Vai al contenuto
Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 7
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 7 di 10 24 min di lettura

Gemiti dietro la Porta

Un pomeriggio rovente si trasforma in una guerra domestica fatta di desiderio, umiliazione e rancore.
Tra porte chiuse male, segreti registrati e ricatti improvvisi, Franci capisce che Giulia non vuole più restare fuori.

Alessia
3 mesi fa · 1.7k letture · 1

Il pomeriggio era così caldo che perfino il ventilatore sembrava aver smesso di crederci. Erika mi aveva trascinato in camera sua con la scusa di "cinque minuti di fresco" prima di prepararsi per il turno, e dopo tre minuti avevamo già perso ogni residuo di dignità.

L'aria nella stanza era immobile, una cappa densa e opprimente. Le persiane erano abbassate quasi fino in fondo, lasciando filtrare solo lame di luce dorata che tagliavano la penombra e illuminavano il pulviscolo sospeso sopra il letto. Fuori, il frinire assordante delle cicale era l'unico suono di una città paralizzata dall'afa.

Dentro, invece, l'unico suono era il rumore osceno della nostra pelle bagnata di sudore che sbatteva senza sosta.

Erika era affamata. La sicurezza e la complicità che avevamo ritrovato la notte del lubrificante l'avevano resa più ruvida, più esigente. Non c'erano preliminari dolci in quel pomeriggio torrido. Si era sfilata i pantaloncini in un secondo, mi aveva spinto sul materasso caldo e mi era montata sopra.

«Cazzo, Franci, fa un caldo infernale...» ansimò, i capelli biondi che le si appiccicavano alle guance arrossate, mentre sollevava il bacino e si lasciava cadere su di me con tutto il suo peso, accogliendomi fino in fondo con un gemito lungo e roco.

Il sesso pomeridiano aveva un sapore diverso. Era sporco, crudo, privo del romanticismo del buio. La luce cruda evidenziava ogni goccia di sudore che scivolava lungo il suo petto, tra i suoi seni che sobbalzavano a ogni spinta. Le lenzuola leggere erano già un groviglio umido e appiccicoso spinto ai piedi del letto. Erika si appoggiò con le mani sul mio petto, inarcando la schiena. Cercava di non fare troppo rumore, mordendosi il labbro inferiore, ma la voglia era troppa. Ogni volta che spingevo i fianchi verso l'alto, scontrandomi violentemente contro di lei, le sfuggiva un verso alto, vibrante di piacere.

E il letto non aiutava. La vecchia rete a molle scricchiolava a un ritmo serrato, implacabile, accompagnando le nostre spinte.

«Eri... fai piano,» mormorai, la voce impastata, stringendole i fianchi scivolosi per rallentarla. «La porta...» «La mamma non c'è,» rispose lei, con un sorriso audace e accaldato, ignorando il mio avvertimento e aumentando invece il ritmo, scendendo con il viso a sfiorare il mio collo. «Siamo soli. Voglio sentirti.»

Ma non eravamo soli.

La porta era chiusa, sì. Ma la parete che separava la camera di Erika dal corridoio e dalla stanza accanto era fottutamente sottile.

Mentre le mie mani stringevano i glutei sodi di Erika e il mio bacino martellava contro il suo, i miei occhi si fissarono su quel muro. Sapevo che Giulia era in casa. L'avevo sentita rientrare una mezz'ora prima, la chiave girata nella toppa e i passi leggeri sul parquet. Erika, mezza addormentata per il caldo, non ci aveva fatto caso. Ma io sì.

Oltre quel muro, a pochi metri dai nostri corpi intrecciati, c'era lei. All'inizio, forse, aveva provato a ignorare i rumori. Aveva messo le cuffie, o aveva alzato il volume del telefono. Ma il cigolio del letto era ritmico, pesante, e i gemiti di Erika, liberi e senza vergogna, attraversavano l'intonaco come pugnalate.

Potevo quasi vederla. In piedi nel corridoio o seduta sul bordo del suo letto, pietrificata. E sapevo esattamente cosa stava succedendo nel suo cervello. Non era solo eccitazione, non era il semplice voyeurismo malato che l'aveva eccitata in mare. Quello che stava provando in quel momento, mentre sua sorella urlava il mio nome, era un corto circuito totale. Era rabbia. Una gelosia corrosiva che le bruciava le vene.

Erika può averlo quando vuole. Questa era la verità che la schiacciava sotto il peso di quel caldo pomeriggio. Erika può fare rumore. Erika può essere toccata alla luce del sole, senza doversi vergognare, senza doversi nascondere. Erika può lasciargli il lubrificante sul comodino come una promessa, mentre a lei tocca l'umidità furtiva di un camerino o di un costume da bagno. Erika può essere la fidanzata.

Giulia, invece, doveva stare zitta. Doveva aspettare. Doveva guardare, o, come in quel momento, accontentarsi di ascoltare i suoni del mio piacere consumato nel corpo di un'altra.

Erika mi graffiò la schiena sudada, un gemito stridulo le sfuggì dalle labbra quando colpì il suo punto di massimo piacere. Le sue pareti si strinsero attorno a me in una morsa caldissima, e io persi il controllo. La strinsi forte contro di me, svuotandomi dentro di lei con un sospiro roco, mentre il materasso dava l'ultimo, lungo scricchiolio di assestamento.

Rimanemmo così, incollati dal sudore, i respiri pesanti che riempivano la stanza. Erika mi baciò la spalla, sorridendo, appagata e fottutamente padrona del suo mondo. Io, invece, fissai la parete bianca, con il cuore che mi batteva nel cranio. Sapevo che oltre quel muro, nel silenzio che era calato, Giulia stava affilando i coltelli. L'esclusione l'aveva portata al limite. E quando una ragazzina viziata e affamata capisce di essere confinata nell'ombra, è disposta a dare fuoco a tutta la casa pur di prendersi la luce.

La passione però ci aveva travolto e senza esitazione ci eravamo subito lanciati in un Secondo round.

Il letto scricchiolava a un ritmo serrato, accompagnando le mie spinte cieche e i gemiti di Erika. Eravamo immersi in un sesso pomeridiano, ruvido e sporco, il sudore che incollava le nostre pelli sotto il caldo atroce della stanza. Lei era sotto di me, le mani aggrappate alle mie spalle, le labbra dischiuse per cercare aria tra un lamento e l'altro. Ero completamente preso, perso in quella foga disperata e bellissima.

Finché la realtà non si insinuò, fredda e spietata.

Il mio telefono, appoggiato sul comodino, vibrò. Una, due, tre volte. Lo schermo si illuminò, accendendo un rettangolo bianco nella penombra creata dalle persiane abbassate. Con la coda dell'occhio, catturai il nome sul display prima che si spegnesse. Giulia.

Il mio bacino continuò a muoversi per inerzia, ma il cervello andò in stallo. Cercai di ignorarlo, spingendo più a fondo dentro Erika per ritrovare la concentrazione, ma il telefono vibrò di nuovo. E poi ancora. La curiosità malata e il terrore presero il sopravvento. Allungai una mano cieca, senza interrompere il ritmo, afferrai l'apparecchio e premetti il tasto laterale.

Giulia: «Si sente tutto.» Giulia: «Proprio tutto.»

Il respiro mi si bloccò nei polmoni. Sotto la notifica, c'era un file audio. Audio 0:17

Un brivido ghiacciato mi scese lungo la schiena sudata. Aveva registrato. Era fuori dalla porta e aveva registrato i rumori del letto, i miei respiri rotti, i gemiti di sua sorella. Li aveva imprigionati in diciassette secondi di file digitale.

Mentre Erika inarcava la schiena sotto di me, urlando sommessamente il mio nome, la follia di Giulia continuò a riversarsi sullo schermo. Giulia: «Devo farlo sentire anche a lei o smettete da soli?» Giulia: «Brava Erika, comunque.»Giulia: «Non pensavo facesse quei versi.» Giulia: «Glielo dico che la sentivo o vuoi dirglielo tu?»

L'eccitazione evaporò, sostituita da un panico acido. Mi fermai di colpo. «Franci... perché ti sei fermato?» mormorò Erika, riaprendo gli occhi velati di lussuria.

Ma non feci in tempo a rispondere. Due colpi secchi. Toc. Toc.

Erika si congelò all'istante, le pareti della sua intimità che si stringevano attorno a me per il puro spavento. Il silenzio nella stanza divenne improvvisamente assordante.

«Chi è?» chiese Erika, la voce acuta, afferrando istintivamente il lenzuolo per coprirsi il petto sudato, spingendomi indietro.

Nessuna risposta. Poi, la voce di Giulia, piatta, annoiata, glaciale, arrivò nitida da dietro il legno della porta chiusa. «Scusate, potete fare un po' più piano? Alcuni di noi stavano provando a non vomitare in soggiorno.»

La cattiveria di quella frase fu come una frustata. Erika divenne letteralmente paonazza, un misto di vergogna furibonda e umiliazione totale che le infiammò il viso. Si tirò su a sedere, buttandomi giù dal materasso, gli occhi sgranati.

«Giulia, sparisci!» urlò Erika, la voce che le tremava di rabbia.

«Volentieri,» rispose Giulia dall'altra parte, il tono calmo di chi ha in mano l'arma del delitto. «Ma magari chiudete meglio la porta la prossima volta. O almeno mettete la musica. E magari smettila di fare quei versi assurdi.»

Erika scattò in piedi come una molla, infischiandosene del caldo e della nudità. Si infilò i pantaloncini e la maglietta con movimenti convulsi, furibonda. Non era solo imbarazzata; si sentiva violata nell'intimità più profonda, a casa sua, da sua sorella. Io infilai i boxer, in preda al panico totale, afferrando i pantaloni.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 8

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista