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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 8
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Capitolo 8 di 10 22 min di lettura

Tre Ore da Fidanzata

Una notte sospesa tra ricatto, desiderio e normalità rubata porta Giulia nel letto di Franci.
Tra oggetti lasciati da Erika e attenzioni proibite, il confine tra gioco e scelta diventa sempre più pericoloso.

Alessia
2 mesi fa · 1.4k letture · 1

Guidai verso casa con il respiro corto e le mani incollate al volante, le nocche bianche per la tensione. L'aria condizionata dell'abitacolo mi ghiacciava il sudore sulla fronte, ma dentro stavo bruciando di un'ansia acida, corrosiva.

Non c'era eccitazione. C'era solo il terrore puro e matematico di un conto alla rovescia. Il mio cervello era incastrato in un loop di variabili mortali: Erika, ignara in corsia, con il telefono spento nel suo armadietto fino a mezzanotte. Giulia, con il dito sospeso su quel fottuto tasto Elimina per tutti, l'unico interruttore in grado di disinnescare la fine della mia vita. Quella singola, grigia spunta di WhatsApp. E io che stavo tornando nel mio appartamento, consapevole di stare per far entrare il nemico nel santuario.

Il telefono, abbandonato sul sedile del passeggero, non sembrava più un oggetto. Sembrava una sentenza con lo schermo acceso.

Appena aprii la porta di casa, venni investito dall'aria viziata del mio stesso appartamento. Feci due passi in corridoio e mi fermai sulla soglia della camera da letto. Il mio sguardo si inchiodò sul comodino. La boccetta azzurra del lubrificante era ancora lì. L'aveva lasciata Erika, con la tranquillità di chi sa di poter tornare. Era il simbolo della sua fiducia, e ora, in quella stanza silenziosa, mi sembrò un monumento osceno alla mia ipocrisia.

Il suono acuto del citofono mi fece sobbalzare. Premetti il pulsante per aprire il portone senza chiedere chi fosse. Sapevo già tutto.

Lasciai la porta d'ingresso socchiusa e aspettai. Sentii i suoi passi leggeri sulle scale. Quando Giulia comparve sulla soglia, l'immagine mi colpì allo stomaco. Non era la solita seduttrice sfrontata. Non aveva l'aria di chi è venuta per una scopata clandestina. Era un disastro umano. I suoi occhi scuri erano gonfi e arrossati, il trucco sbavato sotto le ciglia inferiori. I capelli neri erano sistemati male, e sulla guancia il rossore del mio schiaffo era sbiadito ma ancora tragicamente visibile. Aveva l'aria di chi ha pianto tutte le sue lacrime in un parchetto squallido, ma ora era lì per prendersi la sua fottuta vittoria.

Rimasi immobile, la mascella contratta. «Cancellalo,» fu la prima cosa che dissi, la voce dura, tesa.

Giulia non fece un passo. Rimase ferma sul pianerottolo. «No.»

«Giulia,» ringhiai, esasperato e in trappola.

Lei mi guardò dritto negli occhi, stringendo il telefono al petto come uno scudo. «Prima mi fai entrare come fai entrare lei.»

La frase mi gelò il sangue. Il tono non era provocatorio. Era una richiesta disperata, pesantissima. Restai spiazzato, aggrottando la fronte. «Che cazzo significa?»

«Significa che non voglio stare sulla porta come una cosa sbagliata,» rispose, la voce che tremava appena, ma carica di una dignità ferita. «Non voglio infilarmi dentro come un segreto sporco. Fammi spazio.»

Sapevo che stavo firmando la mia condanna, ma mi feci da parte. Le aprii la porta, accogliendola.

Appena varcò la soglia, Giulia non cercò la camera da letto. Iniziò la sua recita, e lo fece in un modo tossico, fastidioso, ma che nascondeva un bisogno infantile che mi disarmò.

Si guardò intorno nell'ingresso, stringendo la cinghia della sua borsa. «Lei dove mette la borsa?» chiese, studiando il mobilio.

Sospirai, passandomi una mano sul viso. «Non iniziare, Giulia.»

«Rispondi.»

«Sul divano, di solito,» cedetti, sentendomi ridicolo e in ostaggio.

Giulia annuì lentamente. Camminò fino al piccolo soggiorno e appoggiò la sua borsa esattamente al centro del cuscino del divano. Un gesto minuscolo, ma che segnava la conquista del primo centimetro di territorio. Si voltò verso di me. «Quando arriva, le chiedi se vuole bere?»

«Giulia...»

«Chiedimelo,» ordinò, gli occhi neri fissi nei miei.

Ingoiai il nodo che avevo in gola. Ero nervoso, frustrato, ma la guardai. «Vuoi bere qualcosa?»

Lei sorrise. Fu un sorriso appena accennato, malinconico e vittorioso. «Visto? Non era difficile.» Era tutto fottutamente malato. Voleva le attenzioni elementari della normalità, voleva la banale routine che io riservavo a sua sorella.

Senza aspettare che le portassi qualcosa, si diresse verso la cucina. Aprì il frigorifero, la luce fredda che le illuminava il viso segnato, e scrutò i ripiani mezzi vuoti. «Lei sa cosa tieni in frigo?» chiese, senza voltarsi.

«Non siamo a un quiz,» sibilai, appoggiandomi allo stipite della porta.

«Le fidanzate queste cose le sanno,» ribatté Giulia. Prese una bottiglia d'acqua minerale mezza vuota. Non prese un bicchiere. Svitò il tappo e bevve direttamente dal collo, deglutendo lentamente. Non cercava di fare la vamp; voleva solo comportarsi come se quella fosse casa sua, come se avesse il diritto di bere dalla mia stessa bottiglia.

Richiuse l'anta del frigo e tornò in soggiorno. Si sedette sul divano, proprio accanto alla sua borsa, incrociando le gambe. Si guardò intorno, studiando la prospettiva del televisore spento. «È qui che guardate i film?»

Non risposi. Fissai il pavimento, pregando che il tempo passasse in fretta.

«Mi dà fastidio immaginarla qui,» mormorò Giulia, la voce che si abbassava.

«Allora smettila di pensarci,» sbottai.

«No.» Alzò lo sguardo su di me. «Voglio stare esattamente dove è stata lei.» Era questa la sua natura. Non scappava dal dolore, non distoglieva lo sguardo. Ci si sedeva esattamente sopra, per consumarlo o per farsi consumare.

Si alzò di nuovo. Iniziava a muoversi con più sicurezza. Si diresse verso il bagno, accendendo la luce. La seguii a distanza. Si fermò davanti allo specchio sopra il lavandino. Si scostò una ciocca di capelli neri, inclinando il viso per esaminare la guancia sinistra sotto la luce cruda della lampada. Il segno rosso delle mie dita era un livido leggero, ma inequivocabile.

La guardò per lunghi secondi, in silenzio. «Si vede ancora?» chiese, rivolta al mio riflesso nello specchio.

Strinsi i denti, sentendo il senso di colpa montarmi nello stomaco. «Sì.»

Giulia sorrise al suo stesso riflesso, un sorriso spezzato. «Bene.»

«Non dire bene,» ringhiai, facendo un passo nel bagno, odiando me stesso per averle lasciato quel segno.

Lei si voltò verso di me, gli occhi carichi di una dipendenza oscura e disperata. «È l'unica cosa tua che posso far vedere.»

La frase mi tagliò il respiro. Era tossica, malata, ma rivelava il fondo del suo abisso. Per il mondo lei non era la mia ragazza, non era niente. Era il segreto chiuso a chiave, la voce soffocata. Quel livido era una prova di esistenza, il marchio fisico di un possesso sbagliato che preferiva pur di non avere nulla.

Il telefono non sparì mai dalla scena. Giulia lo teneva in mano, lo appoggiava sui mobili, lo riprendeva, sbloccava lo schermo per controllare l'orario e quella fottuta singola spunta grigia. Non lo usava solo come un'arma da puntarmi alla tempia; lo usava come garanzia. Era il suo scudo contro la mia indifferenza.

Mentre usciva dal bagno, fissai l'apparecchio luminoso stretto tra le sue dita. «Cancella il messaggio, Giulia,» le intimai di nuovo, la voce tesa.

Lei si fermò nel corridoio, sollevando appena una spalla. «Quando smetto di sentirmi ospite.»

«Sei un'ospite.»

Giulia fece un sorriso freddo, senza traccia di gioia. «No. Gli ospiti non vengono nel tuo letto con il potere di rovinarti la vita.»

Era una frase cattiva, affilata, e assolutamente perfetta. Mi ammutolì, inchiodandomi alla realtà dei fatti. Non era un'ospite. Era la padrona assoluta del mio destino per le successive tre ore.

Si avvicinò a me, fermandosi a un palmo dal mio petto. Il suo profumo, dolce e sudato, mi invase le narici. «Per tre ore voglio fare finta,» sussurrò, guardandomi dal basso verso l'alto.

«Finta di cosa?» chiesi, diffidente.

«Che quando entri in casa sei contento di vedermi,» rispose, e per un attimo la sua voce tremò, rivelando la voragine di solitudine che si portava dentro. «Che mi chiedi com'è andata la giornata. Che mi tocchi i capelli senza controllare se hai messaggi. Che se mi siedo sul tuo letto non sembra un reato, un fottuto segreto da nascondere.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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