»
E senza aspettare risposta, si chiuse la porta alle spalle, lasciandomi solo nel silenzio della mia stessa rovina.
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