Sorella Sbagliata

Capitolo 7 - Gemiti dietro la Porta

Un pomeriggio rovente si trasforma in una guerra domestica fatta di desiderio, umiliazione e rancore.
Tra porte chiuse male, segreti registrati e ricatti improvvisi, Franci capisce che Giulia non vuole più restare fuori.

A
Alessia

9 ore fa

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Il pomeriggio era così caldo che perfino il ventilatore sembrava aver smesso di crederci. Erika mi aveva trascinato in camera sua con la scusa di "cinque minuti di fresco" prima di prepararsi per il turno, e dopo tre minuti avevamo già perso ogni residuo di dignità.

L'aria nella stanza era immobile, una cappa densa e opprimente. Le persiane erano abbassate quasi fino in fondo, lasciando filtrare solo lame di luce dorata che tagliavano la penombra e illuminavano il pulviscolo sospeso sopra il letto. Fuori, il frinire assordante delle cicale era l'unico suono di una città paralizzata dall'afa.

Dentro, invece, l'unico suono era il rumore osceno della nostra pelle bagnata di sudore che sbatteva senza sosta.

Erika era affamata. La sicurezza e la complicità che avevamo ritrovato la notte del lubrificante l'avevano resa più ruvida, più esigente. Non c'erano preliminari dolci in quel pomeriggio torrido. Si era sfilata i pantaloncini in un secondo, mi aveva spinto sul materasso caldo e mi era montata sopra.

«Cazzo, Franci, fa un caldo infernale...» ansimò, i capelli biondi che le si appiccicavano alle guance arrossate, mentre sollevava il bacino e si lasciava cadere su di me con tutto il suo peso, accogliendomi fino in fondo con un gemito lungo e roco.

Il sesso pomeridiano aveva un sapore diverso. Era sporco, crudo, privo del romanticismo del buio. La luce cruda evidenziava ogni goccia di sudore che scivolava lungo il suo petto, tra i suoi seni che sobbalzavano a ogni spinta. Le lenzuola leggere erano già un groviglio umido e appiccicoso spinto ai piedi del letto. Erika si appoggiò con le mani sul mio petto, inarcando la schiena. Cercava di non fare troppo rumore, mordendosi il labbro inferiore, ma la voglia era troppa. Ogni volta che spingevo i fianchi verso l'alto, scontrandomi violentemente contro di lei, le sfuggiva un verso alto, vibrante di piacere.

E il letto non aiutava. La vecchia rete a molle scricchiolava a un ritmo serrato, implacabile, accompagnando le nostre spinte.

«Eri... fai piano,» mormorai, la voce impastata, stringendole i fianchi scivolosi per rallentarla. «La porta...» «La mamma non c'è,» rispose lei, con un sorriso audace e accaldato, ignorando il mio avvertimento e aumentando invece il ritmo, scendendo con il viso a sfiorare il mio collo. «Siamo soli. Voglio sentirti.»

Ma non eravamo soli.

La porta era chiusa, sì. Ma la parete che separava la camera di Erika dal corridoio e dalla stanza accanto era fottutamente sottile.

Mentre le mie mani stringevano i glutei sodi di Erika e il mio bacino martellava contro il suo, i miei occhi si fissarono su quel muro. Sapevo che Giulia era in casa. L'avevo sentita rientrare una mezz'ora prima, la chiave girata nella toppa e i passi leggeri sul parquet. Erika, mezza addormentata per il caldo, non ci aveva fatto caso. Ma io sì.

Oltre quel muro, a pochi metri dai nostri corpi intrecciati, c'era lei. All'inizio, forse, aveva provato a ignorare i rumori. Aveva messo le cuffie, o aveva alzato il volume del telefono. Ma il cigolio del letto era ritmico, pesante, e i gemiti di Erika, liberi e senza vergogna, attraversavano l'intonaco come pugnalate.

Potevo quasi vederla. In piedi nel corridoio o seduta sul bordo del suo letto, pietrificata. E sapevo esattamente cosa stava succedendo nel suo cervello. Non era solo eccitazione, non era il semplice voyeurismo malato che l'aveva eccitata in mare. Quello che stava provando in quel momento, mentre sua sorella urlava il mio nome, era un corto circuito totale. Era rabbia. Una gelosia corrosiva che le bruciava le vene.

Erika può averlo quando vuole. Questa era la verità che la schiacciava sotto il peso di quel caldo pomeriggio. Erika può fare rumore. Erika può essere toccata alla luce del sole, senza doversi vergognare, senza doversi nascondere. Erika può lasciargli il lubrificante sul comodino come una promessa, mentre a lei tocca l'umidità furtiva di un camerino o di un costume da bagno. Erika può essere la fidanzata.

Giulia, invece, doveva stare zitta. Doveva aspettare. Doveva guardare, o, come in quel momento, accontentarsi di ascoltare i suoni del mio piacere consumato nel corpo di un'altra.

Erika mi graffiò la schiena sudada, un gemito stridulo le sfuggì dalle labbra quando colpì il suo punto di massimo piacere. Le sue pareti si strinsero attorno a me in una morsa caldissima, e io persi il controllo. La strinsi forte contro di me, svuotandomi dentro di lei con un sospiro roco, mentre il materasso dava l'ultimo, lungo scricchiolio di assestamento.

Rimanemmo così, incollati dal sudore, i respiri pesanti che riempivano la stanza. Erika mi baciò la spalla, sorridendo, appagata e fottutamente padrona del suo mondo. Io, invece, fissai la parete bianca, con il cuore che mi batteva nel cranio. Sapevo che oltre quel muro, nel silenzio che era calato, Giulia stava affilando i coltelli. L'esclusione l'aveva portata al limite. E quando una ragazzina viziata e affamata capisce di essere confinata nell'ombra, è disposta a dare fuoco a tutta la casa pur di prendersi la luce.

La passione però ci aveva travolto e senza esitazione ci eravamo subito lanciati in un Secondo round.

Il letto scricchiolava a un ritmo serrato, accompagnando le mie spinte cieche e i gemiti di Erika. Eravamo immersi in un sesso pomeridiano, ruvido e sporco, il sudore che incollava le nostre pelli sotto il caldo atroce della stanza. Lei era sotto di me, le mani aggrappate alle mie spalle, le labbra dischiuse per cercare aria tra un lamento e l'altro. Ero completamente preso, perso in quella foga disperata e bellissima.

Finché la realtà non si insinuò, fredda e spietata.

Il mio telefono, appoggiato sul comodino, vibrò. Una, due, tre volte. Lo schermo si illuminò, accendendo un rettangolo bianco nella penombra creata dalle persiane abbassate. Con la coda dell'occhio, catturai il nome sul display prima che si spegnesse. Giulia.

Il mio bacino continuò a muoversi per inerzia, ma il cervello andò in stallo. Cercai di ignorarlo, spingendo più a fondo dentro Erika per ritrovare la concentrazione, ma il telefono vibrò di nuovo. E poi ancora. La curiosità malata e il terrore presero il sopravvento. Allungai una mano cieca, senza interrompere il ritmo, afferrai l'apparecchio e premetti il tasto laterale.

Giulia: «Si sente tutto.» Giulia: «Proprio tutto.»

Il respiro mi si bloccò nei polmoni. Sotto la notifica, c'era un file audio. Audio 0:17

Un brivido ghiacciato mi scese lungo la schiena sudata. Aveva registrato. Era fuori dalla porta e aveva registrato i rumori del letto, i miei respiri rotti, i gemiti di sua sorella. Li aveva imprigionati in diciassette secondi di file digitale.

Mentre Erika inarcava la schiena sotto di me, urlando sommessamente il mio nome, la follia di Giulia continuò a riversarsi sullo schermo. Giulia: «Devo farlo sentire anche a lei o smettete da soli?» Giulia: «Brava Erika, comunque.»Giulia: «Non pensavo facesse quei versi.» Giulia: «Glielo dico che la sentivo o vuoi dirglielo tu?»

L'eccitazione evaporò, sostituita da un panico acido. Mi fermai di colpo. «Franci... perché ti sei fermato?» mormorò Erika, riaprendo gli occhi velati di lussuria.

Ma non feci in tempo a rispondere. Due colpi secchi. Toc. Toc.

Erika si congelò all'istante, le pareti della sua intimità che si stringevano attorno a me per il puro spavento. Il silenzio nella stanza divenne improvvisamente assordante.

«Chi è?» chiese Erika, la voce acuta, afferrando istintivamente il lenzuolo per coprirsi il petto sudato, spingendomi indietro.

Nessuna risposta. Poi, la voce di Giulia, piatta, annoiata, glaciale, arrivò nitida da dietro il legno della porta chiusa. «Scusate, potete fare un po' più piano? Alcuni di noi stavano provando a non vomitare in soggiorno.»

La cattiveria di quella frase fu come una frustata. Erika divenne letteralmente paonazza, un misto di vergogna furibonda e umiliazione totale che le infiammò il viso. Si tirò su a sedere, buttandomi giù dal materasso, gli occhi sgranati.

«Giulia, sparisci!» urlò Erika, la voce che le tremava di rabbia.

«Volentieri,» rispose Giulia dall'altra parte, il tono calmo di chi ha in mano l'arma del delitto. «Ma magari chiudete meglio la porta la prossima volta. O almeno mettete la musica. E magari smettila di fare quei versi assurdi.»

Erika scattò in piedi come una molla, infischiandosene del caldo e della nudità. Si infilò i pantaloncini e la maglietta con movimenti convulsi, furibonda. Non era solo imbarazzata; si sentiva violata nell'intimità più profonda, a casa sua, da sua sorella. Io infilai i boxer, in preda al panico totale, afferrando i pantaloni.

Erika spalancò la porta della camera. Giulia era lì, a due metri di distanza, in corridoio. Indossava dei jeans strappati e una canottiera, le braccia incrociate e il telefono stretto in una mano. Aveva l'aria finta tranquilla, ma i suoi occhi neri erano carichi di un odio denso.

«Tu sei malata,» ringhiò Erika, andandole incontro.

Giulia non si ritrasse. «Io? Siete voi che urlate e scricchiolate con la porta chiusa male alle quattro del pomeriggio. Pensavate di essere soli nel mondo?»

«Hai ascoltato dietro la porta, brutta stronza?»

«Era difficile non farlo, Erika,» ribatté Giulia, un sorrisetto crudele che le piegava le labbra. «Sembrava una puntata brutta di un podcast porno. Facevi schifo.»

«Mi fai schifo tu!» La frase esplose dalla gola di Erika. Fu secca, dura, definitiva. Una coltellata da sorella ferita. «Mi fai proprio schifo, Giulia. Non hai più un limite. Ti infili nelle mie cose, nei miei vestiti, nella mia stanza, e adesso pure nel mio letto da fuori la porta. Sei marcia dentro.»

Giulia incassò il colpo. La mascella le si contrasse e vidi i suoi occhi velarsi di lacrime rabbbiose. Si sentiva esclusa, messa all'angolo. E quando Giulia si sentiva all'angolo, azzannava alla gola. E decise di colpire anche me, l'uomo che aveva appena goduto con colei che la stava offendendo.

Spostò lo sguardo su di me, in piedi sulla soglia, a torso nudo. «Chiedi a lui se gli dà così fastidio quando mi metto in mezzo,» disse, con una freddezza che mi fece gelare il midollo.

Erika si voltò di scatto verso di me, la rabbia che si mescolava alla confusione. «Che significa, Franci?»

Ero sul ciglio del baratro. Dovevo pensare più in fretta di quanto il mio cervello fosse in grado di fare. «Significa che è una bugiarda patentata,» le dissi, camminando verso di loro e piantandomi davanti a Giulia, con uno sguardo duro, di avvertimento. «Significa che l'altro giorno mi ha scritto per chiedermi di convincerti a non trattarla come una bambina. Sta facendo la vittima manipolatrice anche adesso, Eri, per difendersi.»

L'alibi sembrò reggere. Erika si voltò di nuovo verso la sorella, ma il suo occhio cadde sulla mano di Giulia, chiusa rigidamente attorno al cellulare.

«Cos'hai in mano?» le chiese Erika, la voce improvvisamente più bassa e pericolosa.

Giulia non rispose. Si strinse il telefono al petto, facendo un passo indietro.

Erika capì. La consapevolezza le sbiancò il viso. «Dimmi che non hai registrato,» sussurrò, perdendo completamente la testa, avvicinandosi minacciosa. «Dimmi che non sei così fottutamente schifosa.»

«Era per farvi capire che si sentiva tutto!» urlò Giulia, sulla difensiva.

«No!» sbraitò Erika. «Era per umiliarmi! Perché tu non sopporti che qualcosa non riguardi te! Devi distruggere tutto!»

La verità colpì Giulia in pieno viso, spezzandole per un attimo la maschera arrogante. Ma il vero pericolo era ancora in agguato.

«A chi l'hai mandato?» chiese Erika, la voce tremante di puro panico. «A chi cazzo l'hai mandato, Giulia?!»

Giulia mi guardò. Fu una frazione di secondo in cui capii che stava per dire "a lui", stava per distruggere ogni cosa, non le importava di affondare se questo significava trascinarmi a fondo con lei.

Intervenni prima che potesse aprire bocca. «L'ha mandato a me,» dissi, la voce durissima, glaciale.

Erika si girò verso di me, gli occhi sbarrati. «A te?»

«Sì,» mentii, guardandola dritta negli occhi per risultare credibile. «Me ne sono accorto un attimo prima che bussasse. È per questo che mi sono fermato. Voleva fare la passivo-aggressiva perché era troppo vigliacca per bussare e basta. E mi fa schifo tanto quanto a te.»

Poi, mi voltai verso Giulia. «Cancellalo. Ora.»

Giulia mi guardò con un odio viscerale. Sentiva che l'avevo tradita. L'avevo appena gettata in pasto alla rabbia di Erika, trattandola come il problema per salvare me stesso. Anche se lei stessa era il problema, quel tradimento da parte del suo "maestro" le bruciò più di ogni altra cosa.

«Fammelo vedere!» le urlò Erika, avvicinandosi.

Giulia, con le mani che le tremavano, aprì la chat e premette "elimina per tutti", poi svuotò la cartella dei file recenti davanti agli occhi della sorella.

A quel punto, Erika scoppiò. Non era più una questione di pudore, era un vaso di Pandora di frustrazione accumulata per anni che si rovesciava. «Io sono stanca di te!» le sputò in faccia, indicandola col dito tremante. «Ogni volta che sono felice devi entrare e sporcare tutto. Se sto bene, fai casino. Se ho qualcosa, lo vuoi. Se qualcuno mi guarda, devi farti guardare di più. Non sei ribelle, Giulia. Sei vuota. Vuoi solo rubare l'attenzione degli altri perché non sai cosa farti di te stessa!»

Giulia incassò quella scarica di verità senza battere ciglio, stringendo i denti. E quando Erika finì, lei sganciò il suo colpo, lento e mortale, mirando al centro esatto delle sue insicurezze. «Almeno io non devo elemosinare attenzioni, né piagnucolare affetto da uno che, appena può, guarda sempre altrove.»

Gelo totale. Mi pietrificai. Erika si girò lentamente verso di me, la bocca mezza dischiusa. Il dubbio si era insinuato. Giulia aveva quasi detto troppo, era a un passo dal baratro.

«Basta,» intervenni, prima che la situazione precipitasse per sempre. Afferrai Giulia per un braccio, senza stringere troppo ma con fermezza. «Vattene in camera tua. Smettila di dire stronzate e sparisci.»

Giulia mi guardò. Era ferita, furiosa, umiliata dal mio allontanamento. Si divincolò con uno strattone feroce. «No. Tanto è quello che volete tutti, no? Che io sparisca e non dia fastidio.» Prese la borsa dall'ingresso e si diresse verso la porta di casa, infilandosi le scarpe malamente.

«Giulia, torna qui!» le urlò Erika.

Giulia aprì la porta, le lacrime che ormai le rigavano il trucco sbavato. Si voltò per un'ultima, devastante coltellata. «Vai a farti scopare in pace, Eri,» singhiozzò, ridendo amaramente. «Tanto è l'unica cosa che ti riesce meglio di me.»

La porta si chiuse con un boato spaventoso, facendo tremare i vetri dell'ingresso.

Il silenzio che seguì fu assordante, pesante come piombo. Restai immobile, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. L'istinto mi urlava di correre giù per le scale, di fermare Giulia, di spiegarle perché l'avevo trattata così, di prendere le redini di quel mostro che si sentiva abbandonato. Ma sapevo che se l'avessi seguita, avrei perso tutto in un secondo.

Mi voltai verso Erika. Era appoggiata al muro del corridoio, il viso tra le mani, distrutta e umiliata fin nelle ossa. Mi avvicinai e provai ad abbracciarla.

«Non toccarmi,» singhiozzò lei, respingendomi debolmente con una mano sul petto. «Mi sento sporca.»

«Eri, non hai fatto niente di male,» le mormorai dolcemente, ignorando il suo rifiuto e avvolgendole le braccia intorno alle spalle sudate. La tirai contro di me, baciandole i capelli. «Siamo fidanzati. A casa tua. È lei che è fuori controllo. Ha sbagliato, e hai fatto bene a sgridarla. Non c'è nulla di cui vergognarsi.»

«Lo so,» rispose lei, la voce rotta dal pianto contro il mio collo. «Ma lei riesce sempre a farmi sentire così. Inadeguata. Sbagliata. Come se io fossi vecchia, e lei avesse il mondo in pugno.»

La strinsi più forte, sentendomi il pezzo di merda più grosso del pianeta. Le mormorai parole di conforto, l'aiutai a calmarsi, a respirare in quella casa vuota che puzzava di tradimento e risentimento.

Ma quando finalmente alzò il viso, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano, disse la cosa più spaventosa di tutte.

«Non era solo per me.»

Aggrottai la fronte, sentendo il sangue gelarmi. «Che vuoi dire?»

Erika mi guardò negli occhi, con un'espressione indecifrabile, a metà tra il terrore e l'intuizione. «Non lo so. Ma quando ha detto quelle cose orribili... quando ha detto che devo elemosinare attenzioni da te... non guardava me.» Fece una pausa, deglutendo a fatica. «Guardava te, Franci.»

Rimasi in silenzio. E capii che le fondamenta della nostra casa erano appena state minate. Il sospetto non era più un'ombra: era appena entrato dalla porta principale. E l'unica cosa che potevo fare era aspettare l'esplosione.

Il tragitto in macchina verso l'ospedale fu un buco nero di tensione. L'aria condizionata sparata al massimo non riusciva a gelare il sudore freddo che mi sentivo addosso. Erika fissava il finestrino. Aveva gli occhi lucidi, la mascella contratta, il trucco rifatto in fretta per coprire i segni del pianto e della rabbia. Si stava preparando per affrontare un turno in corsia, ma la sua testa era ancora incastrata in quel corridoio, dietro la porta di camera sua.

«Secondo te sono cattiva con lei?» chiese all'improvviso, la voce raschiata, senza voltarsi a guardarmi.

Strinsi le mani sul volante. «A volte siete cattive entrambe.»

«Non fare il diplomatico del cazzo, Franci,» sbottò, girandosi di scatto. Era ferita, e quando Erika era ferita, non faceva sconti a nessuno. Mi fissò, e nei suoi occhi azzurri vidi l'ombra nera del dubbio che prendeva forma. «C'è qualcosa tra te e Giulia che non capisco?»

Gelo. Il cuore mi saltò un battito, sbattendo violentemente contro la cassa toracica. Era la domanda che temevo di più. Se avessi esitato un secondo di troppo, mi sarei scavato la fossa da solo. Dovevo darle una spiegazione che avesse senso, una bugia costruita sulle fondamenta di una mezza verità.

«Sì,» risposi, mantenendo il mio sguardo incollato alla strada.

Erika si irrigidì. Mi guardò, aspettando la mazzata.

«Mi usa come arbitro,» continuai, la voce ferma, calcolata. «Come scudo. Come pubblico. Quando litiga con te cerca sempre il mio sguardo perché sa che è la cosa che ti fa incazzare di più. Vuole farmi schierare, vuole dimostrare che può manipolare la situazione. Non c'è altro. Ma devo smettere di darle corda, hai perfettamente ragione tu.»

Era una bugia quasi vera. Ed era l'unica cosa che poteva salvarmi. Erika sembrò soppesare le mie parole. Il suo respiro si regolarizzò appena, aggrappandosi a quella spiegazione logica, rassicurante. Eppure, il sospetto non svanì del tutto. «Non farmi sentire stupida, Franci.» La sua voce era un sussurro carico di avvertimento e di una vulnerabilità disarmante.

«Non lo farò,» mentii, per l'ennesima volta, sentendomi marcire dentro.

Accostai davanti all'ingresso dell'ospedale. Erika prese la borsa, aprì lo sportello, ma prima di scendere si voltò verso di me. Mi diede un bacio freddo, veloce, che non sapeva di niente. «Non so che cosa le prenda,» mormorò, guardandomi negli occhi. «Ma oggi non sembrava solo contro di me. Sembrava che volesse colpire anche te.»

«È solo fuori controllo,» risposi.

Lei mi scrutò un'ultima volta. «Allora non darle altro controllo.» Chiuse la portiera e sparì oltre le porte scorrevoli del pronto soccorso.

Non aspettai nemmeno di ripartire. Appena la vidi sparire, presi il telefono e chiamai Giulia. Il telefono squillò a vuoto. Richiamai. Niente. Alla terza volta, la linea si aprì.

«Che vuoi?» rispose lei.

«Dove sei?» ringhiai.

«Non con tua moglie, tranquillo,» sputò acida.

«Dove sei, Giulia.»

«Vaffanculo.»

«Se non me lo dici subito, chiamo tua madre e le dico di venire a cercarti.»

Silenzio dall'altra parte. Poi, un sospiro rabbioso. «Parchetto dietro la palestra. Contento? Vieni a finire il processo.» E riattaccò.

Il parchetto dietro la palestra comunale era un posto squallido, secco e abbandonato. Niente ombra, niente romanticismo. Solo panchine di cemento, erba bruciata dal sole, un paio di cassonetti stracolmi e il rumore lontano dei motorini sulla statale. La luce arancione del tardo pomeriggio tagliava l'aria caldissima, rendendo tutto ancora più opprimente.

Parcheggiai la macchina. La vidi subito. Giulia era seduta sul muretto di cinta, le ginocchia al petto. Aveva gli occhi arrossati, il trucco sciolto che le sporcava le guance, ma la postura era rigida, sulla difensiva. Non era una vittima pura. Era un animale ferito, pronto a mordere per primo.

Scesi dall'auto, sbattendo lo sportello. «Hai finito il turno da fidanzato perfetto?» mi accolse, la voce carica di veleno.

«Sali in macchina.»

«No.»

Mi fermai a un metro da lei. «Giulia, non farmelo ripetere.»

Lei inarcò un sopracciglio, sfidandomi apertamente. «Che fai, mi registri anche tu? Così siamo pari?»

Non risposi. Aprii la portiera del passeggero e aspettai. Lei mi guardò con odio, poi scivolò giù dal muretto e salì, ma solo perché sapeva che il vero scontro richiedeva uno spazio chiuso.

Chiusi la portiera, feci il giro e mi sedetti al volante. Non partii. Lasciai il motore acceso, l'aria condizionata che soffiava rumorosamente nell'abitacolo. Il silenzio tra noi era teso come una corda di pianoforte. Giulia teneva le braccia incrociate sotto il seno, il viso ostinatamente rivolto verso il finestrino, fissando l'erba secca.

«Tu oggi hai fatto una cosa disgustosa,» esordii, la voce bassa e tagliente come ghiaccio.

«No,» ribatté subito, girandosi a guardarmi. «Io ho fatto sentire a Erika quello che lei fa sentire a me da settimane.»

«Non osare rigirarla così.»

«Perché?!» esplose lei, la voce che si alzava. «Perché lei poverina si è vergognata per cinque minuti? Lei almeno può vergognarsi dopo. Io devo stare zitta prima, durante e dopo! Devo stare zitta in mare, devo stare zitta nel mio letto, devo stare zitta sempre!»

«Stai zitta anche adesso,» ringhiai.

Ma lei aveva superato il limite. Non le importava più delle conseguenze. «Dovevi vedere la sua faccia quando ha capito che l'avevo registrata,» sibilò, un sorriso crudele e malato che le deformava i lineamenti. «Sembrava nuda anche vestita.»

«Giulia, smettila.»

«No. Mi è piaciuto. Per una volta era lei quella fuori posto. Mi ha detto che le faccio schifo. Lei! Quella che gemeva come se la stessero ammazzando, con sua sorella nella stanza accanto a sentire tutto!»

«Ho detto basta!» alzai la voce, sbattendo un pugno sul volante.

«La prossima volta glielo mando davvero,» mi sfidò, sporgendosi verso di me, gli occhi neri lucidi di pazzia. «Senza cancellarlo. Così magari capisce che non basta chiudere una porta a chiave per tenersi tutto per sé.»

Mi irrigidii. E lei, capendo di aver toccato il nervo scoperto, affondò il colpo più velenoso. «O magari glielo dico e basta. Le dico che il problema non è che io ascolto da dietro la porta. Il problema, Franci, è che tu mi rispondi.»

Persi la testa. Il mio braccio scattò in avanti. Le afferrai la mascella con la mano destra, stringendo le dita contro le sue guance con una forza brutale, costringendola a guardarmi in faccia. Non c'era nulla di erotico, nulla di sensuale in quel gesto. Era pura, disperata voglia di zittirla.

«Tu non nomini Erika così. Mai più,» le sibilai a un millimetro dalla bocca.

Ma Giulia non si lasciò intimidire. Anche stretta nella mia morsa, continuò a parlare, le parole che le uscivano a fatica tra la rabbia e le lacrime che iniziavano a pungerle gli occhi. «Perché? Ti fa male sentirlo? Ti fa male che lei non sia più pulita e intoccabile nella tua testa?»

«Stai zitta.»

«No!» sputò lei, spingendo il viso contro la mia mano. «Lei non è migliore di me. È solo arrivata prima!»

La mia mano sinistra partì prima ancora che il mio cervello potesse elaborare il comando.

Lo schiaffo fu secco, fulmineo. Il rumore della mia mano contro la sua guancia rimbombò nell'abitacolo chiuso in modo spaventoso, sovrastando l'aria condizionata.

Giulia fu sbalzata di lato dalla forza del colpo. Una ciocca di capelli le cadde sul viso. Restò immobile, il viso girato verso il finestrino.

Il gelo mi paralizzò istantaneamente. Guardai la mia mano tremare. Che cazzo avevo fatto? Giulia portò lentamente le dita a sfiorarsi la guancia, che stava già diventando rossa. Non pianse. Si voltò verso di me, gli occhi lucidi ma spaventosamente freddi.

«Eccolo,» mormorò, con un filo di voce.

«Giulia...» provai a dire, il fiato corto.

«No. Eccolo. Finalmente.» Mi fissò, e non c'era assoluzione nel suo sguardo. Mi stava inchiodando alla mia stessa mostruosità. «Questo sei tu, quando non riesci più a fingere che la stai proteggendo.»

Mi sentii colpito a morte. E come un animale ferito, reagii nel modo peggiore possibile. L'orrore per quello che avevo fatto si trasformò in una furia cieca contro la persona che mi ci aveva spinto.

Scattai in avanti. Le misi la mano alla base del collo, senza stringere la trachea ma applicando una pressione solida, inesorabile, spingendola all'indietro e inchiodandola contro lo schienale del sedile. Era una minaccia fisica pura, un modo per bloccarla. Giulia sgranò gli occhi, spaventata da quell'esplosione di violenza trattenuta.

«Tu non sai un cazzo di quello che sto cercando di proteggere,» ringhiai, la faccia a un palmo dalla sua.

«Sì che lo so,» ansimò lei, il respiro spezzato sotto la mia mano.

«No! Tu vuoi solo distruggere tua sorella perché non sopporti che io torni sempre da lei.»

Giulia mi guardò. Le lacrime finalmente le rigarono il viso. «Perché tu torni da lei dopo essere stato con me.»

Il silenzio calò come una ghigliottina. Quella frase mi bloccò i polsi. Mi svuotò i polmoni. La mia presa sul suo collo si allentò. La guardai: la guancia arrossata dal mio schiaffo, il respiro irregolare, la paura mescolata a un amore malato e disperato.

«Non fare finta che sia solo colpa mia,» sussurrò lei, piano, implorante.

E lì, in quella macchina soffocante, vidi la realtà. Sì, lei era stata crudele, perfida, disgustosa con quel file audio. Ma io ero dentro fino al collo. Io le avevo insegnato le regole. Io l'avevo toccata, baciata, usata.

Mi staccai da lei come se mi fossi bruciato. Tornai al mio posto, aggrappandomi al volante con entrambe le mani tremanti. Fissai il parabrezza, incapace di guardarla.

Rimanemmo in silenzio per un minuto interminabile. L'unico suono era il suo respiro rotto dai singhiozzi.

«Non dovevi minacciarla,» dissi alla fine, la voce svuotata.

«Lei mi ha detto che le faccio schifo,» ribatté Giulia, tirando su col naso.

«E tu hai fatto di tutto per meritartelo.» Fui cattivo, freddo, coerente con la furia sorda che mi divorava dentro.

Giulia incassò. E finalmente pianse davvero. Non era il pianto di una bambina viziata a cui hanno tolto un gioco. Era un pianto rabbioso, profondo, umiliato. Si coprì il viso con le mani. «Io volevo solo che per una volta capisse cosa si prova!» singhiozzò.

«A cosa?»

«A sentire qualcuno prendere il tuo fottuto posto!»

Mi voltai a guardarla. Era distrutta. «Io non voglio più rubarle pezzi di te,» mormorò Giulia tra le lacrime, guardandomi con un'onestà che mi spaccò il cuore. «Voglio che tu mi dia qualcosa senza costringermi a diventare una stronza per ottenerlo.»

Quella era la verità assoluta. Il motore di ogni sua azione. L'audio, le provocazioni, la gelosia, la minaccia. Era tutto un disperato, folle grido per essere scelta.

Restai impassibile, perché se avessi ceduto saremmo finiti in un baratro senza fondo. «E allora smettila di usare lei per arrivare a me,» le risposi duramente.

Giulia si asciugò le guance con il dorso della mano. «E tu smettila di usare lei per scappare da me.»

Ingranai la prima e partii sgommando sulla ghiaia, senza aggiungere una parola.

Il viaggio di ritorno fu un funerale. Guidavo fissando la strada, la mente che mi martellava. Poi, a tre isolati da casa sua, Giulia ruppe il silenzio. La sua voce era tornata ferma, inquietante. «La prossima volta non mi fermerò a registrare.»

Strinsi il volante fino a farmi dolere i polsi. «Non ci sarà una prossima volta.»

«Bugia.» Sotto il mio sguardo sconvolto, Giulia prese il suo telefono. Aprì la cartella "Eliminati di recente", selezionò il file audio della nostra scopata e lo cancellò definitivamente, davanti ai miei occhi. Lo schermo tornò vuoto. Mi guardò. Un sorriso stanco, perverso, le piegò le labbra. «Vedi? Ho fatto la brava.»

Era malatissimo. Dopo lo schiaffo, dopo il pianto, dopo la confessione, cercava ancora la mia approvazione nel modo più distorto possibile.

Accostai la macchina, fermandomi a un centinaio di metri dal portone di casa sua, per non farci vedere da eventuali vicini. Prima che lei potesse aprire lo sportello, allungai la mano e le presi il polso. Non il collo, non la guancia. Il polso. Una presa fredda, controllata, autoritaria.

«Se fai ancora una cosa del genere, chiudiamo tutto,» la avvertii, fissandola negli occhi.

Lei non abbassò lo sguardo. «Non sai chiudere.»

«Non provocarmi, Giulia.»

«Allora dammi qualcosa che non devo rubare.» Si liberò dalla mia presa con un piccolo strattone e aprì la portiera. Scese dalla macchina. L'aria calda invase l'abitacolo. Giulia aveva ancora la guancia leggermente rossa per il mio colpo. Si sistemò i capelli dietro l'orecchio, ricomponendosi la maschera in una frazione di secondo.

Prima di chiudere lo sportello, Giulia si chinò per guardarmi dal finestrino.

«Lo sai qual è la cosa peggiore di oggi, Franci?»

«Cosa?»

«Che oggi mi hai fatto molto più male quando sei rimasto a consolare lei in corridoio, che quando mi hai dato lo schiaffo.» Senza aspettare risposta, chiuse la portiera con un tonfo e si incamminò verso il portone, scomparendo dietro l'angolo.

Rimasi lì, solo, nell'abitacolo freddo, a fissare il punto in cui era svanita. Sul sedile del passeggero, il mio telefono vibrò.

Lo presi. Un messaggio. Erika: «È tornata?»

Guardai ancora il portone vuoto. Digitai: «Sì. È a casa.»

Tre secondi dopo, la risposta di Erika chiuse il cerchio. Erika: «Grazie. Però domani dobbiamo parlare.»

Deglutii a fatica. L'istinto di sopravvivenza prese il sopravvento e cercai di disinnescare la bomba, o almeno di spostarla su un terreno a me favorevole. «Stanotte vieni da me appena finisci il turno. Parliamo con calma.»

L'attesa durò un paio di minuti interminabili. Poi lo schermo si illuminò. Erika: «Va bene. Entro in reparto, stacco il telefono. A dopo.»

Chiusi gli occhi, abbandonando la testa contro il poggiatesta. Feci un respiro lungo, profondo, espellendo l'aria dai polmoni. Okay. Avevo guadagnato tempo. Fino a mezzanotte ero salvo. Potevo prepararmi un discorso, trovare le parole giuste per calmarla e rimettere in piedi il teatrino della nostra normalità.

Ma mentre il mio cervello cercava di rilassarsi, il telefono vibrò di nuovo. Non era Erika. Era Giulia.

Aprii la notifica, e il sangue mi si congelò istantaneamente nelle vene. Era uno screenshot. La chat privata tra lei ed Erika. Si vedeva chiaramente un messaggio appena inviato da Giulia alla sorella maggiore, con allegata una foto. Non un'immagine studiata, ma una foto sfocata, scattata nell'androne buio del palazzo. In primo piano c'era il viso sfatto di Giulia, gli occhi ancora lucidi di lacrime, e sulla guancia il segno rosso, inequivocabile e marcato, delle mie dita.

Sotto la foto, il testo che le aveva inviato: «Tranquilla, Eri. Franci mi ha già rimessa al mio posto.»

E poi, un secondo messaggio: «Adesso puoi continuare a fare la vittima.»

Fissai lo schermo, incapace di muovere un muscolo, il panico che mi stringeva la gola. Se Erika avesse visto quella foto, non avrebbe letto solo "schiaffo". Avrebbe capito che l'avevo seguita, che eravamo stati soli, che con lei perdevo il controllo in un modo viscerale, violento e intimo che non le apparteneva. Sarebbe stata la fine di tutto.

Stavo per chiamarla e urlarle contro, quando arrivò un altro messaggio di Giulia. Giulia: «Guarda bene lo screenshot, Franci.»

Feci zoom sull'immagine. Accanto all'orario di invio del messaggio, c'era una sola, singola spunta grigia. Messaggio inviato. Ma non consegnato.

Giulia: «Erika ha appena staccato il telefono per il turno. Non lo riceverà fino a mezzanotte.»

Il mio cervello iniziò a correre a mille all'ora. WhatsApp permetteva di eliminare i messaggi per tutti, se fatto in tempo utile. Erika non aveva visto nulla. Il proiettile era stato sparato, ma era sospeso a mezz'aria, a un millimetro dal bersaglio.

Giulia: «Ho il dito su 'Elimina per tutti'. Posso farlo sparire come se non fosse mai esistito.»

Strinsi il telefono. Era un ricatto perfetto, calcolato con una freddezza diabolica. Lei aveva il coltello dalla parte del manico, premuto esattamente sulla mia giugulare. Digitai freneticamente. «Cosa cazzo vuoi.»

I tre pallini della digitazione danzarono sullo schermo per una decina di secondi. Poi, la condanna a morte.

Giulia: «Voglio venire da te. Adesso.» Giulia: «Ho tre ore prima che Erika riaccenda il telefono. Voglio passarla a casa tua. Nel tuo letto. Voglio che per queste tre ore tu mi tratti come se fossi io la tua fidanzata.» Giulia: «Voglio quello che le dai quando siete soli e io non ci sono.»

Fissai le parole, il respiro che mi raschiava i polmoni. Era follia pura. Mi stava tenendo in ostaggio usando il segno del mio stesso schiaffo, trasformando un atto di violenza e rottura in un'arma di seduzione malata e irresistibile.

«Giulia, è un gioco pericoloso.» provai a scrivere.

Giulia: «O l'elimino davanti a te, nel tuo letto. O il messaggio resterà lì ad aspettarla. Scegli tu.»

Non c'era scelta. Non ce n'era mai stata davvero. Avviai il motore della macchina, i muscoli contratti in uno spasmo di rabbia, terrore e di un'eccitazione così perversa da farmi voltare lo stomaco. La ragazzina piagnucolante del parchetto era scomparsa. Aveva imparato la lezione fin troppo bene: se non le davo quello che voleva, se lo prendeva da sola, ricattandomi col mio stesso segreto.

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